Film stasera in tv: ANIME NERE di Francesco Munzi (mart. 26 sett. 2017, tv in chiaro)

Anime nere di Francesco Munzi, Rai Movie, ore 21,10. Martedì 26 settembre 2017.
Ripropongo la recensione scritta dopo la sua presentazione (in concorso) al Festival di Venezia 2014.
11493-Anime_nere_6-Giuseppe_Fumo_Fabrizio_Ferracane--__Francesca_CasciarriAnime nere, un film di Francesco Munzi. Con Marco Leonardi, Barbora Bobulova, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Anna Ferruzzo. Presentato in concorso al recente Festival di Venezia.
11477-Anime_nere_1-Aurora_Quattrocchi_Peppino_Mazzotta--__Francesca_CasciarriA Venezia è stato molto applaudito e molto ben accolto dalla critica italiana. Sorry, ma dissento. Questa storia di tre fratelli d’Aspromonte – due emigrati al Nord a trafficare in coca e riciclare, il terzo rimasto invece fuori dai giri criminali – non ce la fa proprio a emanciparsi dalle convenzioni del mafia-movie all’italiana e allinea un cliché dopo l’altro. Solo il finale apre uno squarcio lasciando intravedere quello che il film sarebbe potuto diventare (ma non è). Echi di tragedia greca, anzi di Magna Grecia. Con il suo Sud dagli eterni stereotipi piacerà moltissimo all’estero. Voto 4 e mezzo
11593-Anime_Nere_3--__Francesca_CasciarriNon mi è proprio piaciuto. No, non sto dicendo che sia orrendo (è girato ottimamente) e nemmeno che a Venezia, dov’è stato presentato in concorso, sia stato un flop. Anzi, alla proiezione stampa cui ho partecipato gli applausi sono stati tanti e convinti. Sono io, semplicemente, a chiamarmi fuori dal coro degli osanna. Per tutta la sua durata ho sperato che svoltasse, che uscisse da quella massa enorme di cliché che, uno dopo l’altro, implacabilmente affastellava, che si desse un twist, una virata, che ci comunicasse un qualcosa di non già visto e già sentito, estraesse da una materia così logorata dal troppo uso come il mafia-movie all’italiana qualche pista inesplorata, che adeguasse il genere ai nuovi modi del crimine, alla sua ipertecnologizzazione e planetarizzazione. Invece macché. Qui sprofondiamo in un Aspromonte schiavo delle sue leggi del sangue e della vendetta, come fissato in un eterno selvaggio-mediterraneo, condannato a una ripetizione coatta di sé e dei propri rituali omicidi, dove non c’è redenzione possibile, e nemmeno cambiamento. Ma come, uno scrittore quale Walter Siti (il miglior scrittore italiano) in Resistere non serve a niente ci ha descritto l’anno scorso una ‘ndrangheta 2.0 o forse 3.0 ormai immateriale, emancipata dalla sua barbarie originaria, finanziarizzata e internazionalizzata con boss in guanti bianchi che più bianchi non si può. Invece qui siamo bloccati nello stereotipo, qui i picciotti c’hanno sempre il livello di testosterone troppo alto e con inflessione meridionalissima son vogliosi di aprire la guerra con il clan rivale. Le donne stanno mute in disparte, con le vecchie vestite di nero. Mancano solo la recita del rosario e la processione del santo patrono, perché per il resto c’è tutto. Se qualcuno (il fratello buono e sua moglie) cercano di starsene fuori dal merdaio, vi vengono inesorabilmente risucchiati. E la moglie del Nord, del fratello che a Milano ha messo su una vita borghese riciclando i soldi sporchi, quando cala al paesello calabrese tanto per far vedere che lei è diversa fuma, la svergognata. In più aggiungeteci le greggi di capre, come in un Frammartino-movie, però senza la sua arcadia ecologistica, ed esattamente come nelle parti agropastorizie siciliane del Padrino primo e secondo. I film che hanno reinventato la crime story mafiosa all’italiana, Gomorra ma anche il seminale Luna rossa di Antonio Capuano o Una vita tranquilla di Cupellini, vengono piallati via. Anime nere torna al punto zero del genere, a In nome della legge di Germi, al Damiani del Giorno della civetta e La piovra. Son passati cinquant’anni da quel cinema, ma sempre lì restiamo. Si obietterà (e qualcuno me l’ha già fatta l’obiezione): ma Anime nere non è un mafia-movie, è un film sui legami di sangue, sui conflitti tra fratelli, sulla dannazione di essere fratelli. Certo, come no. Ma scusate, anche Il padrino era una storia di famiglia, e che storia, e di fratelli diversi e rivali. Famiglia e mafia sono impastati, anzi fatti della stessa pasta. Il familismo decisamente amorale, l’anti-ethos della famiglia e del clan tribale è consustanziale a ogni tipo di organizzazione mafioso-criminale, ‘ndrangheta compresa. I due livelli si mescolano, anzi si strutturano l’uno con l’altro, disgiungerli e distinguerli è impossibile. Anime nere è il racconto di tre fratelli calabresi. Due sono andati via, al nord, trafficano in cocaina, hanno fatto i soldi, hanno un piccolo esercito armato al loro servizio. Solo che uno è rimasto ancora il picciotto contadino, l’altro ha invece messo su una bella facciata e una bella casa borghese a Milano, si è integrato, ha una moglie nordica (Barbora Bobulova), ma nel fondo resta pure lui il calabresello d’Aspromonte ligio alle regole claniche. Il terzo è rimasto giù,  al paese, ed è quello che ha preso le distanze da ogni vita criminale, dal culto dell’onore, del sangue, del tribalismo, della faida. Peccato che suo figlio di quella vita perbene  e modesta non vuol sapere, lui picciotto picciottissimo è, e non vede l’ora di diventare operativo nella banda di famiglia. Sarà lui a dare inizio a una faida con un clan rivale sparacchiando da cretino contro la saracinesca di un bar. Salirà al Nord per raggiungere gli zii e anche per levarsi per un po’ dall’Aspromonte. Ma tutti, inesorabilmente, riconvergeranno lì, al paesello natio che in fondo nessuno è mai riuscito ad abbandonare davvero, e sarà guerra, sarà escalation di violenza. Tutto prevedibile e telefonato. Anime nere si riscatta in parte solo negli ultimi dieci minuti, di cui ovviamente non svelerò niente. Ma non basta. Quella fenditura che si apre alla fine nella pervasiva logica mafiosa, ma ancora di più nell’inesorabile convenzionalità del genere cinematografico di mafia, arriva davvero troppo tardi, e non ce la fa a suggerirci il nuovo. A farci respirare un’altra storia e un altro cinema.

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