Festival! Locarno 70: si comincia (parte prima)

LOC-LEOlarge-big70-POSScritto martedì 1 agosto
Locarno 70, il giorno prima, il giorno della quiete. Come in ogni vigilia di festival. Insostenibile e afoso caldo lacustre (e ci si chiede se sia peggio o meglio che a Milano: i pessimisti sostengono che tutta quell’umidità che vien su dal lago Maggiore è un disastro e che i verdi declivi delle montagnole intorno nulla possono contro i malefici effetti. Vi saprò dire nei prossimi giorni). Intanto, in questo pomeriggio di primo agosto (festa nazionale svizzera, e in serata saranno fuochi e botti nella vicina Ascona) sonnolenze e passeggiate sotto la canicola e facce e schiene pallide sulle minuscole spiagge di svizzero-tedeschi e tedeschi-e-basta. I quali, non appena vedono un paio d’onde e un po’ d’azzurro acqueo si illudono già di essere sul Mediterraneo, là wo die Zitronen blühn. I riti del giorno prima, a partire dal ritiro del badge. I saluti agli amici, i pochi che sono già qui, perché gli arrivi si intensificheranno da domani (comunque il mitologico jeune critique finnico-franco-italiano, e però più finnico, Max Borg – ormai figura di riferimento in ogni festival – è presentissimo; del resto lui, venendo da Losanna, è avvantaggiato. E con lui, sempre informato, ci si addentra in lunga chiacchierata sui retroscena dei vari festival, Cannes, Berlino, Venezia ecc. E mentre mi dice di Jeanne Moreau ieri sera rievocata e rimpianta in Piazza Grande con la proiezione del pezzo di Jules et Jim in cui canta Le tourbillon de la vie, ecco passare il direttore Carlo Chatrian).
Naturalmente si fa subito la visita alla novità logistica di questo Locarno numero 70, il PalaCinema di cui si parlava da una vita e finalmente eccolo, appena dopo Piazza Grande in direzione Rotonda, ricavato da una ex scuola di cui si son conservate intatte facciata e muri perimetrali, mentre dentro si è andati giù di brutto ricostruendo e ridisegnano sale e gli headquarters del festival (intanto ci siamo infilata nella sala maggiore, enorme, gradinata, non anfiteatro, moquette rosso intenso, schermo dilatato e tecnologia si suppone delle più avanzate). L’intervento dell’architetto ricostruttore e ristrutturatore lo si nota all’esterno in una specie di grata in vetro ondulato – e m’è parso con riflessi in giallo, colore feticcio del festival – che recinge il tetto terrazzato, con un effetto cubo-design non sgradevole. Devo dire, intervento incisivo ma non invasivo e trucibaldo. Equilibri d’ambiente preservati. E sul davanti spianata rossa effetto red carpet, con natralmente irrinunciabile fooderia (tapas e altro). Domani spero di fare anche visita all’Ex Rex, grande sala anni Cinquanta-Sessanta dalle indimenticabili poltrone in pelle bianca restaurarata per questa edizione.
Edizione numero 70, si diceva. Come Cannes. Come invecchiano i festival, come son gloriosi, quanta storia dietro, quante scoperte, quanti film lanciati e però anche quante sviste, quanti sottovalutati e non riconosciuti. Si pensava che qui in Ticino si festeggiasse un anniversario tanto pesante con qualcosa di speciale, invce quasi niente, molto understatement, solo una selezione di film passati per il festival, neanche tanti titoli, e neanche molti vincitori. Una retrospettiva discreta, quasi nascosta dietro a quella, molto attesa e mediatizzata, di Jacques Tourneur, l’immaginifico francese diventato grande a Hollywood, autore di quel trittico composto da Cat Pepole, Ho camminato con uno zombie e L’uomo leopardo che ha fatto di lui un unicum, un regista al servizio del sistema cinema ma in grado di oltrepassare, bucare i generi con incursioni temerarie nel fantastico, in un oltrevita di ombre e fantasmi che sono (anche) nostre proiezioni mentali. Il bello sarà vedere però non solo la sua trilogia mitica, ma anche il resto, perché Tourneur non si è negato, in decenni di indefesso lavoro per la macchina Hollywood, a niente, bellico, spionistico, melodramma. Se solo ci fosse il tempo di vederselo tutto, ma come si fa? Le retrospettive a un festival sono un lusso magnifico che non ci si può concedere. Prima, almeno per me, viene il Concorso. Lo dico sempre: un festival è il suo concorso, non ce n’è. E non parlatemi di festival non competitivi, non mi interessano, tant’è che a Roma, dove non c’è più gara dopo Müller, non mi vien proprio voglio di andare. Ecco, il concorso di Locarno 70. Quando il programma è stato svelato verso metà luglio, e comunicato poi in conf. stampa a Milano, son rimasto abbastanza basito. Una mappa che anche a me che ormai frequento festival da qualche anno m’è sembrata, se non ignota, di difficile decifrazione. Autori perlopiù sconosciuti, o di cui faticosamente ricostruisci antecedenti (ah sì, è stato lo sceneggiatore di quel film, ah sì era a Un Certain Regard nel 2006: cose così, da investigatori, da cine-enciclopedici matti e un filo disperati), come se il dir. artistico Carlo Chatrian (valdostano di origine) avesse premuto ancora di più l’acceleratore sul suo adorato cinema di margine, sul cinema che rischia, che esplora e che va esplorato, rifuggendo dall’ovvio, disorientandoci (quasi) tutti. Ottemperando