Cannes 2017: I 10 FILM MIGLIORI (secondo me)

Tra selezione ufficiale del festival nelle sue varie ramificazioni –  Concorso, Un Certain Regard, Fuori Concorso ecc. – e le rassegne collaterali off-indipendenti (Quinzaine des Réalisateurs e Semaine de la Critique), ho visto quest’anno a Cannes 44 film, sempre che non abbia sbagliato la conta. Difficile stilare un bilancio tra film molto buoni, altri solo decorosamente medi e un bel po’ di delusioni (come Wonderstruck di Todd Haynes). È stata dura scegliere i 10 migliori – escludendo cose belle e importanti come 120 battements par minute di Robin Campillo, la commedia di Claire Denis che ha aperto la Quinzaine Un beau soleil intérieur o, ancora, A Ciambra di Jonas Carpignano -, ma ecco l’abbastanza sofferta lista. Come potete vedere, manca il vincitore, The Square dello svedese Ruben Östlund, buon film, ma discontinuo e non così a fuoco, di smodate e non sempre realizzate ambizioni. Credo che la Palma, anche se non immeritata, gli stia un po’ larga.
Avvertenza: questa non è una classifica.

Jannette, l’enfance de Jeanne d’Arc di Bruno Dumont (Quinzaine des Réalisateurs)
JEANNETTE, L’ENFANCE DE JEANNE D’ARC_Photographe.R.Arpajou©TAOS Films - ARTE France_ARP6631Mio personale coup de foudre. E pure coup de coeur. Se puntandomi una pistola alla tempia mi si intimasse di scegliere uno e uno solo dei film che ho visto a Cannes 2017 andrei su questa follia geniale di Bruno Dumont. Qualcosa di non apparentabile a niente di già visto. Il regista di L’humanité, P’tit Quinquin e Ma Loute, talento purissimo e indomabile di un cinema sprezzante della medietà, stavolta va oltre anche i propri radicalismi passati per realizzare un musical a modo suo sull’infanzia e gioventù di Giovanna d’Arco la pastorella, sugli anni della chiamata e della preparazione all’aventura titanica che la vedrà protagonista. Siamo in un’arcadia – trattasi delle dune ridisegnate dal vento del Pas de Calais, quel pezzo di Francia Nord che è il paesaggio prediletto di Dumont – disseminata di personaggi di bizzarra fisicità talvolta fino alla deformazione, di apparizioni surreali e visioni mistiche. Poverismi disadorni che ricordano Pasolini. La pazza idea di partire da due testi di Charles Péguy, ovvero il cattolicesimno francese nella sua forma più mistica che si fa drammaturgia gonfia e parola sontuosa, affidando poi la parte musicale a un autore electropop come Gautier Serre alias IGORR, creando voluti clash stilistici e dissonanze, straniamenti e spiazzamenti. Facendo ballare i suoi personaggi (su coreografie di Philippe Decouflé) come degli ossessi e tarantati postmoderni di un qualche rave. Il sublime e il triviale, l’altissimo, inteso anche come sacro e divino, e il basso si mescolano inestricabili. L’effetto è quello di un delirio mistico, di un viaggio in un mondo e un’umanità sospesi tra l’ascesi e il richiamo della terra, della carne. Senti i profumi di un sognato paradiso e le puzze dello stallatico, dei montoni e della case miserrime. Dialoghi in un francese magnificente e ricercatissimo, spesso cantati. Incredibili lo zio che a ritmo di rap si muove a scatti come una marionetta o il Totò più surreale, e il numero cantato e ballato delle due suore (o meglio, se ho capito bene, una badessa e il suo doppio). Molte le fughe dalla sala, e però come si fa a non restare strabiliati da un cinema così estremo, da una sfida tanto radicale? Jacques Démy incontra Rossellini, Pasolini, Bresson, Peguy, e perfino il Richard (o, in Italia, Riccardo) Cocciante di Notre Dame de Paris, e  già questo. Commistione-ibrididazione di sensibilità e stili perfino incompatibili, eppure Dumont ce la fa. Molti recensori lo hanno trovato imbarazzante, ma quando mai Dumont non lo è stato (vedi la lievitazione di L’Humanité)? Culto!

