Venezia 74. Recensione: THE DEVIL AND FATHER AMORTH. William Friedkin incontra il più famoso degli esorcisti

37116-The_Devil_and_Father_Amorth_1-1The Devil and Father Amorth di William Friedkin. Fuori concorso – Non fiction.

Friedkin con padre Aorth

Friedkin con padre Amorth

Doveva succedere prima o poi che il regista dell’Esorcista incontrasse un esorcista vero. Il più famoso degli ultimi decenni, padre Amorth. Friedkin lo riprende durante una seduta in cui tenta di scacciare il maligno dal corpo di una giovane donna. Risultato (filmico) non eclatante: più B-movie che cinema etnografico. Friedkin ha poco a disposizione, quasi niente, ma si salva con il suo enorme e sfacciato senso del cinema. Voto 6 e mezzo
37124-The_Devil_and_Father_Amorth_3Il riverito autore dell’Esorcista incontra l’esorcista massimo secondo Santa Romana Chiesa. Quel padre Amorth che nei suoi anni ultimi (è morto 92enne, a riprese di questo film appena finite) molto è stato presente sui media, molto intervistato, molto celebrato per il libro sulle sue battaglie contro il Diavolo nel corpo degli altri. Già con quel nome, un perfetto protagonista da racconto orrorifico-supernatural. Amorth. Neanche il più scatenato degli sceneggiatori avrebbe potuto inventarsi di meglio. Ne esce un film che proclama la sua altitudine autoriale ma sfiora rischiosamente la serie B e anche zone più basse, francamente inferiore alle attese, e però un film, nel senso che quel volpone di Wlliam Friedkin, aduso a ogni astuzia per inchiodare lo spettatore alla poltrona, trasforma il pochissimo, quasi niente che ha per le mani in un vero e funzionante oggetto cinematografico. Anche godibile, purché si mettano a tacere certi dubbi molesti di impronta razionalista-laicista che sorgono vedendo quel che passa sullo schermo. Che se si pensa alla pochezza di un’altra non fiction di esorcismi e esorcisti oggi, Liberami, vincitore (immeritato) proprio qui l’anno scorso nella sezione Orizzonti, vien da genuflettersi di fronte alla sapienza hollywoodiana che nonostante tutto trapela dal quasi-nulla di The Devil and Father Amorth. Per raggiungere una decente durata di 68 minuti Friedkin si sbatte e si arrangia in ogni modo. Quello che ha, il tesoretto intorno al quale può inanellare il film, è solo la ripresa dell’esorcismo di una giovane donna di Civita di Bagnoregio di nome Cristina a opera di padre Amorth. L’ha effettuata lui stesso, causa esclusione della troupe dalla seduta. Il regista si accomoda nella sala preposta all’evento, tra la paziente in attesa di sottoporsi alla terapia antidemonio e i molti parenti di lei recitanti il rosario e altre preghiere. Cristina è allungata su una poltrona rossa, è affabile, sorride, non sembra per niente posseduta dal maligno. Eppure padre Amorth ha già tentato otto di volte di liberarla senza riuscirci. Stavolta siamo alla seduta numero nove. Si comincia. La piccola camera nelle mani di Friedkin si mette in azione, seppur discretamente. L’esorcista legge le sue formule in latino, ogni tanto alza la voce con Satana ma quasi bonariamente, come si rimprovera una vecchia conoscenza che ne abbia combinata una delle sue, altre volte lo prende in giro. Ma non sembra una battaglia particolarmente cruenta. Cristina urla, si dimena, inveisce contro padre Amorth, ma non aspettatevi vomiti e espettorazioni alla Linda Blair. Solo una trance tuttosommato contenuta. E anche l’esorcismo è, alla fin fine, assai educato. Nemmeno Satana, pur riluttante a lasciare il corpo della ragazza, sembra intenzionato a ingaggiare una controffensiva. Intorno a questa scena non irresistibile di un quarto d’ora, forse venti minuti, integralmente incastonata nel corpo del film senza un taglio, senza montaggio (forse per non buttare via niente), e che costituisce la ragione del racconto, Friedkin costruisce il resto. Un inizio in cui si autocita e un po’ autocelebra tirando in ballo il suo Esorcista. Seguono interviste a psichiatri, neurologi, sacerdoti, occultisti, cui Friedkin mostra il filmato di padre Amorth in azione chiedendo cosa ne pensino. Emerge poco di interessante. Ci viene detto che chi si ritrova all’interno di un contesto fortemente religioso tenderà ad attribuire i propri malesseri interiori a una possessione. La quale si declinerà diversamente a seconda della cultura di appartenenza. Grazie tante, l’avevamo intuito anche prima di questo film. Per fortuna che ci sta Friedkin con il suo enorme e sfacciato senso del cinema. Friedkin che non se la sta troppo a menare con i rigori e i dogmi del cinema etnografico, ma punta, pur col poco che ha a disposizione, al thriller. Ed ecco corridoi qualunque trasformati in sinistri cunicoli con misteriose luci, e musicaccia a moltiplicare l’effetto paura (insomma). Con due momenti grandissimi. Il racconto, visualizzato da mdp che si avvicina ciondolando alla facciata di una chiesa e lì si immobilizza come trattenuta da una forza supernaturale, di un ulteriore incontro post-esorcismo con Cristina. Con lei posseduta urlante e strisciante sul sacro pavimento, mentre il fidanzato ingiunge a Friedkin di non filmare minacciandolo in puro stile gomorra e suburra. Ecco, il regista può solo raccontarlo, evocarlo quel momento, eppure riesce a insufflarci per un attimo la paura vera, e il sentore del satanico. L’altro passaggio memorabile è quando, a colloquio con l’arcivescovo di Los Angeles, WF gli strappa una confessione che non ci si aspetta: no, signor Friedkin, io non posso praticare l’esorcismo, perché per farlo bisogna essere a un livello di santità che io non ho mai raggiunto. Bel colpo. Chapeau, mister Friedkin. Sono due momenti che ci ripagano della vaga senzazione che lei ci abbia amabilmente preso in giro per tutto il film.

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