Recensione: GHOST IN THE SHELL, un film di Rupert Sanders. Ritorno (non così necessario) al cyberpunk

GHOST IN THE SHELLGHOST IN THE SHELLGhost in the Shell, un film di Ruper Sanders. Con Scarlett Johansson, Pilou Asbæk, Takeshi Kitano, Juliette Binoche, Michael Pitt.
nullUn film che tradisce le sue lontane origini, un manga fine anni Ottanta. Tutto sembra déjà-vu in questo Ghost in the Shell, con i suoi datatissimi intrecci e climi cyberpunk, che sembra di stare tra Blade Runner e Atto di forza. Il (la?) cyborg Mira, cervello umano su corpo artificiale, è la più letale arma di una squadra speciale. Ma scoprirà di essere stata manipolata e allora sarà ricerca del proprio passato, e sarà rivolta. Scarlett Johansson non così convinta. Voto 6
GHOST IN THE SHELLQuando sono andato all’anteprima stampa ero del tutto ignaro di quanto mi aspettava, non ne sapevo niente, se non che la protagonista era Scarlett Johansson. Dite che bisogna informarsi? Avete ragione, ma non ne avevo avuto il tempo, o la sufficiente motivazione. Però qualche volta l’ignoranza ha i suoi aspetti positivi, ti mette di fronte al prodotto con sguardo non contaminato e mente scevra da interferenze e pregiudizi, favorevoli o meno che siano. Ti predispone a una visione libera e anarchica, senza piste già tracciate. Certo, ci ho impiegato un attimo e anche di più per orientarmi e penetrare nel guscio, nella corazza di questo film coprodotto da Occidente e Oriente: Cina, m’è sembrato di capire dai credits, nonostante sia il Giappone la patria e la matrice del fenomeno Ghost in the Shell (le spieghe del caso più avanti).
Senza saperne niente prima della proiezione, la mia impressione finale è stata: non così male, ma neanche così interessante. Più fine e ambizioso della media corrente degli sci fi-fantasy-futuribili, anche pretenzioso, e però irrimediabilmente retrodatato a una trentina di anni fa, a certe sensibilità e atmosfere e gusti cyberpunk che produssero cose memorabili come Blade Runner di Ridley Scott e ancora di più Atto di forza-Total Recall di Paul Verhoven, entrambi tratti da Philip K. Dick. Ecco, Ghost in the Shell mi è sembrato, nei suoi labirintici percorsi tra umano e postumano, e con le sue manipolazioni della mente e dei ricordi e di altre produzioni psichiche, un calco soprattutto di Total Recall, ma parecchio al di sotto dell’originale. Quanto al panorama post-urbano in cui si svolge, siamo ancora e sempre dalle parti di Blade Runner, con quegli incroci tra falansteri d’Asia e città che salgono in vetro-metallo e pulsazioni luminose. Non male – mi son detto all’uscita -, ma tutto irrimediabilmente déja-vu e parecchio invecchiato, obsoleto, lontano dai gusti attuali così semplificati. Diciamo che rispetto al pubblico degli anni Ottanta-Novanta quello di oggi non tiene e non vuole pensieri, nemmeno quel poco di riflessione sugli inquietanti sviluppi del post umano e il loro uso da parte di poteri variamente deviati che era del cyberpunk classico, e che rispunta anche in questo film di Rupert Sanders (nel suo curriculum Biancaneve e il cacciatore, il primo e meno peggio del dittico, quello con Kristen Stewart).
Poi a casa, rovistando in cerca di informazioni, ho scoperto che Ghost in the Shell nasce come epica manga per l’appunto cyberpunk nel Giappone fine Ottanta, che si è assestato nel tempo tra gli appassionati e frange limitrofe come un culto, che ne è stato ricavato anche un anime, e che da una vita si progettava di portarne sullo schermo la versione live action. E finalmente, eccola, nell’anno 2017. Tutte informazioni ex post che non hanno smentito o corretto granché l’impressione che ne ho avuto alla visione. La sensibiilità cyberpunk mi pare tramontata da un pezzo, le mode dell’immaginario si consumano velocemente come quelle della vita materiale, dunque ci voleva qualche idea in più, un progetto di reboot, per non far sembrare il film così terribilmente vetusto e dépassé. Invece, questa cineriduzione del manga ormai nobilmente collocato tra i classici del genere non azzarda niente, come se da Blade Runner fossero passati pochi giorni e non 25 anni. Sì, un quarto di secolo. Sicché seguiamo con scarso interesse le vicissitudini e le avventure di Mira chiamata Major, cyborg con il cervello di una ragazza quasi-deceduta trapiantato su un corpo artificiale, che fa parte della speciale squadra di Pubblica Sicurezza numero 9 capitanata dal carismatico Daisuke Aramaki (un Takeshi Kitano sempre più laconico e di prosciugata coolness che neanche Clint Eastwood). L’hanno fabbricata i laboratori della Hanka Robots, company che si rivelerà assai ambigua e compromessa in loschi traffici e progetti. Major è addestratissima e pressoché invincibile, ma capirà di essere manipolata da coloro che l’hanno fabbricata. Che le hanno cancellato il passato impiantandole nuovi e falsi ricordi, un’altra identità. La lotta contro i malvagi andrà così in parallelo con la ricerca da parte di Mira-Major delle sue origini biologiche, della sua storia, della sua famiglia. Peccato che per oltre un’ora il film non si schiodi dalle sue premesse e proceda con andamento lentissimo facendoci crollare dalla noia. E quando si rianima, è troppo tardi per rimediare.
Restano certi paesaggi da metropoli asiatiche (mi pare che la location sia Hong Kong) già allarmanti e post-umani o disumani di loro senza che siano necessari interventi in digitale, resta la performance ieratica, come in assenza, di Takeshi Kitano e poco altro. Scarlett Johansson? Sulla carta la migliore scelta possibile come Mira, e non badiamo a certe polemiche che hanno accompagnato lavorazione e uscita del film per il cosiddetto whitewashing di cui si sarebbe macchiata la produzione, ovvero la bianchizzazione dell’originale personaggio asiatico affidato a una star americana: son cose politically correct di nessun conto. Il problema vero è che Scarlett delude, sembra poco convinta del ruolo e del film, non domina la scena cone in Lucy di Besson, e la corazza effetto nudo che le costruiscono sul corpo non è per niente sexy. Oltretutto hanno avuto l’insipienza di affiancarle come agente-complice della sua squadra il danese Pilou Asbæk (Il trono di spade), un armadio di due metri e quasi altrettanto largo, che nelle scene a due letteralmente la stritola facendola sembrare un corpuscolo. Non si tratta così Scarlett.

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