Venezia 74. Recensione: DOWNSIZING di Alexander Payne. Il film d’apertura parte bene con la sua distopia in miniatura, ma poi si perde

Downsizing di Alexander Payne. Con Matt Damon, Kristen Wiig, Hong Chau, Udo Kier, Christoph Waltz. Concorso Venezia 74.

© Paramount 2017

© Paramount 2017

Uno scienziato scopre come miniaturizzare gli umani, e subito nasce una colonia di entusiasti che hanno scelto l’autoriduzione. Bonsai come sono, consumano di meno e inquinano di meno: che sia la formula per salvare il pianeta? Ma quando una coppia di Omaha decide di entrare nel programma di downsizing, le cose cominciano a mostrare il loro lato oscuro. Parte bene, con una bella intuizione, questa distopia di Alexandrr Payne, di sicuro il suo film più ambizioso. Peccato che nella seconda metà il regista-sceneggiatore non abbia il coraggio di andare fino in fondo inventandosi un banalissimo finale di comodo. Un ottimo film mancato. Voto 5 e mezzo

Alexander Payne

Alexander Payne

Eccolo, il film inaugurale, naturalmente molto atteso. Anche in corsa per il Leone, come l’anno scorso l’apripista La La Land. Il cui spropositato successo ha convinto gli studios a far convergere anche quest’anno sulla piattaforma veneziana i film da awards’ season. Difatti, ecco Downsizing di un regista e ancora di più sceneeggiatore assai titolato come Alexander Payne. Bene, stamattina al press screening delle 9 in Sala Darsena massiccia presenza della stampa straniera, quella anglofona in testa che si guarda i film di alta fascia la prima settimana al Lido per poi volare a Toronto (è il motivo per cui i titoli più ghiotti e mediatici con attori e autori star vengono bruciati nei primi giorni di programmazione). Applausi convinti alla fine, ottima accoglienza. (Intanto, mentre scrivo, è in corso la conf. stampa con, tra gli altri, Payne e Matt Damon e le domande al solito sono sconsolanti.) Film scritto e diretto come solo gli americani, intendo con quel mestiere, quelle rifiniture, quel senso dello spettacolo e della comunicabilità del prodotto, anche quando si trattano cose di un certo peso come in queso caso (ambiente, sostenibilità, sovrappopolazione, immigrazione, futuro del pianeta, onnipotenza della scienza). Anche, il film più ambizioso di Payne, un affresco assai allargato dopo un’opera volutamente chiusa in un microcosmo come Nebraska. Nel quale si adotta astutamente il genere del cinema distopico di solito indirizzato al pubblico young adult, se ne mutuano codici e linguaggi per veicolare di contrabbando discorsi alti, benché senza pososità e sempre con l’ironia e i toni brillanti di Payne a stemperare e ridurre ad altezza d’uomo non appena il rischio filosofia da salotto si profila all’orizzonte. Con una prima parte perfino teorica molto riuscita, piena di invenzioni, che moltissimo promette. Peccato che poi – il film dura 135 minuti, troppo – Payne non ce la faccia a tirare i fili delle molte piste narrative e sbandi clamorosamente su cosucce politicamente corrette (quella storia d’amore con la disabile oltretutto immigrata) e su scenari da setta e da fine del mondo che niente c’entrano con quanto ci ha mostrato fino a quel momento. Ed è strano che a cadere in una simile trappola sia uno come lui, autore in passato di sceneggiature di ferro, perfettamente conchiuse e blindate, anche troppo. Mentre qui le crepe e le deviazioni incongrue sono un’infinità.
Si parte con una brillantisssima idea, di quelle di cui il cinema ha più che mai bisogno perché vanno a colpire nervi scoperti della collettiva sensibilità e sanno sintetizzare e intercettare sogni, incubi, visioni del presente trasformandoli in spettacolo. Allora: si immagina che in Norvegia uno scienziato, della stirpe dei mad doctor, dopo lunghe ricerche riesca a trovare la formula (di cui grazie a Dio non ci vengono fornite spiegazioni tecnicistiche) per rimpicciolire gli esseri umani (e altri animali). Pezzi di uomini da uno e novanta ridotti sì e no a una manciata di centimetri (e la raccolta degli esseri miniaturizzati con una spatola