Film stasera in tv: GIGOLÒ PER CASO di John Turturro, con Woody Allen (lun. 10 uglio 2017, tv in chiaro)

Gigolò per caso di e con John Turturro, Rai3, ore 21,20. Lunedì 10 luglio 2017.
Ripropongo la recensione scritta all’uscita del film.
116876_galGigolò per caso (Fading Gigolo), un film di John Turturro. Con John Turturro, Woody Allen, Vanessa Paradis, Liev Schreiber.
116878_galTurturro fa il marchettaro per signore ricche e annoiate, Woody Allen il suo agente-procciatore d’affari (e il suo fee è del 40%, mica male). Si fa fatica a credere all’uno e all’altro, anche se Allen – che si concede come attore a un altro regista dopo parecchio – è in gran forma e infila battute degne dei suoi tempi belli. In fondo, un film che è una barzelletta da spogliatoio maschile, però girata nei modi del cinema alto. Val la pena vederlo solo per Allen. Con Vanessa Paradis che canta (male), in napoletano!, Tu si ‘na cosa grande di Modugno.Voto 5+
116880_galUn film che è poco più che una barzellettaccia da caserma o spogliatoio calcistico o da calcetto infrasettimanale, e che però si finge (riuscendo qua e là a ingannarci) una sophisticated comedy dei tempi belli, con pure strizzate d’occhio al cinema indie più moderno e relativo uso smodato di mdp precaria e fotografia spampanata e sporca iper realista. Con un John Turturro improbabilissimo gigolò e un ancora più improbabile Woody Allen suo agente-mezzano-ruffiano, però in stato di grazia e dunque capace di infilare battute degne dei suoi grandi momenti. Un cine-oggetto difficile da classificare, questo furbastro, non bello ma neanche così brutto, Gigolò per caso. Pur apprezzando l’indubbia abilità di confezione da parte del Turturro regista oltre che attore, dico che si tratta nel suo fondo, nella sua sostanza, di povera cosa. Un quasi niente mascherato da un packaging che riesce a contrabbandarlo per cinema alto. Ma Sant’Iddio, come si fa a credere seriamente a una storia come quella che ci vien raccontata? Siamo a Brooklyn, mi par di capire in zona Williamsburg, in strade popolari eppure di gran chic e charme abitate da etnia italiana e una forte comunità ebraica chassidica. Main characters: un brav’uomo sui cinquanta di nome Fioravante lavorante part-time in un negozio di fiori e quanto a soldi sempre sotto la soglia di allarme rosso, e il suo amico Murray Schwartz, libraio antiquario da generazioni adesso costretto a chiudere, e dunque pure lui fortemente a caccia di dollari. Il primo è Turturro, il secondo Woody Allen, nella ennesima riedizione dei buddy-buddy movies e della strana coppia in versione però quasi-geriatrica. Si sente di tanto in tanto il pizzicore del cinismo alla Billy Wilder, e anche di Lubitsch, e se l’intenzione è quella i risultati no, purtroppo. L’idea, per niente nuova e molto commedia cinica, viene a Schwartz.Mio caro Fioravante, perché non ti trasformi in marchettaro per signore? Io ti procuro le clienti, anzi la prima ce l’ho già, è la mia dermatologa, ricca e figa, e ci dividiamo gli incassi 40/60 (a me la proposta Schwartz sembra un po’ esosa e sbilanciata, ma il buon Fioravante non batte ciglio e accetta). Naturalmente siamo dalla parte di quell’abbondante cinema con puttane e puttani assai per bene e in fondo in fondo anche di buon cuore di cui gli esemplari più noti restano da una parte Pretty Woman e dall’altra American Gigolo. Ecco, non solo l’idea è assai déjà-vu e logora per il troppo uso e riuso, ma pure assai poco credibile quando calata in questo contesto, in questi ambienti, con questi pur bravi, bravissimi attori. Ma vi pare che qualcuno (qualcuna) possa pagare l’utracinquantenne Turturro, che già da giovane non è mai stato un portento di sessappiglio, mille dollari per una scopata più 500 come mancia? Eppure è quanto ci mostra il film, e la tariffa sale a 2.500 per la combinata a tre lei-lui-lei. A rendere quasi insostenibile il già elevato tasso di irrealtà arrivano poi le clienti, tutte, a parte una poveretta sul genere casalinga obesa e depressa che peraltro si vede solo una attimino e poi vien piallata via, donne bellissime e strafighe che non si capisce perché debbano ricorrere a un prostituto quando potrebbero aver tutto quel che vogliono aggratis. Mi riferisco a Sharon Stone, sempre sensazionale, e a Sofia Vergara, assai divertente e camp oltre che brava. Sarà che il Fioravante, che intanto s’è scelto un nome di battaglia meno complicato, è un gran signore molto dabbene, non privo di grazia e charme, è puttano sì ma con una sua classe e dignità, e poi con le donne ci sa fare signoramia. Ma questa è precisamente la favola da Pretty Man che Fading Gigolo (tale il titolo originale) confeziona e ci propina un po’ turlupinandoci. Ambienti e modi e riprese molto da cinema indipendente-giovinastro, toni in apparenza disincantati, eppure, nel fondo, un sapore dolciastro un filo nauseabondo. Sì, certo, siamo al cinema, ma anche la finzione va servita come si deve e senza che ci faccia venire la brutta sensazione dell’inganno e del raggiro. Quando poi il film da commedia finto-cinica precipita nella romantic comedy, non c’è più speranza. Murray Schwartz (un Woody Allen a momenti irresistibile, e così in forma da valere da solo la visione del film e il prezzo del biglietto) non si sa come né perché convince una proba vedova appartenente alla setta ebraica chassidica dei Satmar, i più radicali e rigoristi se ho ben capito, a ricorrere ai servizi del Fioravante. In una sorta di terapia di risveglio dei sensi e del corpo sopito e dimenticato. Finirà che il Turturro prostituto si innamorerà di lei, che è una Vanessa Paradis in abiti castigatissimi ma sempre bella assai, e il film cola a picco senza remissione, e nemmeno un Woody Allen scatenato (vederlo alla scena del processo religioso) ce la a a salvarlo. Di molto interessante c’è ovviamente Woody, per la prima volta dopo un’infinità di anni al servizio come attore di un regista che non sia lui stesso (dev’essersi proprio innamorato forte dello screenplay e del ruolo per accettare). Buono, il film, anche quanto ci mostra i costumi non così ovvii e universalmente conosciuti dei chassidici newyorkesi Satmar, con donne rigidamente vigilate da tanto di ronde etno-religiose (qui nella persona di Liev Schreiber) acciocché non vengano meno ai loro doveri morali, ed è un mondo magari già qualche volta sfiorato e raccontato dal cinema – vedi Un’estranea tra noi di Sidney Lumet – ma che lascia sempre lo spettatore sorpreso e un filo spiazzato. Più che mai innamorato matto dell’Italia, Turturro dissemina il film di parole e frasi e riferimenti tricolori e ha il coraggio di far cantare a Vanessa Paradis – in napoletano! – la meravigliosa Tu si ‘na cosa grande di Modugno, che ne esce purtroppo abbastanza penalizzata, se non sconciata. Alla fine, e a cose fatte, Gigolò per caso si configura soprattutto come una gran narcisata dell’apparentemente probo e umile e sottotono John Turturro, il quale con parecchia autoindulgenza si costruisce addosso un personaggio da marchettaro di lusso da migliaia di dollari. Ma in fondo uno fa cinema anche per quello, no? Intendo, per volersi molto, molto bene.

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