Film stasera in tv: LE CONFESSIONI di Roberto Andò (ven. 9 giugno 2017, tv in chiaro)

Le confessioni di Roberto Andò, Rai3, ore 21,20. Venerdì 9 giugno 2017.
foto-le-confessioni-13-lowLe confessioni, un film di Roberto Andò. Con Toni Servillo, Daniel Auteuil, Pierfrancesco Favino, Connie Nielsen, Marie-José Croze, Moritz Bleitbrau, Johann Heldenberg, Togo Igawa, Giulia Andò, Lambert Wilson.
foto-le-confessioni-27-lowfoto-le-confessioni-7-lowIn un blindatissimo e sinistro hotel sul Baltico si tiene il vertice dei più importanti ministri dell’economia (Favino è il nostro rappresentante). Più qualche invitato, tra cui un monaco certosino italiano. Un suicidio mette in moto la macchina della paura e dei sospetti. Promette molto all’inizio, questo nuovo film del regista di Viva la libertà, pieno di attori illustri di molti paesi. Peccato che il thriller si sgonfi presto per lasciare il posto a un uggioso e scontato processo al potere. Servillo servilleggia con occhiate oblique e silenzi eloquenti. Un film comunque di livello internazionale com’è raro nel nostro cinema, e di impeccabile confezione. Voto 5 e mezzo
foto-le-confessioni-22-lowfoto-le-confessioni-3-lowUno dei rari film italiani nati (e sanamente concepiti) con ambizioni internazionali, certo con radici ben piantate per cultura e antropologia in casa nostra e però multilingue, con cast stellare di nomi universalmente noti, con storie esportabili e sovranazionali. Li fanno in pochi, Paolo Sorrentino e Matteo Garrone in testa, che ci hanno provato a girare in inglese, il primo centrando abbastanza il bersaglio, il secondo no (mi riferisco alla delusione di Il racconto dei racconti). E ci sono i registi siciliani, che per un qualche misterioso motivo (azzardo, e che nessuno si offenda, please: forse perché sentendosi più siciliani che italiani fan meno fatica a liberarsi di certe zavorre nazionali e a connettersi col resto del mondo?) con molta scioltezza e naturalezza pensano subito in grande, proponendosi senza provincialismi al pubblico di tutto il mondo. E che anche quando sono esordienti o poco più (vedi il Piero Messina di L’attesa) si muovono con gran disinvoltura sull’asse Palermo (o Catania)-Parigi-Londra. Gente come Luca Guadagnino, Giuseppe Tornatore. E Roberto Andò. Il quale, anche quando da noi se lo filavano in pochi, riusciva a realizzare film con Daniel Auteuil, Greta Scacchi, Jeanne Moreau, Anna Mouglalis, che poi ce la facevano a varcare i confini, ad arrivare fino all’arbasiniana Chiasso e pure parecchio oltre. Ora, con questo Le confessioni che qualcosa deve nell’ispirazione e nell’impianto a Todo modo di Leonardo Sciascia (un autore anche lui sicilianissimo e insieme cosmopolita) e al potente film che ne trasse Elio Petri, realizza il più international dei suoi film international. Grazie suppongo al credito ottenuto presso produttori e distributori con il successo al box office del suo precedente Viva la libertà, può permettersi stavolta location meravigliose e importanti, un cast senza confini, dal francese Daniel Auteuil alla danese Connie Nielsen, una meraviglia di donna, al tedesco Moritz Bleitbrau, alla canadese Marie-José Croze. Concedendosi pure il lusso di una comparsata di Lambert Wilson (che peccato che quest’anno non sia più lui a presentare la cerimonia introduttiva e quella di premiazione a Cannes, ci eravamo oramai abituati a vederlo impeccabile là sul palco del Grand Théatre Lumière a distribuire premi e sorrisi, e buona educazione). Tutti intorno a Toni Servillo, di cui questo film è la celebrazione definitiva, un Servillo che servilleggia più che mai e poco parla e gioca di silenzi e occhiate e occhiatacce che neanche un Celentano in prima serata