Festival di Cannes 2017. Recensione: HIKARI (Radiance) di Naomi Kawase. Un film insopportabilmente kitsch che ne contiene un altro meraviglioso

d276bcdc7214b3c000893ef09eee9659Hikari (Radiance – Vers la lumière), un film di Naomi Kawase. Con Ayame Misaki, Masatoshi Nagase, Tatsuya Fuji, Kazuko Shirakawa. Concorso.
eae9e229ad268f82f064e6b6b018ee11Un film che sotto la paccottiglia kitsch e sentimentalista ne nasconde un altro meraviglioso. Almeno quaranta-cinquanta minuti di Hikari della giapponese Naomi Kawase sono cinema grande e alto, e che importa se il resto è da buttare. Qui si racconta di cinema per i ciechi, di un cieco che scatta fotografie, di una ragazza che descrive le parti non parlate dei film a chi non li vede. Lo sguardo di chi non ha sguardo, ed è un’idea narrativa folgorante, altroché. Nel caso che la giuria non si mettesse d’accordo su titoli più corposi e importanti, Hikari potrebbe spuntare come film unificante e portarsi via la Palma. Voto 7

2d63f1a4e38fd139d61d3c5f611c3236Da quando lo frequento, ho sempre detestato il cinema di Naomi Kawase, autrice giapponese alquanto appartata e discosta rispetto al cinema, quello mainstream e quello da festival, del suo paese. Che non abbonda mi par di ricordare di donne dietro la macchina da presa. Ma lasciamo stare, che se no si finisce col ficcarsi in questioni tipo quote rosa, e chi ne ha più voglia. Ho sempre detestato i Kawase-movie, dicevo, per il tasso di sentimentalismo oltre il livello di guardia (che anzi in un cinema serio dovrebbe essere a zero proprio), per quel senso panico e cosmico che li intride (sì, certo, anche Malick c’ha questo vizietto, ma è Malick e se lo può permettere), per il sincretismo new age che spunta in ogni inquadratura e in ogni vibrare di persone e cose, per l’intimismo da cinema ahinoi cosiddetto femminile (sorry, ma io amo le registe dal tocco sobrio e virile, mica smanceroso, per capirci le Kathryn Bigelow, Lynn Ramsey, Andrea Arnold).
Eppure. Eppure questo suo Hikari (o all’inglese Radiance o alla francese Vers la lumière) mi è stranamente piaciuto, o non mi è dispiaciuto, o m’è spiaciuto meno di quanto mi aspettassi. Configurandosi come uno di quei film – ne ho scritto oggi nella mia classifica parziale revisionata – quasi impossibili da giudicare e ai quali è anche più impossibile attribuire un voto, perché sfuggenti, liquidi, inafferrabili, doppi, multipli (nel senso di personalità multiple e coabitanti), impasto indistinguibile di meglio e peggio, di momenti insostenibili e imperdonabili e di altri invece al limite del sublime. Quello di Hikari non è il solo caso del concorso di Cannes 70. Rientrano nella categoria almeno anche Rodin di Jacques Doillon e il complesso Krotkaya di Sergei Loznitsa. Succede che in questo Kawase la paccottiglia kitsch (sole morente su mare oscenamente cartolinesco, sottotrama superflua e larmoyante con mamma malata di Alzheimer, musica dolciastra onnipresente, dialoghi impossibili tipo “quando mi porti a vedere il tuo tramonto?”) nasconda almeno quaranta-cinquanta minuti di cinema meraviglioso. E non chiedetemi come sia possibile, perché non l’ho capito, ma così incredibilmente è. La Naomi Kawase buona sa essere di una finezza e di una penetrazione nei meandri della mente come pochi, sa restituire momenti di incanto, di sospensione della realtà, rallentamento del tempo, scoperta di un altro essere vivi, di una vita parallela. Questo film ci racconta di qualcosa di fantasmatico eppure reale: di cinema per ciechi, e di un cieco che scatta fotografia con una vecchia Rolleiflex. Lo sguardo di chi non vede. Lo sguardo dei senza-sguardo. La ventenne Misako (la interpreta la più bella di questo festival insieme alla coreana Kim Minhee. Nome: Ayame Misaki) fa uno strano mestiere, quello di descrivere per i ciechi le scene non parlate, non dialogate, dei film. Redige il suo copione, poi lo legge a un gruppo di non vedenti che suggeriscono cambiamenti, miglioramenti, o criticano apertamente e anche duramente quello che non va. Il film su cui sta lavorando parla di un vcchio e del suo strazio per la moglie morta, e la ricerca delle parole per dirlo è per Misako una fatica e una sfida. Il più tosto dei non vedenti con cui deve confrontarsi nel gruppo-test è Nakamori, un signore che ha perso quasi totalmente la vista, e solo guardando verso il basso riesce a percepire un qualche balenio, una qualche forma, e sono questi fantasmi luminescenti che cerca di afferrare attraverso la sua Rolleiflex. Il confronto tra i due è l’asse narrativo del film, ed è anche quello che porterà l’una e l’altro verso un’altra visione di sé e del mondo. Seguire Misako e Nakamori in questa ricerca è, credetemi, un’esperienza (e quando arriva sullo shermo la foto di lei scattata da lui si resta folgorati), e che importa se poi Naomi Kawase ci fa pagare il bello del film con il suo sciocchezzaio sentimentalista. Perché, ebbene sì, nei momenti migliori quel suo pessimo poeticismo si sublima in quella cosa fragile, che solo a nominarla rischia di deteriorarsi, che si chiama poesia (una parola da evitare nelle recensioni dabbene, ma stavolta proprio non si può). Applausi al press screening, ma anche molti dissensi. In my opinion, se la giuria non dovesse trovare un accordo su film più corposi e importanti come Loveless, The Killing of A Sacred Deer o 120 battiti al minuto, Hikari/Radiance potrebbe saltar fuori come film unificante e portarsi via la Palma d’oro.

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