Tesnota (Closeness – Une vie à l’étroit) di Kantemir Balagov (Un Certain Regard)
412973c309e5e7f9269dca7b851e6f20È nato un autore. Nome: Kantemir Balagov, anni 26, russo di Nalchik, capitale della repubblica nord caucasica del Kabardino-Balkaria (ne conoscevate l’esistenza e la collocazione geografica? io, fino a questo film, no). Il suo Tesnota è il miglior film tra i 10 (su 18) che sono riuscito a vedere di Un Certain Regard, la sezione seconda del festival, e però uscitone senza ric0noscimenti (eppure si poteva almeno premiare la sua attrice protagonista, la formidabile Darya Zhovner, premio invece andato come ben si sa alla Jasmine Trinca di Fortunata di Sergio Castellitto). Neanche la Caméra d’or gli han dato, il premio all’opera prima migliore tra tutte quelle presentate nella Selezione ufficiale, alla Quinzaine e alla Semaine (lo ha vinto la francese Léonor Serraille con Jeune Femme). Balagov è una delle non molte rivelazioni vere di questo Cannes, un auteur giovanissimo uscito dai corsi di cinema tenuti da Alexander Sokurov all’università di Nalchik. Che, oltre che la città di Balagov, è anche quella in cui si svolge Tesnota, ispirato a fatti realmenti una ventina di anni fa e raccontati al regista dal padre.
Anno 1998, l’era di Eltsin è alla fine, si profila quella di Vladimir Putin. Il Caucaso è area di massima instabilità, dopo gli sconvolgimenti della guerra di indipendenza cecena, mentre sta per scattare la controffensiva russa che riporterà i riottosi caucasici sotto il controllo di Mosca. Il Kabardino-Balkaria, non lontano dalla Cecenia, sembra al riparo dalle scosse, eppure qualcosa nel profondo sta cambiando. Balagov racconta di una famiglia della piccola comunità ebraica di Nalchik, una minoranza in una città e in una repubblica prevalentemente musulmane, e già questo rende straordinario il film (e non si può non pensare alle pagine delle Benevole di Jonathan Littell in cui i tedeschi invasori di parte del Cucaso censiscono maniacalmente, anche coinvolgendo dotti antropologi e linguisti berlinesi, tutte le comunità israelitiche dell’area, distinguendo tra chi ebreo lo è secondo i loro criminali parametri solo culturalmente o anche per razza, e dunque tra chi avviare allo sterminio e chi no). Ilana è una ragazza ribelle con i suoi modi rudi da tomboy. Lavora con il padre nell’autofficina di famiglia, adora quel lavoro da maschio, rifiuta un lavoro più gentile. È in conflitto con la madre, severa custode della tradizione ebraica che non accetta la storia di Ilana con un ragazzo musulmano kabarde di nome Zalim (“ricordati, lui non è della nostra tribù”: almeno così nei sottotitoli, e chissà se nell’originale si parla proprio di tribù). L’equilibrio della famiglia, e quella della comunità ebraica, verrà sconvolto  quando David, i fratello di Ilana, verrà rapito insieme alla neofidanzata Lea a scopo di riscatto. Fenomeno assai diffuso da quelle parti alla fine degli instabili, e per tutta la Russia terribili, anni Novanta, spesso con famiglie ebraiche come bersaglio. L’inefficiente e corrotta polizia assiste senza agire. L’unica soluzione è trovare i soldi del riscatto. Il padre di David vende tutto quello che può, ma non basta, e non basta nemmeno l’aiuto della comunità. A Ilana verrà chiesto di sacrificarsi (non dico come), mentre la storia con il suo ragazzo kabarde comincia a risentire del clima strisciante di radicalizzazione islamica. E uno dei momenti più agghiaccianti è la visione da parte di Ilana, Zalim e i suoi amici di un video in cui i guerriglieri ceceni tagliano la gola ad alcuni soldati russi prigionieri. Balagov sta concentrato sui suoi personaggi, non si addentra in quell’esplosivo intrico ambientale di etnie e culture, e però quanto racconta molto lascia intuire. Tesnota è la storia di una ragazza contro costretta a fare i conti con le tradizioni, pur se diverse, della propria famiglia e del mondo fuori. Ma è anche il referto, per quanto solo alluso, di uno scontro di civiltà, piaccia o meno. Il ventiseienne regista gira con un’energia rabbiosa, con un immediatismo che almeno in apparenza è lontano dal cinema lento del suo maestro Sokurov, e che conserva certa selvaggeria da opera prima. Qui siamo più dalle parti del cinema giovane globale, con macchina a mano a seguire nevrotica e veloce i personaggi, e con però uno strano ritmo interno. Kantemir Balagov alterna frenesie a momenti contemplativi, soprattutto alla fine, praticando uno strano cinema che possiamo dire del differimento, dove le rivelazioni, le svolte narrative sono continuamente rimandate, fino a creare una tensione anche estenuante per lo spettatore. Troppo presto per dire se sia stile, un’impronta personale o un effetto del tutto inconsapevole. Intanto registriamo che da una remota republica nord caucasica è arrivato un autore.

