Istanbul Film Festival. Recensione #2: I AM NOT MADAME BOVARY, un film di Feng Xiaogang

86_2I Am Not Madame Bovary, un film di Feng Xiaogang. Con Fan Bingbing, Guo Tao, Da Peng, Zhang Jiayi, Yu Hewei. Cina 2016. Sezione Best of the Fests.
86_3Cina millennio terzo. Una donna combatte perché il falso divorzio dal marto venga cancellato, ma nessuno le dà retta. Finché la faccenda diventa un caso politico. Solo alla fine capiamo il perché di tanta ostinazione della signora, che fino a quel momento (e il fim dura due ore e mezza) ci era sembrata, a dirla tutta, una rompiscatole. Girato con gusto squisitissimo, anche troppo, e in tre formati diversi: Il tondo (non lo si vedeva dai tempi del muto, credo), l’1:1 e il widescreen. Cose che alla gurie piacciono. Difatti I Am Not Madame Bovary ha vinto il festival di San Sebastian. Voto 5+
86_6Vincitore a San Sebastian 2016 (e pure premio come migliore attrice alla protagonista), altri premi e nomination in vari festival asiatrici e un incasso nella patria Cina di 70 milioni di dollari. Sì, avete capito bene, 70 milioni di dollari. Il che, vedendo I Am Not Madame Bovary, francamente si stenta a capirlo. Essendo difatti quello firmato Feng Xiaogang un film fin troppo smaccatamente altoautoriale e da festival più che da platea (si usano ben tre formati diverso in corso di narrazione), anche lambiccato e noioso la sua parte. Ma evidentemente deve aver toccato una qualche corda speciale nel pubblico cinese. Probabilmente per le traversie da povera donna della protagoinista. Forse per le accuse, peraltro abbastanza temperate, lanciate in corso di racconto alla nomenklatura di essee lontana dagli interssi della ggente. Insomma, un accenno, ma solo un accenno di polemica anticasta che ha fatto da richiamo per gli spettatori. Formalmente ricercatissimo fino all’estenuazione. Il regista usa per la parte che si svolge in una rovincia del grane paese addorittura il tondo (non ricordo di averlo mai visto in un film che non fosse muto), poi la ratio 1:1 per la parte metropolitana-pechinese, e wide screen per le ultime, decisive sequenze. Che sono artifici che ai festival ben predispongono la giuria, Agiungete un lavoro squisitissimo sullì’immagine, sui paesaggi, forografati con un languore da antica perganena cinese e avrete capito la seduzione esercitata da questo film sulle anime aspiranti al bello. La storia? La storia è invece assai terragma, concreta, ancorata alla vita, un piccolo quadro di una vita femminile deragliata che si fa emblema e paradigma – ebbene sì! – della condizione femminile tutta.
Li Xuelian e il marito Qin Yuhe hanno finto il divorzio per un motivo che scopriremo solo alla fine (il che è un errore fatale: spostando all’ultima scena la rivelazione decisiva, forse per non spoilerare e mantenere la tensione del racconto, si rende incomprensibile la lotta ostinata della protagonista lungo tutto il film). Adesso però lei ne vuole uno vero, O meglio, chiede che sia annullato quello che lei e marito hanno inscenato per poi divorziare davvero da lui, che si è nel frattempo messo con un’altra donna. Li Xuelian stalkerizza potenti prima di villaggio e poi più su, blocca le loro macchine, inscena proteste nella pubblica via perché si occupino del suo caso (“voglio la mia libertà!”),  ma tutti la scansano. In effetti anche noi spettatori stentiamo a capire perché voglia anulkare il divorzio per poi ridivorziare. Intantogli anni passano. Finché il caso Li Xuelian finisce sui tavoli di certa gente di alto rango, mentre è in preparazione nietendimeno che il congresso del partito. Un politico decide che è ora di occuparsi di lei, di darle finalmente ascolto, per dimostrare al paese intero che quando il popolo chiama e invoca giustizia da parte del potere arriva la risposta. Nessuno si deve sentire solo. Ma proprio quando il caso di Li Xueliam sta per essere affrontato, lei cambia idea, scappa, non si fa trovare. Fino all’ultima scena, dpve capiremo tutto, ma troppo tardi per rivalutare un film insopportabilmente lungo e berboso (due ore e mezza), troppo astruso e con una protagonista con cui francamente non ce la si fa proprio a solidarizzare. Il regista opta per una mesinscena squisita ed estetizzante che stride con una storia di forte realismo assai vicina alle esemplari parabole sulla nuova Cina di Jia Zangkhe, senza però mai raggiungerne l’intensità e la verità. Però com’è bravo il regista, e come sa girare. Si vedano le sequenze del congresso del partuto, visivamente smaglianti con quei rossi vermigli e con la langue de bois dei burocrati riprodotta con perfetto mimetismo.

 

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