Recensione: IL DISPREZZO di Jean-Luc Godard. La versione uncut di un capolavorissimo (se vi capita a portata di mano, correte)

Schermata 2017-03-19 alle 15.32.56Il disprezzo (Le Mépris), un film di Jean-Luc Godard. Tratto dal romanzo Il disprezzo di Alberto Moravia. Con Michel Piccoli, Brigitte Bardot, Fritz Lang (nella parte di se stesso), Jack Palance, Giorgia Moll. Musica di Georges Delerue. 1963.
largecontemptblu-ray3xlargecontemptblu-ray7È circolata in qualche cinema (e se vi capita, non perdetevela) la versione restaurata e integrale di Il disprezzo, mitico film godardiano dell’anno 1963 tagliato e sconciato a suo tempo dal produttore. Un’opera capitale, il massimo tentativo da parte di Godard di conciliare la propria visione radicale di cinema con quella dell’industria: tentativo fallito, e non certo a causa del regista. Ma Il disprezzo è oggi di una bellezza folgorante, mostrandosi come un cantiere aperto in cui il suo autore, nel raccontare una coppia in disfacimento, reinventa e esplora cinema con un’audacia impressionante. Imprescindibile. Voto 10
largecontemptblu-ray5largecontemptblu-ray4xSpero che siate riusciti a vederlo nelle non molte sale italiane che l’hanno programmato le scorse settimane (a Milano Mexico e Palestrina). Perché questa versione, distribuita da Cineteca di Bologna/Il Cinema Ritrovato, è il director’s cut di uno dei più celebri, e di sicuro il più tormentato, film di Jean-Luc Godard, un monumento del cinema della modernità e della Nouvelle Vague, un punto di passaggio e di evoluzione della stessa pratica cinematografica. Durata di 105 minuti, una ventina recuperati e reintegrati a riempire e cucire i tagli, ma sarebbe meglio dire squarci, a suo tempo praticati dal produttore Carlo Ponti nell’edizione italiana (la francese fu più vicina alle intenzioni del regista). Quella che da noi è circolata fino a poco tempo fa, prima che il laboratorio Cinema Ritrovato (ormai un’eccellenza riconosciuta a livello mondiale, e non si sta esagerando: chiedete a Scorsese) della Cineteca di Bologna provedesse al restauro filologico e reintegrativo, era il frutto di un massacro, diciamo pure stupro. Oltre ai venti minuti tagliati, la sostituzione della colonna sonora, meravigliosa, di Georges Delerue con musiche del peraltro stimabile Piero Piccioni. E i dialoghi multilingue in tedesco, francese, inglese e italiano, una delle ragioni dello charme del Disprezzo – quella babele di voci che si sovrappongono e confondono, quei passaggi da una lingua all’altra, con a fare da perno l’interprete Giorgia Moll che istantaneamente traduce, in una sorta di sottotitolaggio nel corpo stesso della narrazione, nel dentro del film  -, piallati via in un doppiaggio che tutto italianizzava. Rendendo oltretutto superfluo e incomprensibile lo stesso personaggio di Giorgia Moll, ridotta a ripetitore ottuso di quanto è già stato detto, e che invece nella versione originale è centrale non solo perché fa da interscambio linguistico, ma anche da ponte e connessione tra i vari caratteri, sorta di mediatore e di decompressore, e anche di testimone-osservatore (almeno fino a un certo punto) esterno alle varie traiettorie esistenzial-narrative.
Giorgia Moll, di una grazia inarrivabile come mai prima e mai dopo nella sua carriera di attrice, non è il solo incanto ritrovato in questa edizione restaurata e filologica. Sono i colori pieni (anche su quelli mi pare che Ponti purtroppo intervenne) negli interni, nell’appartamento romano dei due protagonisti e di Casa Malaparte a Capri che nel film recita (benissimo) la parte della residenza di mare del produttore americano: colori così affondati nella cultura e iconografia mediterranea – i rossi, i gialli – e insieme rigorosamente moderni, memori di certa pittura contemporanea come quella di Rothko, già anticipatori dell’operazione cromatica che farà di lì a pochi anni Michelangelo Antonioni in Deserto rosso. Quante affinità, tra l’altro, tra Il disprezzo e il cosiddetto, e coevo, cinema dell’alienazione del gran ferrarese, la coppia in dossoluzione che sta al centro del film di Godard rimanda dritta ai tormenti delle relazioni sfatte e vuote di L’avventura, La notte, L’eclisse. Ne era così consapevole, Godard, da aver offerto a Monica Vitti il ruolo principale, ottenendone però un rifiuto, e grazie a Dio che Ponti – in questo azzeccandoci – caldeggiò fortemente, se non proprio impose per il suo appeal sulle platee, la diva Brigitte Bardot. Che sembra nata per essere Emilia (Camille nell’edizione francese), la dattilografa di cui è caduto innamorato, fino a sposarla, lo scrittore frustratissimo e sempre in crisi, ora sceneggiatore di cinema, Paul (Michel Piccoli). Un animaletto selvatico e sexy, innamorata prima di Paul poi a lui irrimediabimente ostile – et pour cause! -, apparentemente solo graziosa e ignorante e stupidarella, e invece saggia, onesta, acuta, intelligente, la sola a capire chi sia davvero l’uomo che l’ha sposata e a intuirne le meschinità e il torpore morale. In una storia malata non priva di venature morbose assai alla Moravia, dal cui omonimo libro il film è tratto, pur se con molte libertà e reinvenzioni, Emilia/Camille è l’innocente, e come tale nel gioco crudele dei potenti che si scatena intorno a lei, per lei, e però al di là delle sue possibilità di intervento, destinata a perdere.