Visages Villages di Agnès Varda & JR (Fuori concorso)
1003f37d1e6211377925bb45b7130244L’ottantanovenne Agnès Varda (a Cannes la si è vista passare davanti alla Salle Debussy inconfondibile col suo caschetto bicolore, ormai un marchio) si allea con il fotografo-artista JR e realizza uno delle cose più belle del festival, benché collocata lateralmente, fuori concorso. Tant’è che non eravamo poi così tanti al primo screening. E però che grazia, che incanto questo Visages Villages dove Varda conferma il suo infallibile occhio nel riprendere-catturare persone, cose, paesaggi. La sua capacità di restituire la vita nel suo farsi. E però anche quanta forza e determinazione: dal film, che è (anche) un viaggio nella Francia chiamiamola minore, dai villaggi dal Sud al Nord dell’Exagone, emerge una Varda decisa a esplorare il paese delle industrie e delle miniere dismesse, dei cantieri sopravvissuti alla concorrenza globale, dei contadini legati alla francesità profonda. Eccola con JR, un giovane uomo tra i trenta e i quaranta che godardianamente non si toglie mai gli occhiali scuri, battere le strade di Francia sul camion di lui decorato come una grande macchina fotografica. Et pour cause, poiché JR si ferma come gli ambulanti o i nomadi nelle strade, nelle piazze, bivacca, fa salire abitanti e passanti, li fotografa, sviluppa e stampa i ritratti in gigantografie in bianco e nero che poi incolla come enormi graffiti sui muri della case o altri spazi aperti, o su pezzi di paesaggio (compreso un bunker tedesco fatto rotolare sulla spiaggia). Varda lo accompagna, sceglie, consiglia, si impone. Ecco le file di case un tempo dei minatori del Nord che rivivono con le foto giganti di chi le abitò, ecco cantieri dove le enormi strutture vengono ricoperte e femminilizzate, non dolciastramente ingentilite però, dai ritratti di mogli di operai. L’effetto è talvolta quello di ridare vita a zone morte, altre, all’opposto, di rendere fantasmatica e fantastica la più corposa realtà. La collaborazione tra i due autori, pur così lontani per età e sensibilità, sembra totale, anche se con l’avanzare del film Varda diventa sempre più leader. Visages Villages (il gioco di parole in italiano è intraducibile, mentre in inglese si è trovato un efficace corrispettivo in Faces Places) è puro cinema che sperimenta e si interroga, che va oltre se stesso mescolando documentarismo a tracce di fictionalizzazione e narratività, e all’arte. E che questo sia opera (anche) di una quasi novantenne lascia stupefatti. Alla fine vediamo Agnès Varda con JR a Rolle, il villaggio svizzero sul lago di Ginevra dove abita il grande eremita Jean Luc Godard, lontano amico e complice dei primi tempi di Nouvelle Vague (Varda fotografò le sue nozze con Anna Karina). Suona alla porta una, due, più volte. Invano. Il genio non apre, non appare. Peccato.

