Prime cronache da Istanbul. E dall’Istanbul Film Festival (ma il tram di piazza Taksim dov’è finito?)

aspettando il referendum del 16 aprile

aspettando il referendum del 16 aprile

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4 aprile: all'apertura dell'Istanbul Film Festival c'er anche Ian McKellen

4 aprile: all’apertura dell’Istanbul Film Festival c’er anche Ian McKellen

'Mythopathia', il film greco che ha aperto il festival

‘Mythopathy (Lodos)’, il film greco che ha aperto il festival

Arrivato la sera del 4 aprile, e dunque già al terzo giorno di questo soggiorno stambuliota che durerà fino a domenica 16 (Pasqua nostra e qui giorno del referendum sulla riforma costituzionale che, se passasse, conferirebbe i pieni poteri a Erdogan), non so ancora davvero perché sia venuto qui. Diciamo per ridare un’occhiata a una città che quando ci approdai la prima volta – era il lontanissimo 2003 – m’era sembrata, com’era capitato a milioni di viaggiatori prima di me – una meraviglia. Il che, mi rendo conto, è quanto di più sdato si possa dire. È che il pretesto per essere qui, non così pretestuoso a conti fatti, è stato, è, l’IKSV Film, l’Istanbul Film Festival, quest’anno alla sua edizione numero 36, uno di quelli che vengono dopo la prima fascia europea costituita dai soliti quattro Cannes-Venezia-Berlino-Locarno, ma che sono parte della rete estesa di rassegne, eventi, iniziative e quant’altro che fa da irrorante e capillare sistema sanguigno, da diffusore globale per il buon cinema (non mi piace dire cinema di qualità, ha un che di vecchia merceria). Dunque, andare al festival di Istanbul per tornare a Istanbul, io che per andare da qualche parte ho bisogno di uno scopo, di un obiettivo, di un progetto, di un programma, benché in me alberghi un flâneur senza meta e senza obiettivi che puntualmente reprimo. Detesto la vacanza (sono brianzolo, sapete). E detesto il turismo, mio e degli altri, penso che ogni parte del mondo difficilmente la si possa conoscere in un viaggetto piccolo piccolo, in un attraversamento veloce e voyeuristico, mentre si ha qualche chance in più di capire se ci si va per starci un po’ e magari fare qualcosa (ancora la cultura brianzola del fare). La mappa delle sale dove si proiettano i film del festival, alcune concentrate nell’area di Beyoglu – la ex Pera del cosmopolitismo ottomano di fine Ottocento e primo Novecento e oggi concentrato e precipitato e specchio di tutte le possibili Istanbul passate e future che compongono questa megalopoli -, altre sparse, e una multisala perfino a Kadıköy sulla parte asiatica, al di là del Bosforo, diventa la mia mappa di Istanbul, la cartografia da compulsare avidamente e sulla quale programmare e anche sognare i miei movimenti, con rotte da Werner Herzog a Hong Sangsoo, da Isabelle Huppert a Orson Welles. E con punti fissi, e punti di partenza e di arrivo, e mete che, per essere raggiunte, mi costringono, ma è quello che voglio, a immergermi nella città. Il bello non è tanto stare al cinema, la fantasmagoria sta fuori, nello spostarsi da un cinema all’altro. Come mi capita anche a Berlino, il cui festival ha fatto da modello a questo e che con le sue sale disseminate dappertutto ti obbliga a uscire dal perimetro sicuro della PotsdamerPlatz e a esplorare. Certo che in questo caso il frame, la città, è così dominante sul festival che racchiude da stritolarlo quasi, da cancellarlo. Difficile convincersi che sia meglio vedersi – come mi accingo a fare in questo momento – Neighboring Sounds, uno dei primi e semisconosciuti film del brasiliano Kleber Mendonça Filho, il regista diventato un caso l’anno scorso a Cannes con Aquarius – piuttosto che andarmene in giro, che ne so, per Fener o Balat, aree della città che ancora non conosco e vorrei visitare. Ma finirei col precipitare nel cliché del turista, e no, proprio no. Dunque eccomi qui, di mattina, al buio (e però fuori piove e fa freddo), in una piccola sala del Pera Museum, con un pubblico di poche decine di persone (e di accreditati al festival con badge non ne vedo quasi).
