Venezia 74. Recensione: THE THIRD MURDER, un film di Hirokazu Kore-eda. Arriva dal Giappone il nuovo Rashomon

37540-Sandome_no_satsujin__The_Third_Murder__1_-____2017__FUJI_TELEVISION_NETWORKAMUSE_INC._GAGA_CORPORATION__All_rights_reserved.37536-Sandome_no_satsujin__The_Third_Murder__4_-_____FUJI_TELEVISION_NETWORKAMUSE_INC.GAGA_CORPORATION_All_rights_reserved.The Third Murder (Il terzo omicidio; titolo originale Sandome No Satsujin) di Hirokazu Kore-eda. Con Fukuyama Masaharu, Yakusho Koji, Hirose Suzu. Musica di Ludovico Einaudi. Concorso Venezia 74.
37530-Sandome_no_satsujin__The_Third_Murder__2_-____2017__FUJI_TELEVISION_NETWORKAMUSE_INC._GAGA_CORPORATION__All_rights_reserved.Stavolta Hirokazu Kore-eda sembra abbandonare i suoi ritratti di famiglia per il cinema di genere. Ma questo legal thriller è solo un altro modo per affrontare i suoi temi-feticcio: le relazioni complicate genitori-figli e marito-moglie. Si parte da un brutale omicidio di cui si scopre subito il colpevole. Ma le cose si riveleranno più complicate, e la verità sempre più sfuggente. Come nel leggendario Rashomon di Kurosawa. Voto tra il 7 e l’8
37532-Sandome_no_satsujin__The_Third_Murder__5_-____FUJI_TELEVISION_NETWORKAMUSE_INC.GAGA_CORPORATION_All_rights_reserved.Il giapponese Hirokazu Kore-eda (da qualcuno sbrigativamente dichiarato erede di Ozu per via di certe superficiali affinità) sembra abbandonare in questo suo nuovo film il territorio a lui congeniale e da lui molto frequentato dell’analisi dei rapporti familiari, dello scandaglio degli affetti, di ciò che unisce e separa mogli e mariti, genitori e figli. E si cimenta con il cinema di genere, nello specifico il legal thriller con ampie incursioni nel sottogenere del courtroom movie. Pensi all’inizio anche alla volontà di confezionare qualcosa di più appetibile per il largo pubblico (anche perché tra i produttori figura una tv giapponese e dunque se ne deduce che la destinazione dopo lo sfruttamento in sala sia lo schermo di casa). Invece man mano che il film procede e si dispiega (lentamente: Kore-eda è regista di silenzi, vuoti e contemplazioni zen, e qui si superano tranquillmente le due ore di durata) ci si rende conto di come il regista di Father and Son, Little Sister e Ritratto di famiglia con tempesta abbia solo adottato un’altra forma cinema per ritornare ai suoi temi prediletti, alle sue ossessioni, al family drama insomma. E man mano che Kore-eda torna, cinematograficamente, a casa, in famiglia, il film prende quota, acquistando spessore, significati, mostrando una finezza introspettiva e una complessità che ne fanno una delle cose migliori del concorso. E la scelta del Cinemascope non toglie analicità al film ma aiuta a definire meglio ambienti, dintorni e contesti, stabilendo connessioni tra cose e persone spazialmente lontane. Come si vede nelle mirabili scene in cui l’avvocato e l’imputato si fronteggiano durante i colloqui in carcere, mentre le differenze man mano sfumano e le due figure, in un gioco di riflessi e interferenze potenziato dal grande schermo, si sovrappongono e si assimilano a suggerire ulteriore ambiguità al già elevato tasso di mistero del racconto.
Un uomo viene ucciso e bruciato. Il suo portafogli sparisce. Dell’omicidio viene immediatamente accusato un ex dipendente della vittima (proprietario di un piccola azienda di confezioni alimentari). Che oltretutto confessa di aver ammazzato il suo datore di lavoro per rapinarlo. Che oltretutto ha un passato pesante, con a carico l’assassinio di due usurai della yakuza. Il colpevole perfetto, e difatti subito in galera, mentre si prepara il processo e già si ipotizza la condanna a morte (non spevo che in Giappone ci fosse ancora la pena capitale: quante cose si imparano al cinema). Ma siamo solo all’inizio di una ricerca della verità che sarà lunghissima, estenuante, con continui colpi di scena e rovesciamenti di fronte. L’imputato cambia versione più volte, non negando di aver ucciso ma fornendo spiegazioni diverse. Un avvocato dello studio legale che ha preso in carico la sua difesa intuisce che l’accusato nasconde parecchie cose. Il film è questa ricerca di ciò che è stato occultato, il ribaltamento delle certezze, la scoperta di segreti innominabili. Si passa dal Giappone meridionale di Nagasaki al Nord, nell’isola di Hokkaido, con la sua neve e le sue temperature polari (curiosamente, anche un film di Orizzonti, l’incantevole La nuit ou j’ai nagé di Damien Manivel e Kohei Igarashi, è girato nel Giappone della neve), in un’escursione che segnala anche i continui salti,le discontinuità, i cambi di rotta della narrazione. E intanto Kore-eda fa sempre più suo il film, nel senso che assimila il genere alla propria visione di cinema e alla propria sensibilità per i drammi di famiglia. Tutti qui hanno con il coniuge, i genitori, i figli relazioni assai complicate e perturbate: l’avvocato, l’imputato, la vittima. L’uomo che (forse) ha ucciso ha un figlia che si rifiuta di vederlo da 30 anni, la famiglia dell’ucciso è un verminaio. Saltano fuori minori abusate, come in un altro film made in Asia del concorso, il cinese Angels Wear White di Vivien Qu. E come nelle migliori detective story, l’indagine diventa un viaggio tra il Bene e il Male e negli abissi dell’umano. A Kore-eda visibilmente interessano poco la suspense e il chi-è-stato (l’hitchcockiano whodunit), interessa stare dalla parte delle vittime e testimoniarne il dolore. Cinema etico come pochi oggi. Ma il film diventa straordinario quando finisce con il perdersi nel suo stesso labirinto. Quando la ricerca della verità rivela troppe verità, dunque nessuna. Chi ha davvero ucciso? E chi era davvero la vittima? Il paradossa di The Third Murder è di capolvolgere e distruggere lo stesso senso del procedural. Si comincia con una verità certa, si finisce con la prevalenza del dubbio, con una verità ormai svaporata, con perfino due flashback che sembrano contraddirsi e forse depistano anziché chiarire. La verità è inafferrabile, o forse non esiste. Sarà anche banale dirlo (ma non riesco a non dirlo), ma The Third Man è davvero il Rashomon di questi anni Duemila. Musiche, val la pena segnalarlo, di Ludovico Einaudi.

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5 risposte a Venezia 74. Recensione: THE THIRD MURDER, un film di Hirokazu Kore-eda. Arriva dal Giappone il nuovo Rashomon

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  3. Roberto Bellomo scrive:

    Caro Locatelli, però Hitchcock faceva esattamente il contrario del whodunit, lo spiega benissimo nel dialogo sulla suspense con Truffaut.

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