Che sia questo, a vederlo oggi, a 54 anni di distanza da quando uscì, il vero capolavoro di Godard, il verice della sua storia di cineasta? I mille e passa critici di tutto il mondo interpellati nel 2012 dalla rivista (e sito) britannica Sight & Sound per ricavarne la lista – rinnovata ogni dieci anni e dunque per la prossima si dovrà aspettare il 2022 – dei migliori film di sempre, lo classifica a un rispettabilissimo 21esimo posto, dopo però un altro Godard, quello di All’ultimo respiro, alla posizione numero 13. E comunque in Le Mépris – che bello, il titolo in francese, più insinuante di quello italiano – c’è molta dell’audacia sperimentalista del suo autore, della sua voglia di esplorare e fabbricare il nuovo, e insieme c’è il massimo sforzo da lui mai tentato di avvicinarsi al cinema mainstream, di largo consumo. Nessun altro titolo godardiano cerca di essere un film (anche) da pubblico come questo, nel sogno forse impossibile di conciliare l’urgenza di una propria visione di cinema con quella dell’industria, un tentativo che non si ripeterà più nella carriera di JLG. Forse il massacro da parte di Ponti lo indurrà a ritrarsi, a optare per quel radicalismo, espressivo e anche di mezzi e modi di produzione, che ne farà il cineasta più rivoluzionario – in ogni senso – del secondo Novecento, anzi l’incarnazione stessa del cinema come rivoluzione. Se Il disprezzo non fosse stato stravolto dal suo produttore, se il pubblico ne avesse fatto un successo, forse avremmo avuto un altro Godard.
Certo che oggi si resta stupefatti di fronte alla ricchezza del film, alla sua pluralità di livelli e alla pluralità di letture e interpretazioni cui si presta. Al suo essere una sorta di laboratorio in cui Godard incessantemente sperimenta ed esplora. Trasformando anche i più scontati passaggi del plot – in fondo, si tratta della solita crisi di un amore, con corna e rinfacci e rimbrotti –  in occasione per inventare cinema. La sequenza iniziale, per dire: i due a letto, con BB nuda, e la macchina da presa a solcare il suo corpo, e insieme la voce di lei a classificare, nominare, elencare erotizzandole le parti di sé, è già un esempio folgorante. E la parte centrale, il cuore del film, il suo nucleo, con la coppia già disamorata che si aggira cercandosi, scontrandosi, evitandosi nell’appartamento romano di gelida modernità, e se ricordo bene con la macchina da presa a seguire in un lunghissimo, vistuosistico piano sequenza soprattutto lei (e qui, BB strepitosissima e assolutamente godardienne): una scena che distrugge ogni convenzione su come-si-racconta-una-coppia riportandola al tempo, al ritmo della vita così com’è. In un’operazione che non è bieco naturalismo, ma reimmissione del cinema nel flusso del reale (e viceversa).
jean-luc_godard_film_le_mepris_escalier_mer_2Quando poi l’azione si sposta a Capri, dove Fritz Lang nella parte di se stesso sta girando per il dittatoriale produttore americano Jack Palance – una strepitosa rappresentazione della mascolinità testosteronica – una nuova versione dell’Odissea, Il disprezzo diventa pura visione e insieme pensiero, riflessione, parola nelle lunghe conversazioni su Omero tra Lang e lo sceneggiatore-scrittore Paul di Michel Piccoli. Anche qui, cosa non fa, cosa non inventa Godard. Il Mediterraneo – il mare, il sole – smbra spingerlo verso il mito e la contemplazione e immersione nella natura. Alla ricerca del numinoso. Si è detto che a ispirarlo sia stato il documentario Méditerranéé dell’anno prima di Jean Daniel Pollet con Volker Schlöndorff come aiuto regista e i testi di Philippe Sollers, ma qui nella semplicità, nell’immediatezza, nella mancanza di ogni enfasi e retorica con cui si evocano e rappresentano eroi e e dei e potenze sovra- e sotto-naturali, sembra di percepire la lezione di Rossellini, la purezza del suo sguardo (come non pensare a Viaggio in Italia che si svolge non così lontano da Capri, in particolare alla visita di Ingrid Bergman a Cuma?). Ma, così intimamente intriso com’è di modernità, Godard si lascia incantare e ci incanta anche con il design di Villa Malapate, un capolavoro di linee razionali, un’astronave futura incassata in quella parte di Mediterraneo ancora omerica di eroi e dei. E quando questa doppia visione – la moderna, la classica – si connettono, si raggiungono vette inaudite di splendore. Penso alle finestre della villa che danno su rocce e mare inquadrandoli come in un dipinto in esposizione. E la scalinata che porta al tetto (ripresa l’anno scorso da Cannes come sua immagine-logo), una geometria scagliata nella natura selvaggia, a contrastarla e come volerle dare un’impossibile forma. Non si finirebbe mai di parlare di questo film, e del cinema che a ogni passo vi viene ricreato con un coraggio, un’energia e perfino un’improntitudine che oggi sono semplicemente irriproducibili.