Devo però confessare di essere venuto qui anche per un altro motivo, annusare l’aria a pochi giorni dal Referendum Day, per capire qualcosa di questa Turchia in fermento e in tumulto che, comunque la si guardi, è a un passaggio cruciale della storia sua e anche nostra. Tutti (molti) a dissuadermi prima della partenza, a darmi del pazzo, a ricordarmi come sia uno dei posti più pericolosi al mondo, e non senza una qualche ragione, dato che nell’ultimo anno e mezzo Istanbul e la Turchia tutta sono stati bersagliati da una serie impressionante di attentati terroristici con centinaia di vittime, attacchi di matrice non sempre chiara (l’Isis c’entra di sicuro, resta da vedere se in certi casi c’entrino anche frange curde). E qualche mese fa il fallito golpe, che ha innescato una reazione da parte di Erdogan con migliaia di arresti e di epurazioni nella pubblica amministrazione, esercito, scuola, giustizia. Golpe di cui si continua a discutere se fosse vero o finto, e quanto finto (la mia modesta opinione: non essendo un complottista, non credo a un diabolico autogolpe per giustificare una svolta autoritaria, se mai penso che l’intelligence ha fatto meno di quanto dovesse e potesse per fermarlo). Quanto al clima che si respira qui, difficilissimo dire, se non che la faccia del Reis domina in tutta l’area di piazza Taksim e della Istiklal Caddesi in gigantografie in puro stile realsocialista e nord-coreano. E comunque quando si viaggia diffidare delle impressioni, soprattutto delle prime, velate e distorte dal pregiudizio e da strabismi vari. Il turista vive di impressioni facili, generalizzando dettagli minuscoli e casuali. In pochi giorni non si può capire una città, un paese, ma non capirlo con la presunzione di averlo capito è facilissimo. Si possono attivare i propri sensori, questo sì, stare attenti ai segni, applicando una sorta di semiotica e antropologia del quotidiano. E depurando per quanto possibile la mente da pregiudizi e idées réçues. Detox!
Parlare con la gente? Ma chi è la gente, questa somma grigia di individualità che ci sfuggono? E serve parlare, serve chiedere? Mah, le parole spesso sono usate per depistare. Non essendo qui per un reportage sul referendum, non ho nella mia agenda interlocutori attrezzati ed esperti da interpellare, e di cui potermi fidare. E credete che se chiedessi a un tassista o al receptionist dell’hotel o a qualche frequentatore del festival cosa pensano di Erdogan otterrei delle risposte illuminanti? Io dico di no, e dunque non faccio domande, evitando anche di mettere in imbarazzo persone dabbene che non hanno nessuna voglia di esporsi. Che poi l’osservatorio del festival è tra i meno adatti, essendo un mondo a parte, una bolla formata e abitata da un ceto intellettuale omologato ai modelli e stili di vita e anche di consumo culturale di Europa e America, gente cosmopolita, non precisamente lo specchio della Turchia che viene detta profonda e che ha il suo epicentro là nell’Anatolia o nei quartieri non fighi e non gentrifcati di Istanbul (per quartieri figo intendo Susli-Nisantasi dove sono adesso in una multisala in cima a uno shopping center che potrebbe essere in ogni parte del mondo, per gentrificato Beyoglu, tra piazza Taksim, la Istiklal Caddesi e zone limitrofe, come Galata). Di cosa ho visto e vedo parlerò, spero, in altri post. Intanto