Istanbul Film Festival: Recensione #1: ROCK’N ROLL di Guillaume Canet, con Marion Cotillard:

72_2Rock’n Roll, un film di Guillaume Canet. Con Guillaume Canet, Marion Cotillard, Gilles Lellouche, Laeticia e Johnny Hallyday, Yvan Attal. Istanbul Film Festival, sezione Galas.
72_1L’autofiction arriva nel cinema francese. Guillaume Canet e la sua compagna Marion Cotillard mettono in scena quello che sembra un pezzo della loro vita. Crisi (precoce) di un attore quarantenne di nome Guillaume Canet, con incursioni divertenti nel retropalco del cinema francese, e finale surreal-demenziale. Anche godibile, ma è il tono da selfie gigante a dare fastidio. Voto 6 meno
282909Guillaume Canet chi? Da noi non se lo filano in tanti* al di là della cerchia degli addetti ai lavori, in Francia invece è una star o quasi, attore e poi regista di grandi incassi con Piccole bugie tra amici. Però, diciamolo, molto gossippato oltre che per propri meriti professionali anche (soprattutto?) quale compagno di Marion Cotillard, l’unica vera diva della Francia d’oggi (poi c’è Huppert, ma lei sta su un altro piano, anzi su un altro pianeta), gia vincitrice di un Oscar, già nominata per un altro Oscar e consolidata star hollywoodiana del cinema che punta agli incassi ma senza rinunciare a un qualche pensiero (vedi Allied). Hanno due bambini, e Rock’n Roll di che ci racconta, cosa ci srotola davanti agli occhi? Un pezzo di vita di una coppia, lui si chiama Guillaume Canet, lei Marion Cotillard, entrambi attori, con due figli. L’amico di lui si chiama Gilles Lellouche e difatti è interpretato da Gilles Lellouche, e via così in un autobiopic che non è proprio un autobiobic e che oggi si chiama con parola orrendissima autofiction. Orrendissima perché ci fa capire, casomai ce ne fosse ancora bisogno, di come siamo sommersi dalla cultura del narcisismo, dell’idolatria del sé. L’auofiction in letteratura, e in cinema, non è altro che la versione estesa, e con pretese intellettual-sofisticate, del selfie. Ecco, questo Rock’n Roll è nella sua essenza e nonostante l’indubbio mestiere profuso un compiaciutissimo selfie, il che resta il suo limite invalicato, la sua zeppa, ciò che ce lo rende così poco gradevole. Parliamo tanto di me!, scriveva Zavattini. Io, io, io e gli altri, titolava già Blasetti un suo film fine anni Cinquanta. Rock’n Roll ci mostra Guillaume Canet personaggio su un set nella parte del padre pastore (inteso come curatore protestante di anime, non come berger) di una ragazzina che ovviamente lo fa sentire vecchio e vicino alla data di scadenza. Ed è quella che un tempo si chiamava crisi di mezza età (ricordare Marcello Marchesi). Divertono moderatamente, ma divertono, le annotazioni sul cinema francese e i suoi tic, totem e tabù, certo cinema francese semi-indipendente colto nel suo backstage. Ci si dispera, per dire, di premi César agognati e non ottenuti, si prova invidia smodata per ‘gli attori della nuova genrazioni, così bravi!, i Pierre Niney, i Gaspard Ulliel..’. Ma vi immaginate un film italiano in cui ci si dispera per un David di Donatello non avuto? Tanto per dire la differenza tra i César e gli oscarucci de’ noantri. È molto brava e ironica Marion Cotillard nel fare Marion Cotillard madre un po’ ciabattona, chiamata da Xavier Dolan a interpretare non ricordo quale prominente figura femminile del Québec (Cotillard ha davvero lavorato con Dolan, in È solo la fine del mondo). E siccome lei pratica il metodo immersivo, eccola studiare con effetti assai buffi vocaboli e accento del francese del Québec, ormai un’altra lingua, una lingua aliena se vista da Parigi.

Tutto in una casa neanche lussuosa, anche un po’ sciattona e piena di orologi a cucù, che fan da equivalente lì negli arrondissement dei nani brianzoli da giardino (ma sarà davvero la loro casa?). Sì, ci si diverte moderatamete in questi pirandellismi oscillanti tra vita e arte, un po’ sdati ma sempre di sicura presa. Il povero Guillaume per non sentirsi superato – e ha solo 43 anni sant’Iddio – rispolvera un suo passato rockettaro-grunge-nirvanesco con cuoi e metalli addosso, finendo col far la fotocopia di Plastic Bertrand e coll’essere solo patetico, disastrando oltretutto il film in lavorazione. E per avere lezioni di vita rock, di cosa sia essere rock dentro, eccolo andare dal guru Johnny Hallyday nella parte di se stesso (da noi ci sarebbe Vasco), in una magione che sembra una Graceland in formato ridotto francese. Poi ecco il grande salto: Gullaume si affida a un guru del botox e della chirurgia estetica, si gonfia le labbra, si fa le guanciotte (“con quelle labbra tu divorerai la vita!”) , e in palestra si fa un corpaccione-corazza trasformandosi in un mostro simil ultimo Stallone o Mickey Rourke sul viale del tramonto. Muscoli e bocca siliconata. Un’altra persona. Un mostro. E ci si chiede quanto ci sia lì dentro e lì sotto del vero Canet e quanto di effetti in digitale, ed è la domanda più urgente di cui si vorrebbe una risposta. Segue un’ultima parte abbastanza folle che butta per aria la commedia francese borghese che il film era stato fino a quel momento e la decostruisce e svacca portandola sul demenziale-grottesco. Funziona? Mah. Il film qualche bersaglio lo centra, ma manca di quell’idea tutta francese di cinema, il cinema come invenzione e libertà e anche come nonchalance dandystica, improntitudine e hybris, se vogliamo. Ma la zeppa vera è il narcisismo. Questo compulsivo bisogno di Canet di mettersi in piazza e di parlare tanto di sé aggiunge una sapore sgradevole che non va mai via.
*Updating: Giuliana Molteni mi scrive che sono una schiera invece le fans di Canet italiane. Prendo atto.

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