La bellezza di Il disprezzo sta nel suo essere così audace, con sequenza di pura astrazione e pura forma, e insieme così narrativo, così classico e perfino friendly verso lo spettatore (non capita spesso, con Godard). Riscrivendo a modo suo Moravia in una sceneggiatura di dialoghi crudeli e eleganti dove ogni accenno di melodramma e sentimentalismo è bandito, Godard ci dà anche uno dei ritratti più inpietosi di una coppia in disfacimento della storia del cinema. ‘Io ti disprezzo’, dice semplicemente Emilia/Camille a Paul, ed è una sentenza di morte per quel loro amore. Paul ha commesso l’imperdonabile errore di averla lasciata sola tra le grinfie del produttore, di non averla protetta, anzi di averla spinta da lui, di averla virtualmente prostituita per ingraziarsi il potente e tirannico americano. Emilia non glielo perdonerà, giustamente. Il film è la cronaca della dissoluzione di un amore dopo quella mossa catastrofica e irrimediabile di Paul. Il finale, celeberrimo, è un colpo al cuore, uno strazio che si prolunga anche dopo che le luci si sono accese in sala. Il regista di Masculin-Féminin si è sempre interrogato sul fondo della relazione tra i sessi intravedendone anche le zone oscure, la guerra segreta. Qui lo fa in modo esemplare collocandosi deciso dalla parte di lei, dotata di una purezza di cuore sconosciuta all’opportunista Paul, e lo schiaffo di lui a lei che oggi uno spettatore di media sensibilità trova insostenibile alla vista, è perché quelli erano i tempi, quelle erano le asimmetrie di potere all’interno di un coppia dova la parte maschile era culturalmente, socialmente, economicamente dominante e quella femminile sottomessa, benché, come qui, non doma e non rassegnata. Dunque non si parli, please, di Godard maschilista, ché qui e altrove è l’opposto (scorrendo la sua filmografia è facile capire come siano perlopiù le donne i personaggi interessanti). Di questo film immenso, un film-epoca nel senso che di un’epoca racchiude il sentire e ne fa una rappresentazione esemplare, non si smetterebbe davvero mai di parlare (ripensando ai primi anni Sessanta eurocontinentali non si può prescindere da Il disprezzo come dalla trilogia di Antonioni, per la definizione degli ambienti, i vestiti, gli oggetti, ma anche per le posture dei corpi, il loro linguaggio, il modo di guardare e farsi guardare). Aggiungo solo un accenno alla sequenza del folle casting in un cinema romano – ovviamente tappezzato di affiche, compresa quella del godardiano Vivra sa vie – alla ricerca della ragazza che sarà Nausicaa nell’Odissea diretta da Fritz Lang, e in quel dimenarsi osceno e grottesco di giovani corpi femminii al suono di 24mila baci di Adriano Celentrano (canzone che continua a tornare in un nugolo di film di ogni paese) non c’è solo un pezzo di antropologia italiana, c’è perfino un che di deformazione felliniana. Ed è solo una delle sorprese di questo film smisurato, aperto a infinite visioni e interpretazioni.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Recensione: IL DISPREZZO di Jean-Luc Godard. La versione uncut di un capolavorissimo (se vi capita a portata di mano, correte)

  1. heuresabbatique scrive:

    Senz’ altro il tentativo più “lineare” dal punto di vista narrativo per la filmografia di Godard. Almeno per il budget. Il Disprezzo è un film, rispetto agli standard godardiani (dell’ epoca e non solo) un film girato con molte più possibilità economiche. A proposito di quello che tu scrivevi per quanto riguarda il Godard più narrativo. Sono senz’ altro d’accordo. Mi è venuto in mente leggendo l’ articolo un pensiero di Samuel Fuller in cui parlava di Bande a Part (film del ’64, che se non erro Godard giro con la pecunia di soldi sua solita proprio dopo il fallimento del Disprezzo) dicendo che se quel film francese non fosse stato girato con attori francesi, ma con gli stessi tempi, le stesse movenze quasi sarebbe potuto diventare un film di successo, e non etichettato come film d’ autore, a tutti i costi. Bastava avere un Cary Grant, diceva Fuller. Ed è invece ora solo un grande film d’ autore per cinefili. Che tra le altre cose Godard disconosce.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.