Festival di Cannes 2017. Recensione: RODIN, un film di Jacques Doillon. Davvero il peggio del concorso?

ed107a1d78f33719474e1dd723c57e72c1eb5ed364d8769a363086ea2c91e8efRodin, un film di Jacques Doillon. Con Vincent Lindon, HizÏa Higelin, Séverine Caneele, Bernard Verley. Concorso.
e075f888d1c6ad16f3e346b2e24092abUn pezzo di vita dello scultore francese messo in cinema da un regista rispettato come Jacques Doillon. Che si dà da fare in ogni modo – ad esempio accentuando il tasso di fisicità – per far saltare in aria la forma e le convenzioni da fiction tv. Senza riuscirci. Voto 5
ebf8493ab1bf10838b08498867aba537Sì, pure io l’ho messo inzialmente all’inferno, all’ultimo posto della mia classifica del concorso. E uscendo dalla proiezione ero esasperato, come tutti. Un film-non film che si porta impresse le stigmate delle produzioni televisive di veccha generazione e concezione, mica la nuova serialità, no, quegli sceneggiati spalmati su più serate a uso della tv più generalista che c’è e del pubblico meno disposto a  rischiare. La tv delle fiction in costume intorno a personaggi che son glorie nazionali, monumenti, gente magari discussa in vita ma diventata un totem post mortem. Celebrazioni. Cerimonie di beatificazione. Difatti Rodin parla di Auguste Rodin, lo scultore francese che nel secondo Ottocento impresse un’accelerazione espressiva all’arte del bronzo, dell’argilla, del marmo. Suscitando entusiasmi e riprovazione. Ecco, un film così che ci sta mai a fare a Cannes in concorso? Collocazione più sbagliata non poteva esserci, e difatti è stato il più grande flop del festival. Aizzando il sadismo di molta parte dei recensori che amano odiare e demolire (li fa sentore decisivi, mentre non lo sono più da un pezzo). Rodin come perfetto capro espiatorio di questpo festival. Eppure, a guardarlo bene, e a ripensarci, Rodin non è così infame. La sceneggiatura è di massima convenzionalità, ricostruendo linearmente, e senza sussulti né tantomeno decostruzionismi come usa oggi, un pezzo di vita dello scultore, già carico di onori e già in età matura (siamo nel 1880, lui ha 40, che per llora era un’età). Gli è appena arrivata un commessa dalle istituzioni, la prima per lui artista non ufficiale, non allineato, mai di regime, una porta che si ispira all’Inferno dantesco. Nel suo atelier un giro incessante di donne. Modell, pronte a denudarsi e contorcersi in ogni modo per il maestro, che adora le pose plasticamente eccentriche e un filo porcone. C’è Rose, la fedele governante-amante di una vita, che gli ha anche dato un figlio da lui mai riconosciuto. E c’è Camille Claudel, l’alieva più dotata ma anche la più fragile, da cui verrà travolto fino a pensare di sposarla.

Ma non lo farà, con le conseguenze devastanti sulla vita di Camille che altri film (uno, famosissimo, con Isabelle Adjani, un altro più recente di Bruno Dumont con Juliette Binoche) ci hanno mostrati. I cliché ci sono tutti, e tutti rispettati scrupolosamente. Il binomio genio e sregolatezza. L’artista cui può essere concesso – ad esempio una vita libertina – quello che agli altri è interdetto. Vezzi insopportabili da fiction sui famosi che frequentano famosi, e dunque qui è tutto un “come sta signor Hugo? Buongiorno signor Monet!, ma perché non si ferma che sta per arrivare Cézanne? E anche Clémenceau dovrebbe fare un salto. Quanto a Balzac, ha appena lasciato l’atelier”. Roba così, da scappare dalla sala. Solo che Jacques Doillon non è esattamente un regista convenzionale, sicché cerca come può di far saltare per aria la forma da vecchia serie tv che ingabbia Rodin. Squilibrando il modello narrativo come fa il protagonista con le sue sculture arditissime, sottoponendolo a torsioni e tensioni fino a sfiorare il punto di rottura. Allestisce bellissimi set: l’atelier, con quelle membra di marmo disarticolate appese e sparse dappertutto, e pezzi di materia che prendono forma per poi trasmutarsi in un’altra forma, è un antro delle meraviglie, la caverna del mago. Soprattutto, Doillon esaspera il tasso di fisicità e corporalità, la materia è tutto e lo spirito solo una sua funzione- emanazione. Rodin è impastato di terra come le sue opere, è un corpo in perenne eruzione, creativa e amorosa, ma è la sua goventante-amante Rose la grane invenzione visiva del regista. Una presenza di smisurata carnalità, che un tempo si sarebbe detta felliniana, e che torreggia nelle scene in cui compare, fino a farsi simbolo dello stesso film.

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