Venezia 74. Recensione: LEAN ON PETE, un film di Andrew Haigh. Cinema bello e commovente, ma senza ricatti sentimentalisti

Lean on PeteLean on Pete (Charlie Thompson) di Andrew Haigh. Con Charlie Plummer, Steve Buscemi, Chloë Sevigny. Concorso Venezia 74.
Lean on PeteUno dei vertici del concorso a oggi. Storia di un ragazzo senza famiglia scagliato da solo nel mondo. Un classico racconto di formazione che il regista Andrew Haigh riesce a trasformare in un raro esempio di cinema etico e umanista. Con un tocco e un rispetto per i personaggi che ricordano Vittorio De Sica. Voto 8+
Lean on PeteIl più bel film del concorso a oggi, domenica 3, dopo First Reformed di Paul Schrader. L’inglese Andrew Haigh si è fatto largo come regista di film queer, realizzando con Weekend uno dei più convincenti e meno ideologici ritratti omosessuali degli ultimi vent’anni. Poi con 45 anni ha abbandonato quei temi identitari andando a esplorare le sotterranee tensioni di un matrimonio di lunga durata, guidando Charlotte Rampling verso la sua migliore performance da parecchio tempo in qua. Lean on Pete conferma che in lui abbiamo trovato un autore vero, dal tocco riconoscibile e unico nel panorama del cinema survoltato di oggi, un autore che ha saputo mantentere la sensibilità e la sottigliezza e l’educazione di approccio del suo periodo filmicamente queer senza restarci intrappolato. A raccontarlo, Lean on Pete sembra una storia semplice e qualunque, già mille volte sentita e vista, quasi archetipica. Difficile rendere conto della sua bellezza smontandola nei suoi elementi narrativi, ancora più complicato capire in cosa consista l’abilità di Haigh di trasformare quello che in mani altrui sarebbe un risultato anonimo in opera di sublime trasparenza e intensità. L’archetipo è quello del ragazzo solo, senza famiglia, scagliato senza aiuto in un mondo ostile, esposte a avventure e disavventure, a prove e sfide, a tortuosi percorsi di formazione, a sofferenze e disagi. Charley ha quindici, forse sedici anni, la madre lo ha abbandonato poco dopo la nascita, vive col padre con il quale è cresciuto. Un uomo buono ma che non ha mai potuto occuparsi davvero di lui dovendo troppo occuparsi della propria sopravvivena, anche psichica. L’incontro che imprimerà una svolta nella vita di Charlie è con il proprietario di una scalcinata scuderia di cavalli da corsa. Di gare spesso crudeli in luoghi remoti della profondissima America, ultimo occasione per i cavalli di far guadagnare i loro padroni prima di essere mandati al macello in Messico. Lean on Pete non è tra i campioni della scuderia, ha già un’età, e con il ragazzo Charlie è subito intesa. E quando la vita di Lean on Pete sarà in pericolo scapperanno insieme. Non aggiungo altro, se no mi arriva addosso l’accusa di spoiler che oggi è peggio di un marchio d’infamia e della lettera scarlatta del New England puritano.
Si può leggere Lean on Pete come un ennesimo bildungroman, racconto di formazione di un giovane uomo in un’America deprivata e derelitta. Come di un western dell’anima. Tutto déjà vu. A fare stavolta la differenza è la regia, invisibile, deliicata quanto potente e assai consapevole. Andrew Haigh ha una vera, profonda, sincera, compassione e un rispetto assoluto per i suoi personaggi (lo aveva dimosttrato anche in Weekend e 45 anni), e per Charlie in modo speciale, che è di pochissimi autori oggi. A me ha ricordato il migliore e più grande Vittorio De Sica, quello di Ladri di biciclette, di Umberto D, e l’Ermanno Olmi tra anni Sessanta e Settanta.
La macchina da presa non è mai aggressiva, al contrario di quanto succede tanto spesso nel cinema giovanottesco di oggi, ma si pone come in attesa dei personaggi e del loro agire o non agire. Tempi dilatati, rallentati, ma non estenuanti, e senza esibizionismi, niente piani sequenza interminabili a maggior gloria del suo autore. Qui il tempo della mdp è, semplicemnete, quello dei personaggi e della storia, in una sincronia che sa restituire il senso del vero. Della vita. E mi viene in mente certo Richard Linklater. Lean on Pete ci comuove fino allo strazio, dificile resistere inpassibili all’odissea sommessa e insieme devastante di Charlie,. Epppure non c’è mai sentimentalismo, nessuna bassa exploitation. Film profondamente etico, esempio di un cinema umanista in via di estinzione (e però questo concorso ce ne ha fornito un altro con La Villa di Robert Guédiguian). Il ragazzo Charlie Plummer è una rivelazione, sarà difficile non dargli il premio Mastroianni come migliore promessa.

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