Torino Film Festival. Recensione: THE FLORIDA PROJECT di Sean Baker. Fuori Disneyworld

4395261.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxThe Florida Project di Sean Baker . Con Broklynn Prince, Bria Vinalte, Willem Dafoe. Sezione Festa Mobile.
172801.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxNei non-luoghi intorno a Disneyworld, un residence clamorosamente fucsia che è un concentrato di fuori casta, uno specimen dell’America più derelitta. Una madre single, una figlia di sei anni e la loro selvaggia, vitalistica lotta per farcela. Travolgente. Grande scoperta a Cannes-Quinzaine e uno dei successi indie dell’anno. Voto tra il 7 e l’8
5510175.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxFragorosamente applaudito alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes, benissimo accolto alla sua uscita americana e dato in corsa dagli Oscar watchers per qualche nomination, uno dei film indipendenti più clamorosamente riusciti dell’anno, e dei meno malmostosi e più amichevoli verso il pubblico. Giustamete collocato in chiusura ufficiale di questo Torino Film Festival. Del regista americano ultra-indie Sean Baker si era già visto, e proprio qui a Torino fuori concorso qualche anno fa, il vitalistico Tangerine, due trans del Sunset Boulevard losangelino in una giornata balorda in cerca dello stronzo ex di una delle due. Con la peculiarità, di cui molto si parlò, di essere girato con l’iPhone, con una resa tecnica e visiva stupefacente. Sean Baker conferma con The Florida Project di prediligere gli ambienti marginali con sempre venature tossiche (orami la dipendenza da sostanze è come quella dalla grappa di certe aree alpine e subalpine di mezzo secolo fa: un dato ineliminabile del paesaggio dis-umano d’Occidente), la povera gente dell’America disgraziata, e però senza lamentosità né ambizioni di denuncia sociale. Solo seguendo, anche amando, i suoi travolti e stravolti personaggi. Che in questo The Forida Project sono una bambinetta di sei anni assai sveglia, Mooney,  e la sua madre scombinata e interrotta di nome Halley, forse tossica, di sicuro prostituta all’occorrenza, del cui passato niente sappiamo, solo il presente. Che è abitare con sua figlia in uno squallido e però vistoso motel di colore viola a Orlando, Florida, ai margini di DisneyWorld, calamita irresistibile per l’America profonda. E arrabattarsi, inventarsi la vita ogni giorno per tirar su quanto occorre per campare e pagare l’affitto. Intanto Moonie con i suoi due amichetti vive come una selvaggia, gioca a giochi maleducati e sconvenienti, esplora a modo suo, da monellaccia, il mondo. Intorno un’umanità derelitta, governata e tenuta sotto controllo per quanto è possibile dall’eroico custode-manager del building, un perfetto Willem Dafoe in una personaggio finalmente non carogna. Si fatica deele volte a stare dalla parte della madre e anche della figlia, troppo chiassose, selvagge, ineducate, ma si resta ammirati da come Baker senza smancerie sbalza fuori il ritratto di questa madre sciagurata eppure amorevole e protettiva verso sua figlia. Finale alla 40o colpi, con DisneyWorld e i suoi castelli al posto del mare. Film al quale per un po’ è difficile voler bene, ma che poi ti travolge.

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