Venezia 74. Recensione: EX LIBRIS – The New York Public Library. Un Wiseman minore?

EX LIBRIS – The New York Public Library, un documentario di Frederick Wiseman. Concorso Venezia 74.
37680-EX_LIBRIS_-_The_New_York_Public_Library_1____Zipporah_filmsUna leggenda del documentario, Frederick Wiseman. Che a 87 anni scende in campo per il Leone. Dopo Berkeley e la londinese National Gallery, con EX LIBRIS ci mostra un’altra istituzione culturale, la New York Public Library. Un colosso ormai così labirintico e tentacolare che il regista fatica a resituircelo. Vediamo di tutto – incontri con gli autori, corsi di formazione, programmi di digitalizzazione e via moltiplicando e dilagando – ma non vediamo mai un libro. mai una sala di lettura. Il che per un docu su una library è un paradosso.Voto 6 e mezzo
37682-EX_LIBRIS_-_The_New_York_Public_Library_2____Zipporah_filmsSignori giurati di Venezia 74 (a questo link i nomi), pensateci bene quando dovrete decidere a chi assegnare il Leone d’oro. Se proprio dovete darlo a una leggenda, a un nome al di sopra di ogni sospetto e oltre ogni possibile discussione, datelo a Frederick Wiseman, mica a Ai Weiwei. Je vous en prie. Ad anni 87, e dall’alto di una filmografia formidabile per quantità e qualità, Wiseman continua a produrre instancabile i suoi documentari, e a distribuire lezioni di cinema al mondo. Questo EX LIBRIS (sì, capital letters) non è il suo film migliore, non è così centrato e ben focalizzato, soffrendo di un sovrappiù di correttismo ideologico e politico insolito anche per un cineasta come lui di cristallina fede e pratica liberal da sempre. Ma resta un film pienamente suo, che non tradsce il brand. In attesa del verdetto della giuria di sabato prossimo, andiamo a parlare di EX LIBRIS, esplorazione à la Wiseman (niente interviste, didascali tendenti allo zero, nessuna spiega, e invece immagini che parlano e raccontano) della New York Public Library, una gloria americana, una colossale macchina che da oltre un secolo produce cultura e alfabetizzazione (oggi digitale) delle masse, specie se svantaggiate. Di quelle istituzioni sorte a fine Ottocento per opera di filantropi mossi da intenti umanitari, volte a migliorare le condizioni delle classi umili e ultime, nata e rimasta privata nonostante quel public nel nome, sostenuta ancora oggi soprattutto da donazione e solo in parte da denaro pubblico (della municipalità newyorkese perlopiù). Sede centrale, quella storica, in 5th Avenue, cui si aggiungono 92 filiali tra Manhattan, Bronx e Staten Island. Un colosso. Anche un labirinto non così facile da percorrere e decifrare, al contraio di altre isituzioni già raccontate da Wiseman, come Berkeley e la National Gallery di Londra. Che cosa sia davvero la NYPL purtroppo dal film non si capisce granché bene, quale sia oggi la sua mission ancora meno. Tutto è assai vivido, come sempre in Wiseman, capace come nessuno di restituirci l’imediatezza del vivere, del fare e dell’agire delle persone, importanti o qualunque non fa differenza, di renderci interessanti anche le esistenze più umili e di connetterle in una rete di relazioni, in una comunità, in un insieme. Solo che stavolta a essere sfuggente è l’identità stessa della NYPL, ormai diventata tentacolare e proiettata su un’infinità di fronti. Forse troppi. Quello che mi ha stupito, e devo dire non favorevolmente, è che in questo film si mostra di tutto – incontri di autori con il pubbico, corsi di formazione, corsi di alfabetizzazione digitale (cui la direzione conferisce un ruolo cruciale e strategico), pre-scuola e dopo-scuola per bambini, reclutamento professionale per senzalavoro, suporto iconografico e via moltiplicando e dilagando – ma non i libri. Avete in mente?, quei parallelepipedi di carta con copertina. Ecco, qui di libri se ne vedono poichissimi, anzi niente. Wiseman, per qualche oscuro motivo che francamente stento a capire, gira e monta un film di tre ore e venti minuti su una gloriosa Public Library, tra le meglio e maggiori al mondo, senza mai farci vedere, dico mai, una sala di lettura. Né, tantomeno, una biblioteca cartacea. Computer dappertutto, questo sì, con folle a smanettare e digitare.
