Film stasera in tv: lo sconvolgente MOEBIUS di Kim Ki-duk (sab. 24 giugno 2017, tv in chiaro)

Moebius, Rai Movie, ore 0,40. Sabato 24 giugno 2017.
Ripropongo la recensione scritta all’uscita del film.
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, regia di Kim Ki-duk. Con Cho Jae-hyun, Seo Young-ju, Lee Eun-woo.
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A Venezia, dov’era fuori concorso, in centinaia siamo rimasti fuori e non siamo riusciti a vederlo. A Milano è uscito per pochi giorni nella più piccola sala in città e subito sparito. Signori, questo nuovo film del regista di Pieta rischia di essere un samizdat. Non bastasse, quelli che a Venezia erano riusciti a vederlo ne hanno parlato e scritto pessimamente. Invece Moebius, pur nella sua truculenza, è assai meglio della sua cattiva fama e perfino avvincente e sagacemente costruito. Certo non bisogna farsi sgomentare dal gioco al massacro di Kim Ki-duk, con peni tagliati, mangiati, maciullati. E incesti. E sangue dappertutto. Un’opera estrema che sta alla filmografia del coreano come Salò-Sade a quella di Pasolini. Voto tra il 6 e il 7Moebius 4
In corsa per il titolo di film più clandestino dell’anno. Anche per il più maledetto e il più maltrattato (le tre categorie stanno molto bene insieme, tendendo a sovrapporsi e intensificarsi): fin da Venezia 70, dove è stato presentato – presentato? – fuori concorso. Il punto di domanda è obbligatorio dopo che il qui scrivente – insieme a svariate centinaia di altre persone, giornalisti, adetti ai lavori, pubblico pagante – non ce l’ha fatta a vederlo, pur essendosi messo in regolamentare coda un’ora prima. Non sto a rimestare in questa piccola ma non così minima storiaccia veneziana di non-organizzazione e demenziale programmazione, avendone già scritto su questo blog. Dico solo che, nonostante Kim Ki-duk fosse il vincitore, a mio avviso immeritatamente, del Leone passato con Pieta, il suo nuovo e dunque molto atteso Moebius non è mai stato proiettato alla mostra nelle due sale più capienti, Darsena e Palabiennale, le sole in grado di assorbire il prevedibile, molto prevedibile, massiccio afflusso. Invece, dopo il primo passaggio al Palazzo del cinema (dove molti, come me, non sono andati perché in contemporanea veniva dato per la stampa Under the Skin in altra sala), è finito alla Perla e alla minuscola nuova Sala Casinò. Tant’è che, e qui arrivo alla clandestinità del film, si è avuta perfino l’impressione che questo Moebius non lo si volesse far vedere a troppa gente, quasi ci si vergognasse del suo estremismo sesssuale al limite del porno, della sua irriducibile follia. Mica sostengo sia stata una scelta voluta quello di confinarlo in sale piccole in modo che molti non lo potessero vedere, dico che c’è stata una sorta di autocensura inconscia, e ripeto inconscia, da parte dei programmatori. Poi, a festival concluso, tornando a Milano scopro che stranamente, miracolosamente lo proiettano al Centrale, la più piccola sala in città (ma è proprio un vizio quello di confinarlo in cinema bonsai). Non ho capito distribuito da chi, e con sottotitoli, tanto è un film completamente muto. Faccio appena in tempo a vederlo che il giorno dopo, lunedì, è già sparito, inghiottito da quel limbo, sempre più affollato, in cui precipitano i film trascurati dallo spettatore medio. Oltretutto se n’è scritto malissimo sul cartaceo e in rete, e già a Venezia il buzz innescato da quelli che l’avevano visto era impietoso. Terribile: questo il marchio d’infamia stampatogli addosso da molti colleghi. Eppure non è così disastroso, anzi è assai meglio della pessima fama che gli si è creata intorno. Uno di quei casi, e sono molti, in cui non capisci il malanimo di tanta cosiddetta critica. La stessa peraltro che l’anno scorso sempre a Venezia aveva salutato Pieta come qualcosa che stava dalle parti del capolavoro. Com’è possibile, sant’iddio, una tale disparità di giudizi, quando i due film appaiono simili, e il secondo, Moebius, quasi il naturale prolungamento e sviluppo del primo? Ora, come Pieta non era un capolavoro, anzi ci lasciava già intravedere crepe preoccupanti dietro la smagliante immagine autoriale di Kim Ki-duk costruita in anni e anni di recensioni e premi in Occidente, così questo Moebius non è una ciofeca. Il risultato è che quest’ultima cosa del coreano si è inabissata nel nulla, e lì temo resterà. Mentre, dando un’occhiata alle reviews dal Toronto Film Festival, mi son reso conto che lì è stato accolto con meno freddezza che sulle sponde italianissime, troppo italiane, del Lido. Moebius va visto, ammesso che lo si possa ritrovare in qualche cinema italiano senza aspettare il dvd, il vod e quant’altro. Allarmante, come no, nel portare alle conseguenze ultime tutte le ossessioni e le pulsioni del suo autore. Moebius sta alla filmografia e alla storia di Kim Ki-duk come Salò-Sade a quella di Pier Paolo Pasolini. Intendo dire che in entrambi i casi, pur nelle molte e smisurate differenze tra i due film, si coglie quella che junghianamente possiamo chiamare inflazione psichica, con le forze inconsce dei registi ormai straripanti e debordanti ed esondanti oltre ogni confine e controllo, come se tutte le