Venezia 74. Recensione: LA VILLA, un film di Robert Guédiguian. Il mondo di ieri è una baia di Marsiglia

37502-La_Villa_5____AGAT_FilmsLa Villa, di Robert Guédiguian. Con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Anaïs Demoustier, Robinson Stèvenin. Concorso Venezia 74.
37496-La_Villa_4____AGAT_FilmsRiunione di famiglia in una baia vicino a Marsiglia. Tornano dal vecchio padre i figli perduti e lontani, si ricompone la piccola comunità di un tempo. Ma niente è più come prima. Un film che senza autocommiserazione racconta la fine del mondo di ieri fatto di solidarietà e ideali. Impossibile non commuoversi. Uno dei miei preferiti di questo festival. Voto 8
37500-La_Villa_2____AGAT_FilmsIl tempo che tutto distrugge. Il mondo di ieri e il suo tramonto. La vecchiaia e la caduta delle illusioni. Se ne parla – ma senza piagnistei e lagne, con la dignità di chi ha perso la battaglia dopo avere onorevolmente combattuto – in questo meraviglioso La Villa del marsigliese Robert Guédiguian. E son temi sorprendentemente simili a quelli trattati in The Leisure Seeker di Paolo Virzì proiettato qui al Lido solo poche ore dopo. Dunque inevitabile confronto tra i due film: bene, non c’è partita, stravince Guédiguian. C’è più verità in un fotogramma di La Villa che in tutto il fintissimo, sovrarecitato e convenzionale Virzì americano con le star Donald Sutherland e Helen Mirren.
Affine per formazione politica e nostalgie socialiste-operaiste a Ken Loach, Robert Guédiguian è uno di quegli autori che o lo ami o lo odi. Quanto a me, sto dalla sua parte. Irrazionalmente, lo ammetto. Perché, pur essendo scarsamente sensibile allo sventolio di bandiere, ai racconti delle antiche epopee antipadronali, al ‘come eravamo quando c’era la fabbrica’, io i suoi proletari investiti anzi travolti dal cambiamento della Storia li ho sempre amati e continuerò ad amarli. E anche stavolta Guédiguian, dopo La ville est tranquille (film che adoro pazzamente) e Les neiges du Kilimandjaro fa crollare ogni mia resistenza. È che i suoi film sono belli e onesti, senza la minima affettazione. Li guardi e hai l’impressione che quella vecchia Marsiglia fatta di popoli mescolati e contigui e ammassati negli stessi vicoli (ben altro dalle mitologie multiculturaliste che oggi ci ammorbano), e fatta di fatiche e sudori, lui l’abbia conosciuta bene. Cosa che non mi sentirei di dire di altri cineasti di lotta e di impegno. Un film, La Villa, che immagino di molti echi autobiografici, una specie di bilancio esistenziale stilato dal regista in compagnia di una banda di attori fedelissimi che lo seguono da decenni, in testa la moglie Ariane Ascaride e Jean-Pierre Darroussin. Cronaca di una rimpatriata di fratelli, che finirà poi con l’allargarsi a vicini e ex compagni di lotta, nella calanque di Méjan, una meraviglia di posto appena fuori dalla città-feticcio di Marsiglia. Un vecchio militante comunista, fondatore di un ristorante popolare “a prezzi bassi perché tutti possano andarci” (il food come politica, mica come fighettismo hipster), adesso gestito nella massima continuità culinaria e ideologica dal figlio Maurice, ha un ictus e rimane seriamente compromesso. L’altro figlio maschio Joseph, intellettuale naturalmente in crisi (“ma io ho cominciato in fabbrica”, ci tiene a ricordare) è già lì in vacanza con la fidanzata, trent’anni meno di lui, sua ex studentessa. E converge nella baia, dopo decenni di ostinata assenza – e scopriremo il perché –  anche Angèle, la figlia attrice di teatro. Riunione di famiglia, in un pezzo di Mediterraneo sull’orlo della mutazione paesaggistica e antropologica. Luogo simbolo, la gande villa con balcone rotondo (“venivano da tutte le parti per ammirarlo”) che domina la calanque. Ma i vecchi residenti non ci sono più, hanno tutti venduto ai parigini. Oltre al fratello ristoratore custode delle tradizioni, non si è mai mossa da lì una vecchia coppia che fatica adesso a pagare il sempre più esoso affitto richiesto dai nuovi proprietari. A completare il gruppo un ragazzo pescatore, teatrante per diletto, e il figlio arricchito della coppia. Il microcosmo è delineato, i personaggi pure, e allora via con la resa dei conti all’interno della famiglia e della piccola comunità. Ma non ci sono le durezze sanguinolente di certi film americani, qui a prevalere sono la malinconia, la nostalgia, il tono elegiaco. La compassione. Guédiguian ha il dono della grazia, dei dialoghi che ti fan sentire la vita. Retorica? Come no. Qui si mette in scena la morte di un mondo proletario, la fine di una solidarietà e di un’appartenenza, come volete che si possa evitarla, la retorica. A un certo punto irrompe perfino il dramma dei migranti, con tre piccoli fratelli (forse) siriani. Eppure anche qui Guédiguian riesce a trattare un tema tanto scivoloso con una delicatezza e un’asciuttezza ammirevoli. Si rimpiange e si piange, però con nobiltà, fierezza e dignità, consapevoli che il cambiamento non lo puoi fermare. Lo hanno capito i due vecchi coniugi che decidono di andarsene da un mondo che non riconoscono più come loro. Si accetta tutto di questo film, perfino l’incongrua storia di Angèle con un ragazzo più giovane, perché Ariane Ascaride è di quelle attrici che rendono credibile anche quello che non lo è. Si resta intrappolati e incantati dal pudore e dalla naturalezza con cui Robert Guédiguian intreccia il suo reticolo di storie, affetti, rimpianti, disperazioni, disillusioni. Come un illusionista, riesce perfino a convincerci – almeno per la durata del film – della bellezza di quel mondo di ieri. Bellezza in realtà mai esistita.

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