Venezia 74. Recensione: JUSQU’A LA GARDE di Xavier Legrand. Uno dei film più sopravvalutati del concorso (due premi, ma come si fa?)

38148-Jusqu_a_la_garde_3___KG_ProductionsJusqu’à la garde (Custody) di Xavier Legrand. Con Denis Ménochet, Léa Drucker, Thomas Gioria, Mathilde Auneveux. Concorso Venezia 74. Vincitore del Leone d’argento – Premio per la migliore regia e del Premio Venezia Opera prima ‘Luigi De Laurentiis’.
38144-Jusqu_a_la_garde_2___KG_ProductionsSi è preso due premi, e non ne meritava neanche mezzo. Jusqu’à la garde sfrutta un tema sensibile e di presa immediata come quello delle mogli stalkizzate dagli ex violenti e ci imbastisce sopra un film efficace ma rozzo, senza la minima sfumatura. Pencolante tra lo psicologismo da tribunale dei minori e il racconto horror. Voto tra il 5 e il 6
A038_C008_0715P8Nel 2014 il francese Xavier Legrand arrivava nella cinquina finale dell’Oscar per il miglior cortometraggio di fiction con il suo buonissimo Avant que de tout perdre: mezz’ora tesissima intorno a una donna che cerca di scappare con i due figli dal marito intenzionato ad ammazzarla. L’Oscar non lo ha vinto, ma quel corto gli ha aperto molte porte, permettendogli di realizzare questo suo primo lungometraggio, Jusqu’à la garde, letteralmente ‘Fino all’affido’, presentato l’ultimo giorno del concorso. Film che riprende abilmente e astutamente il nucleo di quella storia e gli stessi due attori protagonisti, Denis Ménochet e Léa Drucker. E strapiaciuto al pubblico, per come va a trattare il tema sensibilissimo e assai dibattuto tra talk show, inchieste, cronache, delle separazioni sanguinose con affidamento complicato e sempre rimesso in discussione – da una parte e dall’altra – dei figli.
Miriam se n’è andata, è tornata dai genitori con i due rampolli, Joséphine ormai quasi maggiorenne e Julien, undici anni soltanto. Il giudice minorile, che è poi una giudice, dovendo decidere l’affido del ragazzo ascolta le ragioni dell’una (la madre) e dell’altro (il padre) e le accuse che reciprocamente si buttano addosso. Miriam parla di minacce e stalking da parte di Antoine, lui ribatte che la moglie gli nega il diritto fondamentale di vedere i suoi figli. Chi ha ragione? O, meglio, chi ci sta più vicino? Solita decisione salomonica della giudice: Julien resterà con la madre, ma un weekend su due lo passerà con il padre.
Jusqu’à la garde parte come un’indagine, non nuovissima, su quanto sia difficile in questi casi stabilire torti e ragioni, e sui costi psicologici procurati ai figli dalla separazione dei genitori. Ci si aspetta che si esplorino adeguatamente tutti i lati e gli angoli del problema, che ci si addentri in un terreno tanto delicato utilizzando un pensiero complesso e non univoco. Macché. Dopo una prima parte se non promettente almeno aperta e con qualche (qualche) sfumatura, poi si passa alla piattezza di un racconto a una sola dimensione. Con il marito che diventa un mostro pericolosissimo, la moglie vittima inerme e perseguitata, mentre il film scivola sempre di più verso l’horror. Che è esattamente quanto aveva fatto Legrand nel suo precedente cortometraggio, dove il marito abbandonato braccava la moglie e i figli in uno shopping center. Genere Jack Nicholson fuori di testa con l’ascia in mano in Shining di Kubrick. Allora Legrand aveva decisamente virato sulla tensione, sulla paura, raccontando con un’ottima intuizione un family drama, e il dramma della separazione, nei modi dell’action horror. E l’operazione funzionava benissimo. Stavolta, sulla lunga misura, non sa invece che strada imbccare almeno fino a metà film, pencolando tra lo psicologismo da tribunale dei minori e il cinema spudorato di paura e di minaccia dell’ultima parte. Un film riuscito a metà, e anche meno. E non si capisce come la giuria di Venezia abbia potuto dargli un premio importante come il Leone d’argento per la migliore regia. Inaudito. Jusq’à la garde ha la didascalicità e la dimostratività di un volantino da casa delle donne maltrattate (con tutto il rispetto, intendiamoci), mentre il cinema, almeno il cinema che ci piace, è un’altra cosa. Ed è un film intimamente corrivo per come intercetta il tema forte delle mogli stalkizzate per vellicare, compiacere e confermare nelle sue certezze il pubblico. Difatti la platea ha molto apprezzato, e il film avrà di sicuro un grande successo. Però dargli due premi importanti (quello per la migliore regia – addirittura! – e quello come migliore opera prima) è un reato, anzi doppio. E dopo queste sciagurate assegnazioni, cali il sipario sulla Mostra di Venezia numero 74.

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