The Killing of A Sacred Deer di Yorgos Lanthimos (Concorso)
3f53cd6fbf67c590e9f978a701221774La mia personala Palma d’or0, e invece The Killing of A Sacred Deer (La messa a morte del cervo sacro) si è portato via solo un ex aequo per la migliore sceneggiatura (a Yorgos Lanthimos e al suo collaboratore di sempre Efthimis Filippou; l’altra metà è andata follemente alla Lynn Ramsey di You Were Never Really Here, che nel suo film ha massacrato il copione riducendolo a uno scheletro). E a Lanthimos è andata ancora bene, vista la quantità di odio puro che, al solito e anche più del solito, il suo Cervo ha suscitato in buona parte della critica, soprattutto italiana (meno in quella anglofona), e si presume della giuria. Non ce n’è. Il regista-re della New Wave ellenica continua a disturbare: come lui solo Haneke. Anche adesso che dopo il successo di The Lobster – dieci milioni di dollari incassati solo in America – può contare sull’apporto di divi – qui Nicole Kidman e Colin Farrell – e presumibilmente di capitali. Nonostante sia ormai autore riconosciuto, Lanthimos non concede niente in questo suo film al pubblico e al cinema della gradevolezza e dell’entertainment, insistendo con le sue parabole sulla presenza del male e la necessità di riconoscerlo, di non rimuoverlo. Stavolta, ancora più che in passato, sono evidenti le connessioni con la tragedia greca antica. The Killing of A Sacred Deer, come suggerisce il titolo, è il racconto di un sacrificio necessario, una riscrittura nella contemporaneità americana dell’Ifigenia in Aulide di Euripide (esplicitamente citata in un passaggio). Un chirurgo di successo, sua moglie, la figlia e il figlio adolescenti: nella vita del capofamiglia si insinua un ragazzo di nome Martin. Chi è davvero e cosa vuole? Il film procede ineosorabile verso la sua necessaria conclusione, in un crescendo che ci lascia attoniti come un rito sacrificale agli dei antichi. Il Lanthimos regista mostra i muscoli e appronta una messinscena che lascia basiti per la perfezione tenica e la smagliante qualità estetica. Con movimenti di macchina quasi acrobatici che sembrano incredibili in chi aveva cominciate a filmare in ambienti asfittici con un pugno personaggi (vedi Dogtooth). In my opinion, un capolavoro, e la conferma definitva della statura di Lanthimos, genio antipatico ma genio. Ma sono tra i pochi a pensarlo (chi volesse leggere la mia recensione scritta subito dopo la proiezione a Cannes, clicchi il link).

Loveless (Nelyubov) di Andrey Zyagintsev (Concorso)
61bb2cd5bf571eae5c5638fd1b81405eInsieme a Lanthimos, il russo Andrey Zyagintsev era il più meritevole di Palma, e niente, pure stavolta gli è sfuggita (era già successo tre anni fa quando aveva portato a Cannes il suo possente Leviathan). Eppure di maestri come lui non ce ne sono tanti in giro, con quel senso del cinema classico, bien fait, perfettamente scritto e girato e organizzato, con quella dichiarata e perfino spudorata alta autorialità. Cinema che resiste in Russia, ma corroso in Europa Occidentale e Stati Uniti da tutti i disincanti e i nichilismi, i decostruzionismi e gli scetticismi della nostra stanca ipermodernità. Questo di Loveless invece è ancora un cinema etico che crede in se stesso e nella propria missione di denunciare il male, metterlo sotto accusa. Film che è stato detestato e sbeffeggiato da quasi tutti i jeune critique italiani, l’underground critique, che l’ha trovato troppo classico, vecchio, troppo poco libero e selvaggio. Con troppe ambizioni a farsi metafora, e propensione a usarla, la metafora. Io dico: grazie a Dio che di autori come Zyagintsev ce ne sono ancora. Stavolta il racconto è quello, apparentemente semplice e minimalista, di una coppia che si sgretola e sta per divorziare, tra odi reciproci, meschinerie, rinfacci. La solita squallida separazione. Peccato che ci sia anche un figlio di mezzo, un undicenne di cui gli sciagurati genitori, troppo impegnati a farsi la guerra e detestarsi, non si curano. Succederà qualcosa che li costringerà a fare i conti con la realtà, oltre che con i proprio fantasmi rancorosi. Come sempre in Z., uomini e donne sono incassati in un paesaggio maestoso e spesso feroce che li imprigiona, li condiziona, li riduce a minuscoli insetti pazzi. Chiarissima l’ambizione di tracciare, attraverso questa coppia disgraziata, un quadro della Russia di oggi male occidentalizzata e travolta dai miti consumeristici. Cinema con l’anima che si rivolge a un mondo, e a uno spettatore, che l’ha persa da un pezzo. La mia recensione dopo lo screening a Cannes.