peraltro a quella che è la vocazione storica di questo festival, poco glamour, molta cinefilia, molto scavare e cercare e dissodare per cavar fuori non solo talenti ma individuare nuove direzioni e visioni. Vocazione che Chatrian mi pare abbia ulteriormente affinato e rinvigorito, soprattutto quest’anno, con il rischio magari di scontentare certo pubblico medio che si lamenta dell’offerta troppo austera e punitiva. E senti ancora i nostalgici di Olivier Père, il precedente dir. art., che, peggio delle vedove Callas del loggione Scala, son lì a rimpiangere quel Père Touch che smussava certe punte avanguardistiche con concessioni alquanto pop. Il programma del concorso, diciamolo, stavolta incute una certa soggezione e induce un qual certo smarrimento anche ai più adusi al prodotto da festival. Almeno gli anni scorsi qui a Locarno, dico del concorso, emergevano come iceberg visibilissimi in un oceano grigio indistinto nomi noti, messi a competere tra sconosciuti o quasi. Ricordo Lav Diaz, Hong Sangsoo (l’uno e l’altro vincitori di Pardo aureo), Andrej Zulawski, Chantal Akermann, Paul Vecchiali. Che almeno facevano da bussola, da orientatori, mentre stavolta si navigherà davvero a vista. Sì, certo, c’è il grande cinese del documentario Wang Bing, con un film pare sconvolgente e commoventissimo su una signora in Alzheimer. E c’è Raul Ruiz, con un film girato nel 1990, La telenovela errante, sul Cile sotto Pinochet raccontato nei modi una soap opera latinoamericana: un film postumo che, messo in competizione, rischia di essere un filo ricattatorio verso i giurati: chi mai oserà lasciarlo senza premi? Forse il fuori concorso sarebbe stata la sua giusta collocazione (dimenticavo di dire che  La telenovela errante è stato ripreso e montato dalla vedova di Ruiz, Valeria Sarmiento). Di altri abbastanza noti io vedo Denis Côté, quebecois, di cui alle ultime Berlinali s’è visto un bel film (Vic+Flo ont vu un ours, 2013) e un brutto film (Boris sans Béatrice, 2016). Stiamo a vedere come sarà adesso il suo Ta peau si lisse su bodybuilder da competizione e esposizione (la virilità gradassa o al contrario smarrita e perplessa pare sia uno dei temi di questo Locarno, insieme a quello ormai onnipresente dei migranti: Chatrian dixit alla conf. stampa di Milano). Molto amato dai cinéphiles francesi è Serge Bozon: ricordo un passaparola assai favorevole per il suo Tip Top qualche anno fa alla Quinzaine a Cannes, e adesso eccolo rispuntare qui nel CI con Madame Hyde, insegnante bullizzata e maltrattata che dopo un coup de foudre (letterale: un fulmine la investe) diventa un’altra, decisa, assertiva, tosta. Hyde, per l’appunto. E l’attesa è grande visto che l’interprete è Isabelle Huppert, la più amata dagli auteurs di ogni generazione, e che si dice si paleserà come la Madonna in Piazza Grande. Tutti ad applaudire, come no, chiedendosi come faccia a girare quei cinque-sei film l’anno, regolarmente ospitati ai vari festival, dove trovi le energie e il tempo (Chatrian in conf. stampa a Milano l’ha definta workaholic: ed è vero). Un altro del Concorso su cui mi azzardo a dire qualcosa è Ben Russell, di cui si vedrà un film su miniere di stato in Serbia e miniere di libero e selvaggio sfruttamento in LatinoAmerica. Che me lo ricordo, Ben Russell, in coppia regista con un altro Ben (Rivers), per un film meravigliosamente pazzo – un ipnotico viaggio allucinante nella ipermodernità neotribale, A Spell to Ward Off the Darkness –, che si vide proprio qui a Locarno, ma a Cineasti del presente, qualche anno fa. Il resto del CI allinea nomi come Xu Bing (sarà parente di Wang?), Hlynur Pálmason, Annemarie Jacir, Dominik Locher, la coppia brasiliana Juliana Rojas e Marco Dutra, F.J. Ossang, di cui poco o nulla so (e mi sembra già di sentire Max dirmi e rimproverarmi: ma Luigi, COME FAI a non conoscere Hlynur Pálmason?). Concludo il volo radente tipo drone sul programma del CI citando il sempre a me sconosciuto John Carroll Lynch che nel suo Lucky ha preso come protagonista Harry Dean Stanton, quercia novantunenne che vediano tutte le settimane in Twin Peaks 3, e David Lynch, proprio LUI (non parente del regista di Lucky, solo omonimo). Ce n’è abbastanza per far cadere in deliquio i lynchiani di stretta osservanza, che saranno una legione anche qui a Locarno. L’ultima citazione del CI è per Germano Maccioni, bolognese, unica presenza italiana in concorso, e per il suo Gli asteroidi, di cui si son lette molte e confuse cose. Parrebbe un Vitelloni allineato alla nostra tosta e lurida contemporaneità, con un branco di ragazzi, forse ragazzacci, a far cose e vedere gente. Mentre certi asteroidi, come in Melancholia di Lars Von Trier, incombono minacciosi sul pianeta terra. Vedremo. Grazie a Dio non manca il cinema rumeno, che è una garanzia. Non ho idea di chi sia Andrei Cretulescu, in CI con Charleston, ma di sicuro è bravo.
Già, ma Locarno quanto è identificabile con il suo Concorso? Perché questo è un festival da (quasi) sempre dimidiato, spaccato in due parti, due identità. Anche con pubblici di riferimento diversi. (continua in un prossimo post)

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