Festival di Cannes 2017. Recensione: LE REDOUTABLE di Michel Hazanavicius. Gossip di lusso su Godard e il suo matrimonio-sodalizio con Anne Wiazemski

e090194299e4879d5fad36ee7cb6916bb0d24cfd54b0d88c69e910d60b4b1c61Le Redoutable, un film  di Michel Hazanavicius. Con Louis Garrel, Stacey Martin, Bérénice Bejo, Mischa Lescot. Concorso.
e0adfb6147fab5ee0330e8a409ef8bb5Lui è il cineasta massimo della Nouvelle Vague. Lei una ragazza di famiglia altoborghese, nipote del Nobel François Mauriac. Anne Wiazemski e Jean Luc Godard si innamorano sul set del primo film rivoluzionario (in senso maoista) di lui, La Cinese. Si sposeranno di lì a poco. Tratto dal memoir di Anne Wiazemski Un an après, Le Redoutable racconta la loro storia complicata, e la crisi del regista che – siamo nel fatale ’68 – vuole cancellare il proprio passato e rinascere come autore militante. Un film che, in fondo, fa del pettolezzo chic andando a rovistare nel privato di un genio. Hazanavicius gira rifacendo e parodiando JLC e il suo stile, ed è, bisogna ammetterlo, un gran divertimento. Voto 6
794472a3108d29d56dd57074836b2e6bIn ritardo ecco l’opinione mia sul molto atteso (e che code, lo scorso sabato pomeriggio, per entrare alla Salle Debussy) film di Michel Hazanavicius. Atteso mica per lui, che dopo The Artist si è prodotto in uno dei più brutti film degli ultimi anni cannensi, The Search, ma per il soggetto-oggetto di questo suo lavoro, nientedimeno che Jean-Luc Godard, il totem del cinema francese, lo svizzero ginevrino-calvinista che ha portato nel cinema l’ascesi dell’avanguardismo più radicale, il signore oggi ultraottantenne venerato dai cinefili di ogni età come la Madonna di Fatima della sperimentazione. E che si nasconde nel suo eremo sul Lemano, una modestissima e qualunque casa (si è sottratto perfino allo scampanellio alla porta, scampanellio ripetuto più volte, della sua amica di Nouvelle Vague Agnès Varda che nelle scene finali del suo meraviglioso Villages Visages, visto fuori concorso qualche giorno fa, bussa e ribussa e suona invano: la porta rimane chiusa e il Grande Vecchio non si palesa). E insomma, come dice il mio amico Luca P., che ve lo dico affà: si sa che l’invisibilità, il sottrarsi alle folle e a ogni pompa mondana aumenta il tasso mitologico del desaparecido, ce lo ha ricordato perfino lo Young Pope di Sorrentino. Bene, è successo che la ex moglie di Godard, nonché ex compagna di lavoro, ex musa e riluttante compagna di lotte studentesche-operaie nella stagione tra Sessanta e Settanta, insomma la signora Anne Wiazemski, abbia pubblicato un memoir su quel pezzo di vita accanto al mito. Titolo: Un an après, gran successo in Francia. Libro da cui Hazanavicius ha tratto questa specie di biopic. Dunque, il Grande Avanguardista dell’onda novella che con A bout de souffle e film immediatamente successivi sovvertì il cinema e le sue regole (o almeno così vuole la vulgata, e bisognerà pure che un giorno o l’altro si vada a verificare la consistenza del mito attraverso la lama affilata della critica e della ricerca storiografica) visto assai in privato, tra letto, cucina, tinello, case di città e case di vacanza, e set, e marciapiedi di lotta tra Parigi e Cannes, e assemblee infuocate alla Sorbonne. Sempre fedelmente seguito dalla giovane moglie adorante e ubbidiente, fors’anche plagiata dal Genio, genio antipatico se mai ve ne furono, nel senso più letterale. Proprio odioso, Jean-Luc. Una spocchia. Uno che parla per sentenze perentorie, anche perché allineato in quella stagione al più tremendo e acritico marxismo-leninismo in salsa maoista (e ancora mi chiedo come una testa affilata come la sua e un uomo tanto libero nel suo fare cinema abbia potuto adottare una delle forme politiche più chiuse e rigide che il pur sciaguratissimo Novecento abbia partorito). Mao Mao!, come suona la canzoncina pop che percorre La Chinoise, il film del ’67 che ha Anne Wiazemski come protagonista rivoluzionaria però con broncio assai chic e assai BB, e che li fa cadere innamorati. Lui è già il consacrato