The Florida Project di Sean Baker (Quinzaine des Réalisateurs)
The_Florida_Project-2© Marc SchmidtLa Quinzaine continua anno dop0 anno a farsi sempre più competitiva, con film che ti chiedi perché mai non siano stati ammessi nel gran festival del Palais. Come, quest’anno, Un beau soleil intérieur di Claire Denis che ha aperto la QdR, o questo The Florida Project, uno di quei titoli che il passaparola ha consacrato come da-vedere-assolutamente (tant’è che alla proiezione serale al piccolo cinema Les Arcades c’era una fila mostruosa: la coda è l’immagine che meglio riassume questo Cannes nelle sue varie branche). Io l’ho recuperato, e meno male, l’ultimissimo giorno al Théâtre Croisette che della Quinzaine è l’epicentro e la sala prima. Del regista americano ultra-ultra-indie Sean Baker si era già visto (qui in Italia a Torino) il vitalistico Tangerine, due trans del Sunset Boulevard losangelino in una giornata balorda in cerca dell’ex di una delle due. Con la peculiarità, di cui molto si parlò, di essere stato girato con l’iPhone, con una resa tecnica e visiva stupefacente. Sean Baker conferma con The Florida Project di prediligere gli ambienti e le figure marginali, la povera gente dell’America disgraziata e svantaggiata, e però senza lamentosità né ambizioni di denuncia sociale. Solo seguendo, anche amando, i suoi travolti e stravolti personaggi. Che in questo The Forida Project sono una bambinetta di sei anni assai sveglia, Mooney,  e la sua madre scombinata di nome Halley, forse tossica, di sicuro prostituta all’occorrenza, del cui passato niente sappiamo, solo il presente. Che è abitare con sua figlia in uno squallido e però vistoso motel di colore viola a Orlando, Florida, ai margini di DisneyWorld, calamita irresistibile per l’America profonda. E arrabattarsi, inventarsi la vita ogni giorno per tirar su quanto occorre per campare e pagare l’affitto. Intanto Moonie con i suoi due amichetti vive come una selvaggia, gioca a giochi maleducati e sconvenienti, esplora a modo suo, da monellaccia, il mondo. Intorno un’umanità derelitta, governata e tenuta sotto controllo per quanto è possibile dall’eroico custode-manager del building, un perfetto Willem Dafoe in una parte finalmente non di carogna. Si fatica in molti momenti a stare dalla parte della madre e anche della figlia, troppo chiassose, selvagge, ineducate, ma si resta ammirati da come Baker senza smancerie sbalza fuori il ritratto di questa madre sciagurata eppure amorevolissima e protettiva verso sua figlia. Peccato che i servizi sociali non la pensino così. Finale alla 40o colpi, con DisneyWorld e i suoi castelli al posto del mare. Film al quale per un po’ è difficile voler bene, ma che poi ti travolge. Enormi applausi alla proiezione cui ho assistito.

Good Time di Benny Safdie e Josh Safdie (Concorso)
7cc6da038a579415d6ca9848441c47b2Più che la palma The Square, la vera sorpresa-rivelazione del concorso è stato questo Good Time dei giovani, e pure loro molto indipendenti fratelli newyorkesi Benny e Josh Safdie. Che a Venezia un paio di anni fa avevano convinto pareccchi con il loro diario di una eroinomane titolato Heaver Knows What. Stavolta con Good Times vanno apparentemente sul cinema di genere, sull’heist movie per esplorare però ancora il mondo di chi sta fuori dal cerchio della fortuna e dei privilegi, dei perdenti, dei nuovo ultimi. Due fratelli dalla vita sconnessa e fratturata, uno dei quali con una qualche disabilità pschica, rapinano una banca, ma non tutto, anzi poco, andrà secondo speranza e previsione. Il più debole dei due viene preso, menato, blindato in ospedale, l’altro scappa. e comincia un’avventura urbana, perlopiù notturna, concitata e survolata, allucinante e stravolta, con personaggi pazzi che entrano e escono dalla sarabanda. Sembra di tornare a certo cinema tra anni Settanta e Ottanta, tra Quel pomeriggio di un giorno da cani e I guerrieri della notte. I Safdie (Benny qui è anche attore) girano che è una meraviglia, con un’energia indomabile, con un amore evidente per quella cosa chiamata cinema, e con una partecipazione e una pietas verso i loro disgraziati personaggi nascoste sotto la superficie di teppistica frenesia. Un cinema che vive e respira, come in Cassavetes. Si rischia la retorica del loser, ma i Safdie son troppo bravi per cascarci. Robert Pattinson è strepitoso, e avrebbe potuto prendersi il premio di miglior attore al posto del Joaquin Phoenix di You Were Never Really Here. La mia recensione dopo il press screening a Cannes.

