Locarno 70. Recensione: DEMAIN ET TOUS LES AUTRES JOURS, il film che ha aperto il festival in Piazza Grande

969067Demain et tous les autres jours di Noémie Lvovsky. Con Noémie Lvovsky, Luce Rodriguez, Mathieu Amalric, Anaïs Demoustier, Micha Lescot. Sezione Piazza Grande.
968397Cosa succede quando una bambina si ritrova a vivere con un madre psichicamente sofferente? Anzi deragliata? Lo racconta in questo film (che ha aperto ieri sera ufficialmente il festival in Piazza Grande) Noémie Lvovsky: evitando i neo-neorealismi in stile Dardenne o Ken Loach e ogni giustificazionismo sociologico. Con inaspettate incursioni nel cinema fantastico. Il film nella sua prima metà funziona molto bene, per poi incagliarsi in una certa immobilità narrativa. Voto 6 e mezzo
968393Attrice, regista, sceneggiatrice. Noémie Lvovsky è una delle presenze discrete e insieme forti e ineludibili del cinema francese, sempre disponibile a progetti anche arrischiati (come L’Apollonide di Bonello) e collaboratrice costante tra gli altri di Valeria Bruni Tedeschi (ha scritto anche il nuovo film che VBT si appresta a dirigere). Autrice di un cinema femminile ma senza sbavature retoriche e ipersentimentaliste, alieno anche da proclami e sventoli di bandiere tardofemministi, se mai un cinema, il suo, impegnato a sondare microcosmi e vite mediamente complicate e di ordinaria disperazione, pur (spesso) in toni da commedia. Ed è tocccato a lei aprire Locarno 70 portando in Piazza Grande ieri sera il suo Domani e tutti gli altri giorni. Dove se le gioca tutte e tre le parti, comparendo davanti e dietro la mdp, oltre che come soggettista-sceneggiatrice. E chissà se il film ha una qualche eco autobiografica, come lascerebbe pensare la dedica finale à Geneviève Lvovsky.
Protagonista è una madre singola, in quanto separata da tempo (e sulle prime non si capisce perché, visto che il marito è persona ammodo e sensibile – lo interpreta Mathieu Amalric, presenza costante nel cinema intello-popolare di Parigi –, non il solito orco della vulgata femminista che si rifiuta di passara l’assegno di mantenimento alla prole), con una figliola sui dieci anni. Un giorno dopo giorno abbastanza complicato giacché la mamma, per quanto affettuosa e generosa, è, per dirla semplice, pazza. Malata mentale. Sofferente psichica. Dite come volete, scegliendo nella gamma delle definizioni che vanno dal politicamente coretto allo scorretto estremo. Mathilde è ragazzina sveglia e assennata, ma è troppo per lei vivere con quella madre buona eppure inesorabilmnete deragliata. Mamma che durante un colloquio a scuola si distrae per indicare alla figlia un nido di uccelli. Mamma che in abito da sposa con strascico vaga per Parigi in un giorno e una notte di pioggia. Mamma che si inventa un trasloco inesistente mettendo a soqquadro un palazzo. Di bello c’è che Lvovsky non psicologizza troppo né tantomeno sociologizza, mostrando una follia prima dolce e poi sempre più cupa nel suo svolgersi fattualmente. Mostrare, senza ideologizzare, senza chiamare a giustificazione disagi sociali e chissà quali deprivazioni. In questo meritoriamente distinguendosi dalla voga dei tanti registi à la Dardenne o à la Ken Loach. Nessuno maltratta o mette ai margini la povera madre di Mathilde, non il suo ex marito, un brav’uomo, non le insegnanti della figlia. Nessun assistente sociale o nessun tribunale dei minori le vuole portare via la bambina a forza. Semplicemente, è la sua malattia a rendere la vita complicata a lei e a Mathilde. Lvovsky indaga soprattutto l’area in cui madre e figlia si comunicano, esplorando i linguaggi anche non verbali che le uniscono. Ed è affascinant vedere come Mathilde cerchi di sintonizzarsi sulle strane frequenze della madre, spesso riuscendo là dove non ce l’hanno fatta gli specialisti. Noémie Lvovsky abbandona con decisione ogni intento neo-neorealista lambendo i territori del fantastico, inventandosi la stravaganza ma non troppo del piccolo uccello in gabbia (a me pare una civetta, ma potrebbe anche essere un gufo: qui ci vorrebbe l’ornitologo del film di Pedro Rodrigues) che interloquisce con Mathilde e ne diventa il saggio consigliere. Une bête savante. Per un tre quarti d’ora il film funziona benissimo, con quella naturalezza del narrare che Noémie Lvovsky ci aveva già fatto vedere in Camille redouble. Poi però Domani e tutti gli altri giorni comicia a girare a vuoto, ad afflosciarsi, in mancanza di uno sviluppo narrativo forte e deciso. Incespicando oltretutto in certi eccessi metaforici (quell’uccello in fuga dalla gabbia). E si arriva a un finale che commuove ma non convince. Brava davvero, come spesso i bambini al cinema, Luce Rodriguez quale Mathilde.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.