genio del cinema francese rinnovato in opposizione a quello odiato di papà, ha 37 anni, ha il fascino dell’intellettuale che non scende a compromessi, lei, giovanissima, ha debuttato nel cinema con Robert Bresson in Au hasard, Balthasar!, ovvero uno dei film più belli di sempre, viene da una casata altoborghese, cattolica e gaullista, è la nipote dello scrittore insignito di premio Nobel François Mauriac. Ma Anne non è un’intellettuale, è solo una ragazza che di JLG si innamora davvero, fors’anche ricambiata. Ha solo vent’anni, 17 meno dell’uomo che diventa suo marito, e che la tratta come una poupée, un trofeo da esibire. Staranno insieme un paio d’anni scarsi, ma pieni di cose, e che cose. Sono anni cruciali, e dunque la coppia – essendosi Jean Luc radicalizzato politicamente dopo La Chinoise (un tonfo al botteghino) – passa da un’assemblea all’altra, da una manif all’altra, e lei a fianco, benché poco convinta. JLC comincia a uccidersi in quanto intellettuale e regista e a rinascere come rivoluzionario. Disconosce i suoi film precedenti, vuole fare del cinema un’arma combattente al servizio del proletariato, cancellare la propria identità. Ammazzarsi metaforicamente. “Jean Luc non esise più, non esiste più Godard”. Intanto litiga con tutti, compreso Bernardo Bertolucci, comincia a essere patologicamente geloso di Anne, vede rivali dappertutto. E quando lei va in Italia a girare con Marco Ferreri Il seme dell’uomo la raggiunge e le fa una scenataccia (e però, caro Hazanavicus, non si rappresenta Ferreri così, non si rappresentano gli italiani così, intendo secondo i più vieti cliché, attovagliati e rumorosi cantando Azzurro di Celentano). Il resto, che è parecchio, lo vedrete al cinema, o leggendo se già non l’avete fatto il memoir della Wiazemski. Ci si diverte parecchio, ammettiamolo. Anche se il film resta nel suo fondo un pettegolezzo lussuosamente e brillantemente messo in scena. Hazanavicius dimostra di dare il suo meglio con la parodia, impaginando il film come un film di Godard, mutuandone vezzi e tic, soprattutto del primo Godard, il migliore. Ed ecco lui (interpretato con aderenza fisica notevole e il giusto grado di antipatia da Louis Garrel) che guarda in macchina e si rivolge allo spettatore, secondo quel brechtismo che lui aveva applicato nella sua stagione anni Sessanta, e largamente nella stessa Chinoise. Scansione del racconto per capitoli dottamente e astrusamente titolati (abitudine, o vizio, che Godard non ha mai perso, vedi il recente Adieu au langage). Immagini e colori pop art. E la crisi coniugale è raccontata al modo de Il disprezzo. La camera che passa lenta sul corpo nudo di Anne (Stacey Martin, per niente simile fisicamente alla Wiazemski, ma brava nel renderne la ritrosia e l’orgoglio) rifà la mitica scena iniziale di Le mépris con una magnifica Brigitte Bardot. E quando Anne dice a Jean Luc “non ti amo più” ripete esattamente le parole di BB a Michel Piccoli in quel capolavoro. Insomma, Hazanavicius conosce la materia, ha studiato, e si vede. Peccato che il film non riesca a togliersi di dosso una certa trivialità, trasformando lo spettatore in voyeur di una vita famosa, anzi due. Scena allarmante: quella in cui JLC in un’assemblea studentesca parla sciaguratamente di Israele come del nuovo nazismo. E questa no, non gliela si può proprio perdonare. Il titolo: Redoutable è il nome del primo sottomarino nucleare francese. “La nostra vita insieme è come stare sul Redoutable” si dicono i due, per dire la complicazione del loro matrimonio.
UPDATING: grazie a Bogdan Kara che su Facebook mi ha segnalato un mio errore. Il libro di Anne Wiazemski da cui il film è tratto non è Un anno cruciale, come avevo scritto, ma Un an après. Come ho poi corretto.
E grazie anche a Alberto Mattioli, che mi ricorda come il Redoutable fosse il nome del primo sottomarino nucleare francese, mica sovietico come avevo erroneamente scritto. Sottomarino voluto dal generale De Gaulle. Vive La force de frappe!

 

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