Makala di Emmanuel Gras (Semaine de la Critique)
4b9464b759cb6e585fb2e11ea8e8a76e-1Il film vincitore della Semaine de la Critique (Premio Nespresso, assegnato dalla giuria presieduta dal regista brasiliano di Aquarius Kleber Mendonça Filho), ovvero la più rigorosa e cinefila, e chic, delle varie rassegne cannoise. Diretto dal francese Emmanuel Gras, un film che, come moltissime delle nuove onde sparse oggi per il mondo, mutua i modi e i codici dal documentario, dal cosiddetto cinema del reale, per poi costruire quasi invvertitamente e senza troppo dirlo allo spettatore una narrazione anche decisa. E comunque in questo film girato in Congo c’è il vivere nel suo farsi e disfarsi, come in ogni sogno realista e neorealista di tanto cinema del passato. Con una macchina da presa che sta addosso a un giovane uomo di campagna, di mestiere fabbricante di carbone vegetale (e il procedimento antico, quasi rituale con cui lo si realizza, è uguale a quello che si è visto nella Calabria di Le quattro volte di Michelangelo Frammartino), Gras ne racconta la vita difficile, racconta il mestiere della sopravvivenza, e però senza disperazione, senza urlare denunce. Il protagonisita, con moglie e figlia a carico, è ultimo tra gli ultimi, ma ha progetti, vuole un futuro migliore, cerca come può di realizzarli. E però assistiamo alla sua fatica terribile, quel suo trasportare in città il suo carbone in sacchi appesi e ammonticchiati sulla bicicletta. Verso la città, nella polvere, spingendo quel vélo inverosilmilmente stracarico, per vendere quanto ha prodotto, e poi con quei soldi comprare vestiti e medicine. Scopriamo che la figlia più grande l’ha dovuta affidare a dei conoscenti (“no, non voglio che mi veda”, spiega quando passa da loro, “perché piangerebbe nel vedermi ripartire”, e le lascia in regalo un paio di scarpe colorate). Questo giovane uomo con la sua forza, la sua tenacia invade e conquista lo spazio schermico, e la platea, e noi non possiamo più dimenticarlo. Cinema che commuove, ma senza ricorrere a ricatti e lenocinii, semplicemente mostrando. Come si fa a togliersi dalla mente quella bicicletta stracarica, mentre a lato passano i camion e le macchine arroganti?

L’atelier di Laurent Cantet (Un Certain Regard)
ba98a2f556fd2706e903c35ff595e1d3È stato il festival di Robin Campillo, il cui 120 battements par minute ha convinto tutti e sfiorato la palma, vincendo poi il Grand Prix, un film destinato a diventare il maggior successo di questo Cannes: facile prevedere premi, anche internazionali e di massima importanza, e buoni incassi dappertutto. Ma Campillo ha anche sceneggiato per Laurent Cantet, con cui lavora da tempo (ha scritto con lui e per lui tra gli altri La classe, palma d’oro 2008, e Verso il Sud) questo bellissimo L’atelier, chissà perché confinato a Un Certain Regard da cui peraltro, come Tesnota, è uscito senza niente. Il duo Cantet-Campillo riprende parecchio dei loro film precedenti – la scuola come riflesso del mondo e le sue tensioni, la reciproca fascinazione-seduzione tra generazioni diverse, vedi Verso il Sud ma anche il film del solo Campillo Eastern Boys – cavandone un oggetto discontinuo, disomogeneo, in cui la prima parte sembra non combinarsi con la seconda, ma teso, acuto nel dipanare tensioni e grovigli dell’oggi attraverso un reticolo di storie individuali. A La Ciotat, città del Sud francese che ebbe anni di gloria per la sua cantieristica d’élite e oggi in parziale decadenza e dismissione (e non dimentichiamo nemmeno uno dei primi corti dei fratelli Lumière, L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat), arriva un’autrice parigina incaricata di tenere un workshop estivo di scrittura. I partecipanti, tutti sui diciotto anni, rappresentano facce diverse e relativi umori e malumori della Francia attuale, dai figli o nipoti di immigrati ai francesi di molte e molte generazioni. Il tema su cui