Fesatival di Cannes 2017. Recensione: JUPITER’S MOON, un film di Kornél Mundruczó. Un angelo sopra Budapest

0a3785c8a881e16cd220df4cb8f7d028Jupiters’s Moon (La luna di Giove), un film di Kornél Mandruczó. Con Merab Ninidze, Zsombor Jéger, György Cserhalmi. Competizione.
35bc72a43029e530333dd5f2a0e33ff8Il più fischiato del festival. Eppure l’ungherese Jupiter’s Moon non è film qualunque, per come si sottrae a ogni facile convenzione e classificazione. Un film bizzarro che, partendo dalla crisi dei rifugiati siriani nei Balcani, ci mostra l’Ungheria di oggi trasformata in una specie di società distopica, divisa tra un potere spietato e il nuovo popolo dell’abisso costituito dai migranti. Ma non si tratta di un film-manifesto politico, il regista la butta se mai sulla parabola forse evangelica forse no, con un rifugiato che miracolosamente si ritrova con il dono del volo. Una fiaba nera assai centroeuropea, con fantasmi espressionisti dappertutto. Voto 6
b9af7726699b194f0c3a1507c1eeec22Che buuh, anzi che muggiti alla fine del press screening. Mai sentiti così stentorei a un festival. Certo, l’ungherese Jupiter’s Moon è di quei film che sembrano pensati apposta per mandar fuori di testa sia il critico istituzionale da salottino buono come il jeune critique solo apperentemente non conformista e in realtà allineato al pensiero prevalento del (suo) branco. Perché è qualcosa che sfugge a ogni classificazione, che non si lascia infilare in nessuna categoria, nemmeno in quella del politicamente corretto. Tutti si aspettavano un film militante pro rifugiati e magari un manifesto contro quel fascistone di Viktor Orban – Jupiter’s Moon viene dall’Ungheria – reo di aver costruito un muro, o un muretto, per non fare entrare siriani e irakeni in casa sua. Invece La luna di Giove scompiglia le carte che tutti credevano di aver già in mano dopo lettura (dis)attenta della sinossi, parla sì di rifugiati, ma si guarda bene dal santificarli, mostrandoci anzi un attentato terrorista in metropolitana opera di jihadisti infiltratisi sotto la copertura del disastro umanitario nelle zone di guerra mediorientali. E quando santifica, lo fa secondo la tradizione cristiana, facendo del suo protagonista una specie di angelo, non si sa se salvifico o sterminatore. Il regista Kornél Mandruczó che già ci aveva dato un saggio della sua vena bizzarra e anarcoide con White God vincitore due edizioni fa qui di Un Certain Regard, dove metteva in scena la rivolta dei cani senza collare e senza padrone in una livida Budapest, continua sulla strada di un cinema disturbante e anomalo, non apparentabile a nessun altro. Denso di intuizioni e folgorazioni quanto di derive in un fantastico plumbeo e catramoso popolato da simbolismi e metafore francamente difficili da sostenere. In White God l’impresa gli era riuscita meglio anche perché i cani, si sa, al cinema sono sempre possenti macchine creatrici di consenso, qui può contare solo sugli umani, che non raggiungono lo stesso indice di gradimento dei canini. Per mezz’ora ie più si cerca di capire dove voglia andare a parare con la strana parabola che ci sta srotolando davanti, poi ci si rende conto che non c’è nessuna tesi incorporata nel film, nessun fine, nessuna tesi da dimostrare, che si tratta solo di un congegno narrativo autistico e autoreferenziale che si alimenta da sé secondo logiche interne e senza un obiettivo intellegibile. A contare è solo quanto man mano capita sotto i nostri occhi, la pura narrazione. In una clima da fiaba nera e anche di noir metropolitano, in una città che si immagina essere Budapest, totalmente astratta e ridotta a scenario di loschi figuri e a teatro di una violenza sistemica. I rifigiati siriani sono i muovi paria, il nuovo popolo dell’abisso, il bersaglio di un potere poliziesco armato e spietato che li insegue e li stana ovunque tentino di nascondersi, e che non esita a sparare e ammazzare in nome dell’ordine. La città è uno spazio distopico dove impera la caccia ai fuggitivi, mntre la popolazione assiste o non assiste indifferente. Ombre sinistrissime e assai weimariane-espressoniste si allungano sugli ambienti e gli umani, si sente la vicinanza geografica e culturale del praghese Golem e del conte Dracula, domiciliato non tropo lontano, in Trasilvania. Incombe, più che la tragedia, un senso costante di minaccia. Nessuno può sentirsi al sicuro da quel sistema di controllo e repressione sempre più pervasio e sempre più paranoico. Non ha il tocco della leggerezza, Kornél Mandruczó, ma il suo oggi distopico lo sa mettere in scena con sapienza, è abilissimo nel manovrare la macchina da presa (spesso frenetica e survoltata) e nel creare atmosfere torbide di sospensione e tensione. Il guaio è che non sa esattamente cosa voglia raccontare, dunque sbanda, imbocca una pista e poi l’abbandona, con personaggi che si muovono sul crinale tra bene e male con tanta disinvoltura da risultare inafferrabili, e indefinibili. Però nei momenti migliori il suo teatro della paura e delle ombre porta dritto, se non a Kafka, almeno al Carol Reed del Terzo uomo (Budapest non è mica così lontana da Vienna).
Nell’Ungheria dove il migrante clandestino è considerato un reo da perseguire e coloro che lo aiutano dei complici, il giovane Aryan, in fuga da Homs insieme al padre e ansioso di ricollocarsi in Europa, finisce sparato da un poliziotto carognissima mentre tenta di passare la frontiera con altri disgraziato. E però dopo l’incidente, come il protagonista di Lo chiamavano Jeeg Robot, per misteriose ragioni acquista un superpotere, quello di lievitare. Di volare. Lo prrnde sotto la sua (interessata) ala protettrice un medico che sta perdendo il lavoro e ha bisogni di soldi, e che vede in quell’incosapevole angelo venuto dall’inferno siriano un aiuto, forse un segno del destino. Segue una stora assai confusa, in cui il medico fa esibire il suo uomo che vola dietro pagamento,  in una relazione ambigua, forse nche venata di omoerotismo, che ricorda quella tra Tognazzi e la Girardot di La donna scimmia di Marco Ferreri. Ma Aryan, sembrano suggerire i momenti più onirici e scatenati del film Mandruczó, è il segno non solo del riscatto dei reietti, ma anche il messaggero du un oltreumano (di un divino?) che l’attuale secolarizzazione ci impedisce di cogliere. Tutto girato alla velocità di un noir, secondo il modello dei film caccia-all’-uomo. La scneggiatura vagola senza troppa coerenza quasi a seguire gli impulsi del regista, la figura del medico oscilla tra la carogna e l’eroe, e però io dico: avercene di film malriusciti come questo però cosiì sfacciatamente vitali, che osano e sabotano ferre convimzioni  convenzioni. Chiaro che non beccherà alcun premio e che finirà in fondo alle classifiche bon ton delle riviste specializzate che sguono il festival. Ma io preferisco Jupiter’s Moon a certi smorti compitini come Wonderstruck che ha suscitato incomprensibili entusiasmi e dato perfino come possibile Palma (che Dio ce ne scampi). No hrazie, meglio il cinema scionveniente di Mandruczó.

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