Venezia 74. Recensione: THE SHAPE OF WATER. Guillermo del Toro realizza una perfetta fiaba adulta, solo con qualche correttismo di troppo

The Shape of Water, un film di Guillermo del Toro. Con Sally Hawkins, Michael Shannon, Octavia Spencer, Richard Jenkins, Michael Stuhlbarg, Doug Jones. Concorso Venezia 74.
SOW_05486.CR2Guillermo del Toro azzecca una fiaba perfetta, riscrivendo l’eterno archetipo della signorina e del mostro. Con la differenza però che il mostro stavolta è un ibrido fichissimo, e che con la signorina sarà sesso travolgente. Del Toro non sbaglia niente, rende esplicito quello che nell’archetipo è sempre stato implicito, e vince la sua scommessa. Stampa americana entusiasta, italiani meno. Per quanto mi riguarda, dico sì. Voto tra il 7 e l’8
SOW_02887.CR2La prima guerra di religione di Venezia 74. Sostenitori di questo nuova fantasia di Guillermo del Toro contro irriducibili haters. Plaude e acclama la stampa straniera, soprattutto anglofona tradizionalmente più sensibile all’entertainment e al bien fait e meno autorialistica di quella europea, specie francese. Storce il naso o urla alla cioféca una parte non trascurabile della nostra critica istituzionale e pure della jeune critique o underground critique. Per quanto mi riguarda, dico sì, e dico anche che si è fatto benissimo a metterlo in concorso. The Shape of Water sta a questo Venezia ome Okja allo scorso Cannes, solo che il film di Guillermo del Toro è molto meglio. Tutti e due variazioni con pretese sul tema del monster movie, con strane creature buonissime e da salvare, e però l’uomo pesce fichissimo e sexy di The Shape of Water strabatte il pur simpatico porcello gigante del film sudcoreano-americano. Siamo in entrambi i casi dalle parti del cinema fantastico con ambizioni di apologo esemplare, piegato alla virtuosa messaggistica sui Grandi Temi e le Grandi Questioni. Là si concionava contro la dittatura del denaro e il bieco sfruttamento delle multinazionali, qui si mette in scena addirittura una santa alleanza di diversi – composta da un gay, dalla creatura metà terrena e metà acquatica e da una disabile (muta, per essere precisi) – contro il bieco conformismo paranoico dell’America anticomunista, razzista, biancosuprematista tra anni Cinquanta e Sessanta. Se nel confronto prevale nettamente The Shape of Water è perché, al di là delle intenzioni stucchevolmente virtuose, del Toro riesce a costruire una fiaba assolutamente irresistibile e senza il minimo calo di tensione, dall’architettura perfetta e già classica, con personaggi cui non si può non affezionarsi. Cui si unisce una fantasmagoria visiva che ha pochi eguali nel cinema contemporaneo, soprattutto tra quello che non si vergogna di parlare al pubblico più largo. Una volta tanto, un film sofisticato e bello, con una visione non convenzionale di cinema, che sa anche essere cinema popolare. Sarà interessante vedere come lo accoglierà il pubblico. Intanto la stampa americana già ne parla come di uno dei titoli di maggior impatto dei prossimi mesi.
Ma la vera invenzione, il punto di forza, è il love affair, chiaro, esplicito, con tanto di sesso praticato, tra l’uomo pesce venuto da un qualche rio dell’Amazzonia (“dov’era adorato come un dio dagli indigeni”) e una matura signorina dalla vita assai qualunquemente incolore (Dio mio, cosa si potrà usare al posto del non più praticabile ‘zitella’?). Breve sinossi, e senza spoiler. Siamo in una base militare americana di esperimenti segreti e programmi spaziali nel pieno della guerra fredda con l’Urss. Elisa, insieme all’amica Zelda (una fantastica Octavia Spencer), fa parte del team di pulizie. The help, come dicevano le sciure americane di allora della servitù. Puliscono le cucine, i laboratori, i cessi, il che garantisce loro un particolare punto di osservazione, dal basso, di quel mondo e degli uomini che lo abitano. Si capisce molto, per dire, di un uomo da come piscia, da quanto sporca o non sporca, dal fatto che si lavi o meno le mani post-minzione. Cose tutt’altro che triviali. Indizi di come Guillermo del Toro abbia costruito concettualmente, multi-stratificandolo, il suo film. Fiaba sì, ma che ingloba il basso, il corporale, lo sporco, che non li rimuove e disinfetta attraverso il solito processo di sublimazione e spostamento.
Un giorno Elisa (Sally Hawkins, che rifà il personaggio dell’innocente cucitole addosso da Mike Leigh in Happy Go Lucky), mentre fa le pulizie nel più segreto dei laboratori della base, scorge all’interno di un cilindro trasparente pieno d’acqua una strana creatura. Poco più di un’ombra fluttuante, ma che lascia già intuire come si tratti di un seducentissimo ibrido. Riuscirà a comunicare con lui, a conquistarne la fiducia. E il mostro si rivelerà sì modellato su quello anni Cinquanta della laguna nera, ma molto più fico. Sarà tra lui e Elisa amore con sesso e godimento reciproco. Solo che intorno alla creatura si scatena una guerra di superpotenze. Gli americani vogliono lanciarlo nello spazio come risposta all’exploit sovietico della cagnetta Laika, i sovietici attraverso una loro spia infiltrata nella base lo vogliono eliminare. Il poveretto rischia la vita. Ma ecco l’alleanza dei buoni per salvarlo. La narrazione non ha un intoppo, la mossa assai rischiosa dell’amore tra Elisa e il bel mostro (rendendo finalmente esplicito quello che era sempre stato implicito in storie come La bella e la bestia o King Kong) paga e conferisce al film il suo valore aggiunto rispetto ai molti film dello stesso genere già visti. Invenzioni notevoli. Il mostro che, entrato in un cinema, resta incantato da quello che passa sullo schermo. La fantasia danzereccia modellata sui musical con Elisa allacciata e tip-tappeggiante al suo boyfriend mezzo umano mezzo pesce (la risposta fantasy a La La Land). Del Toro si scatena, pur restando sempre in totale controllo della materia, senza mai baroccheggiare e strabordare, che è poi il rischio del cinema cosiddetto fantastico-visionario. L’ideologicamente corretto qua e là fa sbuffare, le annotazioni sull’America paranoide in guerra fredda con l’Urss e spietata verso neri, donne e omosessuali non sono originalissime e un filo ritrite. Ma è una fiaba, e come tutte le fiabe c’è bisogno di definire Buoni e Cattivi, tutto qui. Bravi tutti, da Sally Hawkins al villain Michel Shannon alla buona spia Michael Stuhlbarg al gay di modi vintage Richard Jenkins. E però, come dicevo, a trionfare è Octavia Spencer, che pur in un ruolo collaterale ruba la scena a tutti.

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