devono lavorare è La Ciotat, e dunque verrà fuori di tutto, racconti operai dell’epopea cantieristica, noir ambientati sugli yacht di lusso, e via sperimentando e inventando. Lo spettacolo sta in un cinema quasi-verità perlopiù di parola che, attraverso le opinioni e gli scontri e i confronti anche aspri tra ragazzi tutti francesi ma di differente origine, e tra i ragazzi e l’isegnante, compone un ritratto del paese oggi, tra aperture e chiusure identitarie (e naturalmente son divergenti i pareri su questioni scottanti come il radicalismo islamista: assolutori o minimizzanti quelli di un ragazzo di famiglia musulmana). Poi il film cambia direzione, concentrandosi sul più duro dei ragazzi dell’atelier, Antoine, che scopriremo essere invischiato in radicalismi di destra estrema e neonazi. Ha talento, ma si erge sprezzante contro tutti, spacca il gruppo, aggredisce verbalmente la scrittrice-insegnante, anche se ne è attratto. E lei da lui. Ci sarà una rischiosa escalation, ma di più naturalmente non si può e non si deve dire. Cantet-Campillo ancora una volta tracciano una mappa desiderante, una geografia dell’attrazione appena schermata da indagine sociologica e antropologica, scagliando il film in una dimensione assai più complessa e ricca, più densa di sfumature e ambiguità, di quanto non promettesse la pur interessante prima parte. Non tutto funziona, ma L’atelier resta uno dei vertici di questo Cannes, un film differente e orgoglioso della propria alterità. Peccato sia stato dimenticato in zona palmarès.

Happy End di Michael Haneke (Concorso)
732dcc6e070f202e59a59db452f5c2023145373dFrancamente non capisco l’ostilità quasi unanime con cui è stato accolto questo nuovo Haneke. Forse perché il gran successo del precedente Amour, Palma e Oscar, doveva essere in qualche modo inconsciamente fatto pagare. O forse per la mancanza di una traccia narrativa lineare, avendo stavolta il signore austriaco della crudeltà mentale optato per un ritratto di famiglia in un interno che è anche, assai alla Haneke, un inferno. Decadenza di una dinastia di imprenditori del Pas de Calais, oggi la zona più tormentata di Francia, con i migranti ammassati a migliaia nei campi in attesa di varcare la Manica, e anche se non sbaglio una delle pochissime in cui al ballottaggio presidenziale Marine Le Pen ha prevalso su Macron. I Buddenbrook del maestro austriaco, o se vogliamo il suo La caduta degli dei. C’è un patriarca, il nonno Trintignant, quasi satanico nel suo totale cinismo, nella sua mancanza di ogni traccia di umana sensibilità, e in cerca di una via d’uscita da questo mondo di cui è insofferente. C’è la figlia, Isabelle Huppert ovviamente, capofamiglia e a capo dell’azienda di costruzioni che ha fatto la fortuna della dinastia e ora in crisi. C’è il fratello di lei, Mathieu Kassovitz, che ha appena accolto in casa la figlia di primo letto dopo la morte della madre. C’è il figlio della capessa Huppert, debole e debosciato. Tutti immersi in un decoro altoborghese con tanto di immarcescibili rituali, a partire da quel coercitivo pranzo insieme cui nessuno si può sottrarre. Tutti hanno vizi inconfessabili dietro alle publiche virtù, incesto, droga, sesso estremo. E l’innocenza è solo la maschera del male. Haneke redige il referto di morte di certa borghesia e forse di una certa Europa. Quel mondo separato e introflesso, incapace di andare oltre le proprie mura, è destinato alla fine. Haneke, stabilendo una connessione tra questo film e il suo precedente attraverso il personaggio interpretato da Trintignant – mai così allarmante, un vero demone – ci rivela come Amour non fosse quel film compassionevole che a molti era sembrato, ma un esercizio di crudeltà mentale e fisica. Come sempre il suo cinema. Credere il contrario è stato, è, un’illusione. La mia recensione dopo il press screening di Cannes.

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