qualcosa sul festival. Un city festival, rivolto, come la Berlinale o il Torino FF, più al pubblico che ai critici e addetti ai lavori, tantomeno ai giornalisti internazionali. Finora di accreditati non ne ho notati molti, anche perché diserto quasi tutte le proiezioni stampa (peraltro tenute in questi primi giorni in una sala deliziosa, alla Soho House, con oltrettutto le più belle e pulite toilette che abbia mai trovato a un festival) perché son cose che ho quasi tutte già visto da altre parti. Oggi, per esempio, cinque press screening, ma per me nessun inedito (c’erano per dire l’ungherese vincitore di Berlino e La Region Salvaje di Amat Escalante premiato a Venezia). Il nucleo è la competizione, nessun film in prima mondiale, quasi tutti transitati già altrove, con il Tulipano d’oro assegnato da una giuria presieduta dal regista turco Reha Erdem. Qualche ospite illustre: alla serata inaugurale c’era un allegrissimo Ian McKellen, premiato alla carriera. Digressione (adoro le digressioni): il tulipano è il fiore simbolo della Turchia, l’Olanda se n’è appropriata parecchio dopo, con quella speculazione diventata un paradigma di ogni successivo dissesto economico e bolla finanziaria. Parecchie altre sezioni, come a ogni festival, che viene il mal di testa solo a leggere la lista, figurarsi a darla (per ogni dettaglio, ecco il sito). Fondamentale, ovvio, la parte dedicata alla produzione nazionale, con una competizione, una sezione del cinema turco nuovissimo, i documentari, i corti, i classici restaurati e riproposti. Diciamo che l’IFF è uno di quei festival-hub, festival-interscambio di cui il mondo si sta riempiendo, con una duplice mission: importare e mostrare al proprio pubblico il meglio, o quanto se n’è potuto avere, emerso dai festival maggiori e fare da vetrina e propulsore alla produzione nazionale. E qui sta acquistando sempre più quota Meetings on the Bridge, un’area dedicata ai nuovi progetti, cantiere in cui giovani autori turchi e di paesi vicini possono presentare, ‘pitchare’ i loro progetti a produttori e distributori. Certo siamo lontano dalla sontuosità, e anche dai numeri di critici e giornalisti, di Cannes o Berlino o Venezia. Ma uscendo dal cinema trovi Istanbul, e quello non ce l’ha nessuno.
Finora (al momento in cui chiudo questo pezzo) ho visto sei film, nessuno ignobile,  nessuno da urlo. Ieri tre, oggi altrettanti. Difficile vederne di più, alcuni cinema sono lontanti, dislocati oltre Beyoglu, l’area in cui sono hotellizzato e si trova il press office (dove bisogna ogni mattina ritirare i biglietti per le proiezioni non specificamente dedicate alla stampa, esattamente lo stesso sistema di Berlino : rinsaldando anche in queste faccende minime lo storico asse e la segreta ma profondissima affinità che legano Germania e Turchia). Ieri sera, per la replica del film greco che ha aperto il festival, Mythopathy, sono andato in esplorazione fino al Cinemaximum Kanyon. Le indicazioni stringate del press office dicevano solo: scendere alla fermata della M2 di Levent, lì trovate la sala. Magari. Inanzitutto prendere il metrò qui non è mica come a Milano o anche a Londra. Cunicoli che non finiscono più, nastri e scale mobili su scale mobili a scendere sempre più giù (ma quanto hanno scavato?), e barriere su barriere, controlli con metal detector: ma insomma, arrivo finalmente a Levent e seguo l’uscita con indicazione Kanyon. Pensando di trovarmi davanti la multisala. Invece, ecco un enorme mall, immenso, niente di paragonabile ai nostri, roba di dimensioni americane o asiatiche. Arrivare al cinema, collocato in un qualche angolo dell’immensità, è stata un’impresa, e tenete anche conto che di gente che parli inglese cui chiedere non ce n’è mica tanta. Oggi l’esplorazione l’ho dedicata al Cinema City, anche questo in uno shopping center, ma di penultima generazione, sei piani, ma robuccia a confronto del Kanyon. Pure qui comunque non è stato facilissimo trovare la multisala, relegata ovviamente all’ultimissimo piano, anche perché se chiedi son quasi tutti sgarbatissimi  e scostanti (ricordavo una popolazione più friendly, da questi due giorni devo dire che disponibilità e gentilezza quasi non abitano più qui: con le debite eccezioni, of course). Certo, potrei prendere uno dei taxi che sono dappertutto, come in tutte le città del mondo (tranne quelle italiane). Ma io son dell’idea che una città vada camminata, percorsa a piedi il più possibile, e fino a che le forze ti reggono. I taxi ti incapsulano come una navicella spaziale e ti depositano non sai dove, senza che tu maturi la cognizione di quel che ti sta intorno. I taxi sono il mezzo del viaggiatore pigro e la sua rovina: meglio evitare, ove possibile. Meglio a piedi, o con i mezzi. Così almeno io cerco di fare quando sono in giro, e anche qui a Istanbul. Il taxi l’ho preso solo dall’aeroporto all’hotel, per forza, per il resto camminate e metropolitana (i mezzi di superficie mi spaventano un attimo, sono incasinati, la gente ti parla solo in turco ed è difficile avere indicazioni su dove si è e si sta andando: unica risorsa le Google Maps). Tra i sei film visti finora anche un film gay – e non mi fate dire lgbt, che poi all’acronimo bisogna adesso attaccarci qualcosa che fa trasngender ma n0n ricordo cosa – made in Argentina, Taekwondo (non male, molto addentro al cinema argentino, tra i più arrischiati e audaci del mondo). Così, tanto per smentire che l’onda islamico-erdoganiana stia sommergendo ogni allineamento (omologazione?) al resto dell’Europa e dell’Occidente (Istanbul è Europa, ci mancherebbe, con la storia che ha). Taekwondo fa parte di una sezione di film criptogay, non dichiarata come tale e ermeticamente chiamata Where Are You My Love? Ma se vai a cliccare i vari titoli che ci stanno dentro ti rendi conto che son tutti a soggetto omosessuale, dall’islandese Heartstone vincitore a Venezia del Queer Lion a Chavela, gran trionfo alla Berlinale. E c’è la personale-retrospettiva del regista gay francese Vincent Dieutre, con almeno due film meravigliosi, Jaurès e Orlando ferito. A questo punto chiudo questo primo (as)saggio stanbuliota. Seguiranno recensioni e notarelle sul clima che si respira, su quel che si vede e si sente in giro. Dico intanto che la notizia più clamorosa è la scomparsa, non si capisce se temporanea o definitiva, dello storico e iconico tram che percorreva da tempo immemorabile la Istiklal Caddesi, da Taksim fino al Tunel, la funicolare che porta giù al ponte di Galata. Sloggiato da lavori in corso che hanno trasformato la Istiklal, la ex grandiosa Rue de Péra del crepuscolo dell’impero ottomano, in un inferno, in un percorso di guerra, con sventramenti, scavatrici al lavoro tutte le notti che spostano minacciosamente e pericolosamente mucchi di terra quasi sopra la testa dei passanti. Si presume che ciò preluda a una remise en forme della storica strada, però per favore rimetteteci il tram, lento, scomodo, disfunzionale, ma le icone sono icone sant’Iddio. O la Turchia nuova ma vecchia dentro di Erdogan ha deciso di sbarazzarsi pure di quello? Naturalmente sulla rete mica si trova uno straccio di notizia in una lingua comprensibile che non sia il turco sui lavori in corso. Tutti a ripetere e copiare come dementi quanto scritto qualche decennio fa dalle solite guide su quant’è bello il tram di piazza Taksim. Ma per favore.

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