barriere fossero pericolosamente saltate. In Moebius i contenuti sporchi e tosti – incesto madre e figlio, fantasmi di castrazione, triangolo edipico, sadismo, voyeurismo, piacere del dolore e del sangue – dal sottosuolo emergono fragorosamente e tutto invadono, nemmeno più trattenuti come in precedenti film di Kim Ki-duk dalla forma. Vacilla lo stile con cui il coreano aveva imbrigliato – in La samaritana, in Ferro 3 – e canalizzato la carica pertubante del materiale che, in linguaggio analitico, possiamo dire perverso. Vacillava, per questo, e molto visibilmente, già in Pieta, anche se molti critici inneggianti non se ne accorsero. Stavolta Kim Ki-duk, pur non rinunciando del tutto alla ritualità della messinscena e del massacro, la sporca con una produzione chiarissimamente low budget che mostra parecchio la sua povertà di mezzi, con inquadrature che si stancano di essere perfette ed eleganti e volentieri si decompongono in quadri trucidi e truculenti da torture porn, con una macchina da presa che in certi momenti addirittura balla, e non si capisce se per sbadataggine registica o per scelta. Affora qua e là una sciatteria che rende Moebius nello stesso tempo meno algido e più allarmante. La scelta di annullare qualsiasi parola, di farne un film muto, anziché aggiungere in altitudine stilistiva, conferisce un tocco di grottesco e depravato, con mimiche facciali e gestualità alla Francesca Bertini. Una storia che sciorina parecchio del già visto in Pieta. In una casa di medio-alto benessere coreano, una notte una donna folle cerca prima di castrare il marito poi, non essendoci riuscita, compie il misfatto sul figlio adolescente. Pene tagliato e prontamante masticato e divorato dalla madre letteralmente castatrice, sicché quando il marito cerca di recuperarlo (per un eventuale riattacco del pezzo all’ospedale, immagino) non c’è più niente da fare. Già nel tubo digerente della genitrice. Il perché dell’insano gesto non ci vien detto, e non c’è bisogno neanche di saperlo. Segue una vicenda di massima truculenza, e però a modo suo avvincente e perfettamente costruita, con molti e sorprendenti risvolti narrativi da cui non si può non restare coinvolti. La madre scappa, restano in quella casa il figlio e il padre. Il quale comincia a smanettare su internet in cerca di informazioni su eventuale, possibile trapianto di pene per il rampollo. Intanto fa la scoperta, sempre sul web (dio mio, quanti guai combina la rete), di come anche un maschio cui sia stato tagliato il cazzo e cui però siano rimasti i testicoli, possa godere e raggiungere l’orgasmo. Come? Strofinandosi con una pietra pomice fino a ferirsi e a farsi molto male, secondo il principio che tutto il corpo è zona erogena (ma dove le avrà trovate Kim Ki-duk una simile fola?), e che il massimo del dolore può portare al massimo del piacere. Che poi è il vecchio motto, questo, di ogni giocatore di giochi sadici e masochistici. Prima il padre sperimenta la teoria su si sé, poi, visto che funziona nel massimo del godimento, passa le informazioni necessarie sull’uso della pietra al figlio intanto finito in carcere per partecipazione a uno stupro di gruppo. Quando poi il sollecito genitore verrà a sapere che sì, il trapianto di pene è possibile, si parte alla caccia di un pene giovane (serve alla bisogna meglio di uno in età). Si assalta un giovane delinquente, gli si asporta il membro, solo che nella zuffa successiva tra castranti e castrato il prezioso pezzo finisce spappolato sotto le ruote di un tram. Non resta che una strada, che generosamente il padre deciderà di percorrere per il bene del figlio (please, non mettete la p al posto della b, mica siamo in una raunchy comedy). Il ragazzo riavrà quel che gli manca, il problema sarà farlo funzionare. Interverrà mammina a dare, in ogni senso, una mano. Ora, il catalogo dei fantasmi edipici, delle ansie da castrazione del maschio, delle rivalità tra maschi di famiglia, è servito, e Kim Ki-duk lo serve bisogna dire egregiamente. Quel che non bisogna fare è gettare la spugna e scandalizzarsi. Se si resiste ai cazzi tagliati, mangiati, maciullati, si scoprirà che Moebius ha una sua indubbia tenuta narrativa. Che questo viaggio nei gironi inconsci e pure infernali del regista sud coreano è perfino appassionante nel suo configurarsi come un noir familiare ed extrafamiliare al massimo grado di truculenza. A lasciare sgomenti è semmai questo impudico mettersi a nudo di Kim Ki-duk, tant’è che vien da chiedersi dove stia andando ormai, dove lo stiano portando i suoi demoni. Come sempre in KKD, ci sono inserti e richiami religiosi, e mi pare a questo punto la sola ancora rimasta nei flutti dell’inflazione psichica. Stavolta non si vedono croci campeggiare come in Pieta, non ricordo riferimenti cristiani e prevale invece il buddismo. Una testa dell’Illuminato compare a intervalli regolari e nell’ultima sequenza. Venerato e pregato però con genuflessioni che a me paiono più islamiche che buddiste (ma anche qui: se mi sbaglio, visto che di Islam so ma di buddismo poco, qualcuno eventualmente mi corregga, grazie). Un altro esempio del ben noto sincretismo religioso del nostro?

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