Film stasera in tv: IL RACCONTO DEI RACCONTI di Matteo Garrone (merc. 3 genn. 2018, tv in chiaro)

Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, Rai 4, ore 21,06. Mercoledì 3 gennaio 2018.
Ripubblico la recensione scritta all’uscita del film.

4977a7272c8d734b384397f4cc4881caIl racconto dei racconti (Tale of Tales), un film di Matteo Garrone. Tratto da Lu cunto de li cunti di Giambattista Basile. Con Salma Hayek, Vincent Cassel, John C. Reilly, Toby Jones, Stacy Martin, Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini, Giselda Volodi, Bebe Cave, Renato Scarpa, Shirley Henderson.
trailerPoteva (doveva?) essere la via italiana al fantasy globale, il nostro Il trono si spade. Purtroppo non è così. Il racconto dei racconti, che Matteo Garrone ha tratto dalla raccolta di favole seicentesche di Giambattista Basile, è incerto nella sua narrazione, con tre storie non così interessanti nonostante gli ammiccamenti alle ossessioni contemporanee e il loro carico horror-sexy-dark. Anche la resa visuale è discontinua. Con scene formidabili (il funerale del re, l’acrobata sospeso sopra la corte), ma anche con troppi momenti non risolti. Tra poco lo presentano in concorso a Cannes, e vediamo come reagirà la stampa internazionale. Voto 5