il sabato su RaiUno. Ormai Actor Maximo cui anche attori di peso da tutta Europa si approcciano reverenti e rispettosi. Già pronto per un premio per la migliore interpretazione a Cannes, se non fosse arrivata la mazzata. Tutti si aspettavano che Andò insieme a Bellocchio e Virzì finisse nel concorso del festival di tutti i festival, e se non in concorso almeno a Un certain regard, e invece sappiamo come (non) è andata. Zero. Sicché per Servillo la consacrazione sulla Croisette è rimandata. Già, ma di cosa parla questo film, e di cosa parlano gli eloquenti silenzi di Servillo? Del potere (quello di oggi, dei politici, dei governi e delle nuove e meno nuove istituzioni sovranazionali), dello strapotere del potere, dei suoi crimini e misfatti. Perché il potere signori miei non può che essere cattivo e corrotto, tantopiù quando si contamina e ibrida con il denaro. Questo almeno mi pare il Grande Discorso che Andò ci fa mediante il suo film, naturale sviluppo di quanto già ci era stato detto e mostrato in Viva la libertà. Film che non ho per niente amato, e che continuo a ritenere assai sopravvalutato (ricordo il consenso pressoché generale con cui fu accolto da stampa, web e spettatori). In quell’occasione il regista aveva confezionato la sua polemica anticasta in chiave di commedia buffa e anche grottesca ricorrendo all’archetipo narrativo del doppio, stavolta invece la mette non senza pesantezza e un eccesso di pensosità sull’allegoria, sulla parabola esemplarissima con dentro parecchie riflessioni e quesiti etici, politici e pure filosofici. Si potrà essere uomini e donne di potere mantenendo la propria innocenza? il denaro, compreso quello immateriale e liquido oggi maneggiato dalla finanza globale, è sempre sterco del demonio? e come si potrà tenere sotto controllo e piegare a regole democratiche istituzioni sempre più astratte, remote e irraggiungibili, chiuse in santuari separati dal mondo? Roberto Andò, che è evidentemente uomo di ottime letture e solido bagaglio culturale, decide di mirare molto in alto, al bersaglio grosso, apparecchiando un apologo assai meditato e critico sulle élite politico-finanziarie di questo nostro tempo, e lo fa intrappolando in un luogo chiusissimo, e braccandoli con la cinepresa, alcuni personaggi fortemente simbolici. Devo dire che l’abilità del regista a maneggiare materiali tanto ostici è notevole. I dialoghi sono finissimi, parecchie spanne al di sopra della media italica, e se le esibite cerebralità e intellettualità dell’operazione possono infastidire, l’esito è indubbiamente fascinoso. In un cinema come il nostro spesso basso e volutamente, quasi voluttosamente volgare, Le confessioni con la sua eleganza, che è ancor prima di maniere che di confezione, è un’oasi di aria buona, un ritiro spirituale, un tonico dell’anima e della mente. Andò gira bene, manovra la macchina da presa con sapienza, sa far recitare i suoi attori orchestrando e armonizzando al meglio le varie lingue in cui si esprimono (questo è un film con un mattatore, Servillo, e un coro intorno con qualche solista e qualche assolo). Con quella disinvoltura di chi è aduso da tempo a muoversi per il mondo. E quant’è signorile la location, un meraviglioso anche se cupo grande e vecchio albergo di Heiligendamm, stazione balneare sul Baltico, non proprio il più allegro dei mari e dei panorami, dove non ti meraviglieresti di trovare i Buddenbrook in vacanza. Hotel dove nel 2007 si svolse un blindatissimo G8, quando tra i leader del mondo c’erano Prodi, Blair e Sarkozy. Altri tempi. Andò ce l’ha fatta ad avere lo stesso hotel per l’immaginario summit che racconta in Le confessioni. Non un G8, ma il vertice di molti ministri delle maggiori economie occidentali (compresa l’italiana), convocato dal presidente francese – come Strauss-Kahn, come la Lagarde – del Fondo monetario internazionale. Con qualche invitato extra, non tutti così ben giustificati. Una scrittrice di bestseller per bambini genere Rowling anche impegnata sul fronte umanitario del microcredito ai paesi svantaggiati, un cantante rock vanesio e pure lui molto engagé, genere Bono insomma, e lui, Servillo nostro, mei panni monacali e assai eleganti nel loro ascetico minimalismo, di un monaco certosino, ordine tra i più riparati e appartati, dedito alla peghiera, alla meditazione, alla contemplazione più che all’intervento nel e sul mondo. Padre Roberto Salus è autore di libri assai ammirati, considerato una guida spirituale, ed è stato chiamato a quella riunione decisiva per i destini del mondo da Daniel Roché, il boss dell’Fmi, suo lettore e estimatore. Ma cosa vuole davvero da lui quel potente? Ecco, vorrebbe confessarsi, vuole confessarsi. Vuole sgravarsi con padre Salus di un peso che lo opprime, una decisione difficile. Ma, colpo di scena, l’indomani Roché (Daniel Auteuil) verrà trovato morto con la testa infilata in un sacchetto di plastica. Suicidio, così almeno sembra. E se non fosse quel che sembra? se qualcuno l’avesse ammazzato? Tra i ministri dell’economia cominciano i sospetti e i timori, la polizia tedesca discretamente ma con fermezza interroga il certosino, l’ultimo ad aver parlato con il (presunto) suicida e dunque il sospettato numero uno. Che cosa è successo, che cosa si son detti? Padre Salus, come il prete di Io confesso di Hitchcock, si rifiuta di rivelare quanto gli è stato (forse) rivelato durante la confessione. E allora: che sia stato lui a uccidere Roché? Anche perché il monaco in un passo del suo libro ha scritto di come possa essere giusto in circostanze estreme ricorrere a soluzioni estreme per salvare il bene e respingere il male. Ecco, la prima parte del film è decisamente molto buona. L’idea di un processo morale al potere in forma di thriller, chiarissimamente mutuata da Todo Modo, funziona e crea la giusta tensione. La marea del sospetto cresce intensificata dall’atmosfera claustrofobica e paranoica del vertice, e da quel clima nordico, da quei cieli bassi e incombenti. Certo, Andò non ha il dono della leggerezza, e neanche quella del ritmo, che qui è sempre blandissimo, e però bisogna ammettere che il suo cauteloso procedere per spirali lente e avvolgenti si rivela un ottimo dispositivo produttore di suspence, almeno all’inizio. Ci si aspetta da un momento all’altro che i delitti continuino, che un’altra vittima illustre cada per mano dell’ignoto assassino. Si cerca di capire e carpire il movente. Che pare risiedere in una contrastata decisione che il summit avrebbe dovuto prendere su proposta di Roché proprio l’indomani della sua morte. Un qualcosa che avrebbe dovuto disinnescare la crisi economica globale, una misura di estremissimo rigore destinata sì a salvare il sistema, ma causando lacrime e sangue in vaste parti dell’Occidente, e il definitivo crollo di alcune economie nazionali già pericolanti (Grecia? il nome non viene mai fatto ma l’allusione è evidente). Con sapienza Andò dispone le sue pedine sulla scacchiera, organizza le premesse di una partita che si annuncia avvincente. Peccato che poi non succeda niente o quasi. La macchina drammaturgica si arresta, o meglio si ingrippa, si ingolfa, si inceppa, ed è la paralisi. Si chiacchiera molto, si sospetta moltissimo. Si enfatizza parecchio il lato predicatorio del film, con indignazioni, da parte del certosino ma anche della scrittrice e di qualche ministro meno jena degli altri, verso un sistema economico sempre