dal loro letto ormai enorme è tra le scene irresistibili). La scoperta trova subito i suoi entusiasti che decidono di downsaizzarsi, andando a vivere in allegre colonie a loro misura (però protette da insetti e animali che li potrebbero spazzar via in un attimo). Diventano gli eroi e i testimoni di una nuova consapevolezza pro-pianeta terra. Minuscoli come sono, consumano e inquinano in proporzione, cioè quasi niente, i loro rifiuti sono briciole, il loro uso e abuso delle risorse del pianeta vicino allo zero. E poi, vuoi mettere i vantaggi economici? I consumi si riducono anche nella spesa. Sicché con un salario medio o mediobasso, da miniaturizzato puoi concederti un treno di vita da milionario. Come i nostri pensionati che si trasferiscono in Bulgaria o in Portogallo, ma con vantaggi moltiplicati. Tant’è che è stata costruita per i consumisti di pochi centimetri una città alla loro dimensione, Leisureland, con tutti i comfort e i lussi. Paul e Audrey Safranek sono una coppia medio-qualsiasi di Omaha, vorrebbero una casa migliore ma non se la possono permettere. Da qui la tentazione, che poi diventa decisione, di entrare nel programma downsizing. Solo che Paul, dopo essersi risvegliato miniaturizzato, scopre che Audrey all’ultimo momento ci ha ripensato ed è tornata nel mondo di prima. E comincia per lui l’avventura. Mentre l’apparente felice utopia mostra le prime crepe. La formula viene utizzata anche da cartelli criminali per introdurre più facilmente immigratri illegali bonsai. E contro i molto piccoli cominciano gli attacchi: pagando meno tasse degli altri, dovrebbero godere di meno diritti. E già si sospetta che con il downsizing possano entrare più facilmente dei terroristi. Da commedia il film si incupisce, si drammatizza. Ed è a questo punto che purtroppo Payne perde il controllo del suo racconto e non ce la fa a concludere degnamente. Paul scopre che Leisureland ha un’altra faccia, quella degli slums, di uomini e donne bonsai che nella riduzione non hanno trovato la felicità, anzi. O che l’hanno subita contro la loro volontà. Paul diventa amico di una vietnamita messa in galera dal suo governo per aver guidato la protesta contro la costruzione di una diga e punita con il downsizing. Sarebbe anche una svolta interessante, questo indagare altre facce, effetti collaterali e eterogenesi dei fini di quella che appare come una brillante scoperta. Ma Payne non ha il coraggio di seguire questa direttrice, lascia cadere altre piste pitenzialmente interessanti (il conflitto tra miniaturizzati e no, e la lotta di classe al loro interno), si inventa un’ultima ora balorda e francamente risibile. Viene il sospetto, anche pensando ai suoi film precedenti, che non ce la faccia a uscire da certa piacioneria, che tema di disturbare e allarmare il pubblico. Un gran bel film per metà, di smaglianti intuizioni e premesse, che poi si sgonfia. Matt Damon sempre più inquartato e sempre più credibile come uomo qualunque (un po’ di impoverimento in più ed eccolo, il suo personaggio intendo, inglobato nel white trash e pronto a votare Trump). Stiamo a vedere come la stampa americana accoglierà Downsizing (pare che Variety ne sia entusiasta). Dalla sua reazione dipenderà la corsa di Payne al box office e ancora di più nella stagione dei premi. Io dico che sarà dura insidiare la corazzata Dunkirk. Tra le cose da ricordare di Downsizing: l’irresistibile duo composto da Christoph Waltz e Udo Kier, e la comparsata di Laura Dern.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a Venezia 74. Recensione: DOWNSIZING di Alexander Payne. Il film d’apertura parte bene con la sua distopia in miniatura, ma poi si perde

  1. Pingback: Venezia 74. LA MIA CLASSIFICA (parziale) del concorso: 19 film su 21. Aggiornata a giovedì 7 settembre | Nuovo Cinema Locatelli

  2. Pingback: Venezia 74. LA MIA CLASSIFICA (parziale) del concorso: 15 film su 21 | Nuovo Cinema Locatelli

  3. Pingback: Venezia 74. LA MIA CLASSIFICA FINALE dei 21 film del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi