Recensione: OMICIDIO ALL’ITALIANA, un film di Maccio Capatonda. Galleria di antichi e nuovi mostri

2017011712404420161026125806Omicidio all’italiana, un film di Maccio Capatonda. Con Maccio Capatonda, Herbert Ballerina, Sabrina Ferilli, Ivo Avido, Fabrizio Biggio, Antonia Truppo, Nino Frassica.
20170117124139Maccio Capatonda incattivisce e inasprisce l’attuale commedia italiana trasformandola in una galleria di mostri. Come in un Cinico Tv però meno ieratico e più scomposto e sovreccitato. In un remoto borgo delle montagne molisane il sindaco si inventa un finto delitto per attirare l’attenzione sul paesello e rilanciarne l’esangue economia. La messa alla berlina di tare antiche e postmoderne va spesso a segno. E – miracolo per una nostra commedia – c’è pure una regia non sciatta. Voto 7
20170117123832Tanto per cominciare, complimenti a Maccio Capotonda per il titolo che cita e rende omaggio al genere italian-style aperto dallo storico Germi di Divorzio all’italiana (seguì di tutto: Matrimonio all’italiana, Adulterio all’italiana e Capriccio all’italiana i primi titoli che mi vengono in mente, ma ce ne sono un fottìo d’altri). Che poi, a ben guardare, al di là del titolo un qualcosa di vaghissimamente alla Germi c’è in questo film, e sottolineo il vaghissimamente. Il gusto, per dire, della distorsione grottesca, del ghigno demolitore, della mostrificazione degli umani. In una galleria non di faccioni, ma di mascheroni devastati da una bruttezza che è la trasposizione nel somatico, lo specchio – lombrosianamente – di quella interiore. La colpa, la tara, le leggi in faccia e nella deformazione dei corpi. Omicidio all’italiana è, come molta comedia e commediaccia del nostro passato, una galleria di mascheroni, di orrori fisiognomici. La prima parte nel paesello lassù sui monti del Molise, con la carrellata dei pochi abitanti rimasti, tutti vecchi tranne il sindaco e il fratello suo (Capatonda e l’abituale spalla Herbert Ballerina, a formare una coppia di scemo e più scemo), e vecchi avvizziti, sdentati, sbavanti, ricurvi, balbettanti. Perché non esiste l’Arcadia, se non nel sogno di chi non l’ha mai abitata e conosciuta, esiste solo un’arretratezza selvaggia con il suo corredo di sporco, laido, abbrutito (il fratello del sindaco e suo vice si dichiara stufo di dover fare l’amore con una pecora). In questo scnario di aberrazioni fisiche, psichiche e qualche volta pure morali Capatonda immerge la sua storia. Che è esilarante e allarmante per come va a scoperchiare certe derive del nostro essere qui e ora, della società dello spettaclo nella sua versione videogiustizialista.
Disperato per l’inarrestabile declino demografico del suo villaggio alto-molisano, Acitrullo, il sindaco Piero Peluria approfitta della morte per soffcamente della contessa locale per simulare un suo macabro amazzamento mediante coltelli che neanche Carrie lo sguardo di Satana. Lo scopo è quello di trasformare il paesello in un richiamo mediatico attraverso la trasmissione Chi l’ha acciso, e di farne la meta del turismo voyeuristico delle catastrofi e delle disgrazie. La messinscena sembra funzionare, il paese è invaso da telecamere e orde che si fanno i selfie sul luogo del (finto) delitto, con benefiche ricadute economiche sugli abitanti, rivitalizzando il moribondo paese-mio-che-stai-sulla-collina. Il canovaccio, su cui poi si innestano sottotrame, deviazioni, macchiettoni vari, è sano e robusto, e regge, pur se coq qualche colpo a vuoto inevitabile, piuttosto bene. E funziona benissimo la parte dedicata alla trasnissione Chi l’acciso e alla sua conduttrice, sintesi di tutte le signore e virago di quella tv sanguinaria e morbosa che va a scavare con finta compunzione e vero compiacimento nel torbido della peggio cronacaccia nera. Signora strepitosamente resa da una Sabrina Ferilli minacciosa e castatrice dominatrix come richiesto dal ruolo. E va a segno la messa alla berlina della barbarie giustizialista via tv, quel fare processi e indicare imputati e sospetti che è la versione postmoderna e post-tutto delle gogne, dei linciaggi e delle lapidazioni su pubblica piazza.
Diciamo che il film convince di più in questa sua parte iper o postmoderna (colpisce il bersaglio anche la satira del turismo del macabro, con la spaventosa coppia più marmocchi in cerca del brivido, e soprattutto spaventosa è lei, con la sua protervia e aggressività da Gomorra: la interpreta Antonia Truppo, chi se no?), e meno in quella di Acitrullo fermo al passato remoto. Ma scusate, ancora ci sono italiani così, benché settantenni, uguali ai pastori siculi dei film di mafia e di satira anni Cinquanta e Sessanta? No che non esistono, e da un pezzo, eppure l’autorappresentazione nazionale continua a ripercorrere in automatico le stesse piste, gli stessi schemi di allora senza uscirne. Al di là degli sbandamenti che sono più di uno (la comicità è spesso corriva e con bersagli troppo facili e scontati), va comunque riconosciuto a Capatonda il coraggio, e il merito, di inasprire la nostra attuale commedia, di buttarci dentro sani veleni e corrosivi, astenendosi da ogni carineria e piacioneria. E di tentare, insieme a pochissimi altri (vedi I soliti idioti, il cui ultimo e notevole film sulla Divina commedia è stato ingiustamente sbertucciato dal pubblico), la via impervia del surreale e del demenziale La sua implacabile galleria di mostri richiama, oltre che Germi, oltre che Ferreri e il Monicelli più estremo e perfido, anche l’indimenticabile Cinico tv di Ciprì e Maresco, di cui a momenti Omicidio all’italiana sembra una versione solo meno ieratica e più convulsa, sovreccitata, scomposta. E ancora all’attivo va messo il lavoro di Capatonda sulla lingua, distorta, sabotata, comtaminata, sporcata, trasformata in una neolongua sospesa tra l’anodino italiano televisivo e l’espressività antico-dialettale, e sono pastiche e calembour assai divertenti e spesso folgoranti per acrobazie lessicali e sintattche. Mica per niente è stato chiamato per un cameo Nino Frassica, che del pasticcio linguistico è un maestro ormai riconosciuto e riverito.

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