più iniquo. E Le confessioni precipita in una specie di manifesto anti-casta. Anche Viva la libertà lo era, ma qui l’obiettivo è più alto, è addirittura la cupola dei presunti onnipotenti che reggono i destini del mondo. Più il film procede e più il gruppo dei ministri somiglia alla Spectre, o a una cosca tra il mafioso e il massonico. Dietro la confezione elegante e i modi assai urbani, le dotte citazioni, la colonna sonora che a Nicola Piovani mescola Schubert e Lou Reed, trapela una visione assai semplificata del potere e purtroppo affine all’ululato populista e antisistema che oggi percorre l’Occidente, America compresa. Si fa la morale, e si finisce col cadere nel peggio moralismo, secondo cui i potenti son marci in quanto tali e l’economia è solo e solanto il luogo dell’avidità, della rapacità. Irrimediabilmente. Certo, è facile contrapporre il distacco dalle cose mondane e dal denaro del monaco Salus a quegli gnomi cattivi riuniti a congresso per fare del male agli innocenti e ai poveri. Ma è una visione, nonostante i coltivati modi del film, rozza e manichea. Per carità, un qualche bersaglio viene centrato. Vero che in Europa e America assistiamo a un progressivo quanto allarmante deficit democratico, con una Ue che prende decisioni vincolanti per ogni paese senza che ci sia da parte degli elettori il minimo controllo (si sa che tra tutte le istituzioni il parlamento europeo è quello che conta di meno, quasi niente). Vero che le economie sono sempre più regolate da organismi come il fondo monetario internazionale e la Banca mondiale che, non essendo elettivi, non rispondono di niente a nessuno se non a se stessi (per un’analisi seria della questione si legga Il potere vuoto di Lorenzo Castellani, appena uscito da Guerini e Associati). Ma non mi pare che si dia una mano nella giusta direzione paranoicizzando e sfiorando il complottismo, e rappresentando il potere come la Hydra degli Avengers o la Spectre bondiana. D’accordo, a un film mica si chiede la massima correttezza nell’analisi politica, si chiede soprattutto spettacolo, intrattenimento, messinscena, tenuta narrativa. Ma anche se prendiamo Le confessioni da questo lato non si può essere granché soddisfatti. Dopo le ottime premesse della prima mezz’ora, anche dei primi quaranta minuti, il film semplicemente si ferma e comincia a girare a vuoto. Peccato. Se Andò avesse creduto fino in fondo al meccanismo del thriller, se avesse moltiplicato delitti e sospetti anziché intrappolarci in una gelida liturgia del potere senza molto costrutto e senza sbocchi, ci saremmo tutti divertiti di più. Certo, riflettendo sulle malefatte del potere, ma divertiti.

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Una risposta a Film stasera in tv: LE CONFESSIONI di Roberto Andò (ven. 9 giugno 2017, tv in chiaro)

  1. Ugo Malasoma scrive:

    L’ho recuperato ieri sera, non l’avevo visto al cinema, e non sono troppo convinto che Andò meriti una insufficienza.
    C’è dell’intellettualismo, si sorrentineggia alquanto, ci si rende conto che certe similitudini francescane ( Servillo che registra il canto degli uccelli o rabbonisce il cane, vedi lupo aggressivo) sono un po’ goffe o superficiali. Incede con un po’ troppa lentezza negli accadimenti a beneficio di riflessioni, che sono anche un po’ snob, e poche parole a mo’ di “spot” di saggezza teologico-esistenziale che ne minano il risultato finale. Tuttavia lo “sguardo” è creativo, mai banale e, in questo sono d’accordo, anche internazionale seppure un tantinello algido. Non tutto è chiaro, ma cosa è chiaro dell’economia mondiale se non che la globalizzazione è una solenne fregatura?

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