Ma non un momento in cui si veda qualcuno che chieda in prestito o restituisca un libro, o chieda consigli su un particolare testo. O ne sfogli con curiosità e unteresse uno. O ne legga rapito qualche pagina. Le stanze che vediamo sono perlopiù invase dai vari device elettronici, si pone molta enfasi sulla necessità che la NYPL dia il suo contributo all’attenuazione del digital divide per cui in città 1 abitante su 3 oggi non ha una connessione inernet in casa (e si parla di New York, mica di Dacca o Dar-er-Salaam). Sì, va bene, abbattiamo il digital divide, ma i libri? intendo quelli cartacei? Giusto, come fa la NYPL, dare alle madri single dei quartieri meno favoriti un kit di connessione gratis per sei mesi, ma ogni tanto allungare pure un Joyce o un Kafka no? Direte: ma il signor Wiseman è, nella sua grandezza di mito assoluto del documentario, ben oltre la banalità di mostrarci in una bibliotexa i libri. Lui va al di là, va a scovare i lati meno ovvii e più sorprendenti, la missione sociale finalizzata all’elevazione delle masse. Sarà, ma io resto dell’idea convenzionale che una biblioteca sia una biblioteca e amcora una biblioteca. Cioè in primis una dispensatrice di libri. Punto. Poi, come no, Wiseman ci fa vedere tante belle cose. Come gli autori che presentano (promozionano) le proprie opere intrattenendo il pubblico, e si parte con Richard Dawkins, lo scienziato inglese promotore e fautore di un ateismo militante, e non è una gran partenza, ecco. Dawkins, autore una ventina di anni fa di un testo quello sì geniale e fondamentale come Il gene egoista, adesso conciona contro il sacro e il religioso senza troppe sottigliezze argomentative, e non si ha una gran voglia di  starlo a sentire. Tra gli ospiti della NYPC vediamo anche Elvis Costello (ora e sempre contro la signora Thatcher: “andrò a ballare sopra la sua tomba”, canta) e Patti Smith. Stupisce il molto tempo e il molto spazio dedicato da EX LIBRIS alla pur scottante questione dei black americani, di cui capisco la crucialità e centralità, ma di cui capisco meno certe derive ideologiche che Wiseman testimonia. Ecco il giovane autore di un libro in cui si sostiene che l’abolizionismo (della schiavitù) non è, come l’Occidente ha sempre raccontato, frutto dell’umanesimo e dell’illuminsimo e della cultura dei diritti sbocciaia tra Eropa e America, ma ha solide radici anche in altre culture, ad esempio nell’Islam. Ora. ha sicuramente ragione quando sostiene che nel Corano non c’è una parola che possa legittimare la schiavitù, e però bisognerà pur ricordare che tra i grandi mercanti di schiavi ci furono arabi musulmani. E ancora: ecco una conferenza sulla prima poetessa nera americana (tardo Settecento), ecco in un incontro in una sede decentrata della NYPL con le mamme del quartiere il lamento contro libri di testo che ancora smussano e tendono a edulcorare lo scandalo della schiavitù e duqnue la necessità di “altri libri rispettosi delle minoranze”. E potrei continuarei. Ci sono altri momenti e altre storie che fan da contrappeso a questo sovraccarico ideologico, e però l’impressione che il fim sia fortemente sbilanciato resta. D’accordo, la NYPL è nata a suo tempo con una mission squisitamentee umanitaria, di emancipazione sociale e culturale, e va bene che oggi quella vocazione permanga e venga perseguita con forza. E però, sant’Iddio, una di quelle belle sale di lettura con i banconi allisciati dall’uso secolare e le belle lampade e la boiserie alle pareeti e quelle penombre rilassanti e la gente china sui libri a leggere e ancora leggere, Wiseman ce la poteva anche far vedere.

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