5cd81de7024b66560a81fb100bc77882Si capisce subito che qualcosa non quadra in questo film, da un inizio faticato e ansimante con una carovana di circensi girovaghi che arriva in una landa non così favolosa a dare spettacolo a corte, il tutto collocato in un tempo sospeso, metastorico, con un che del Seicento spagnolo e italo-meridional-mediterraneo e un po’ del tempo mitico del nuovo fantasy per pubblici globali. Guitti, giocolieri e mimi che recitano e ahinoi danzano con quella goffaggine di tanto nostro cinema geneticamente e antropologicamente lontano dalla sapienza corporea e dalla naturale dinamicità di tanto cinema americano (dai musical agli action), e incapace di rendere credibile scene di pura fisicità. Ed è una sequenza d’apertura che non si può guardare, e quando il re (John C. Reilly, visivamente perfetto, peccato che scompaia dopo una decina di minuti: ma valeva la pena ingaggiarlo per una comparsata?) sorride, i cortigiani sorridono e la regina invece se ne sta corrucciata e accigliata (una Salma Hayek figurativamente a posto, ma meno convincente nella sua performance d’attrice), noi siamo tutti con lei, ché non capiamo proprio come ci si possa divertire a un tale mesto e modesto spettacolo.
Questo blocco iniziale racconta e mostra già parecchio del film (due ore e qualcosa) che verrà, e dei suoi limiti. Con quella tensione a una messinscena visivamente opulenta e densa di richiami pittorici (Garrone ha detto di aver tenuto d’occhio Goya e i suoi Capricci), e però incerta, irrisolta, come intimidita dal gigantismo di un progetto così insolito per il panorama italiano. Con tempi e ritmi allentatissimi e dilatatissimi, estenuanti fino alla letargia. Garrone, che ci aveva dato con L’imbalsamatore e Gomorra due film meravigliosi, qui inciampa, confermando le perplessità suscitate tre anni fa con Reality. Cui peraltro questo film esplicitamente si connette. Il racconto dei racconti, nella sua sontuosità fiabesca, sembra voler riprendere e dilatare l’incipit – che era poi l’unica parte rimarchevole – di quel film, con il matrimonio davvero da favola in una Napoli cafonesca-camorristica-neomelodica riplasmata sul sogno e la grandeur spagnoleggiante e borbonica della Napoli gran capitale mediterranea nei suoi secoli d’oro. Con carrozze, lacchè in polpe, dame e signori, sovrani e sovrane, e intorno la plebe. Nostalgia canaglia di una città, di un mondo, di un regno detto (anche) delle due Sicilie che sapeva fare di sé uno spettacolo magniloquente a uso dei padroni e della moltitudine di servi-sudditi. La pompa barocca come droga per gli occhi e le menti, come balenio già lisergico di un mondo altro, come dichiarato escapismo. Da quel tempo, da quell’universo, da quella cultura Matteo Garrone prende uno dei testi esemplari e costitutivi, Lu cunto de li cunti, raccolta seicentesca di favole anche assai crudeli e sanguinarie di Giambattista Basile, incunabolo e matrice e serbatoio cui attingeranno successive infinite raccolte di novellistica, a partire da quella dei fratelli Grimm. Ne prende tre, di racconti di Basile, riscrivendoli e mescolandoli con una qualche libertà, ma con sostanziale fedeltà, lasciando stare quelli che hanno ispirato Cenerentola e Il gatto degli stivali, e privilegiandone di meno famosi e logorati dall’uso. Operazione fascinosa e azzardata, che è devoto e sacrosanto omaggio a quella Napoli barocca e fosca macchina produttrice di incubi, miti, sogni e visioni, e rivendicazione orgogliosa, anche, del primato e della primogenitura di Basile su tutta la favolistica europea e occidentale. Come a dire che, in un tempo e in un cinema, e in una serialità tv che hanno fatto del fantasy e del fantastico uno dei generi principe dell’industria dell’intrattenimento, noi italiani possiamo rispondere ai trionfi del Signore degli anelli e di Il trono di spade rispolverando la nostra tradizione, immergendoci nel nostro rimosso passato e cavandone materia per uno spettacolo che sia allo stesso tempo nostro e di tutti, nazional-locale e globale. Gran bel progetto. Peccato che il film non riesca a realizzarlo. Tant’è che si pensa con rimpianto a precedenti e ormai remoti, e più soddisfacenti, utilizzi di Basile da parte del nostro spettacolo, il C’era una volta popolare e ‘di classe’ di Francesco Rosi con la coppia Sofia Loren-Omar Sharif e, soprattutto, il magnifico esempio di teatro (barocco) con musica che fu agli inizi degli anni Settanta La gatta Cenerentola di Roberto De Simone, caposaldo e capolavoro. Qui purtroppo siamo parecchio lontani da quei risultati. Il racconto dei racconti sembra indeciso a tutto. Rinuncia alla lingua napoletana di Basile e usa l’inglese (nella versione originale non doppiata), assembla un cast internazionale english-speaking nell’evidente e condivisibile intento di confezionare un prodotto che parli al mondo e sia esportabile. Cavalca visibilmente l’onda dell’attuale fantasy trono-spadesco acccentuandone il côté crudele e dark (senza però il suo gioco dei potenti shakespeariano) e ricorrendo agli effetti del digitale e a varie mostruoserie. Non è il caso di scandalizzarsi, anzi va apprezzata l’intenzione di realizzare qui e ora, in Italia, un cinema di spettacolarità e respiro sovranazionali in grado di competere con i colossi che sappiamo prodotti da Hollywood (e anche dai francesi, vedi La bella e la bestia con la coppia Cassel-Seydoux). Solo che questo progetto non viene coerentemente perseguito. Perché rinunciare al napoletano se poi si affondano i tre racconti in un paesaggio e in un tempo, e in una densità figurativa, che sono pur sempre, e evidentissimamente, quelli del barocco secentesco-partenopeo? Con quelle location, al solito fornite dalla onnipresente e dilagante Apulia Film Commission, certo meravigliose, ma anche assolutamente nostre, assolutamente e inconfondibilmente italo-mediterranee. E neanche per un momento, nonostante la presenza dei vari Salma Hayek, John C. Reilly, Toby Jones e Vincent Cassel, pensi al mondo mitologico tra il nibelungico e il celtico che è di quasi tutto il cinefantasy contemporaneo. Ne esce un ibrido in cui le diverse anime e intenzioni non si amalgano mai, anzi si mostrano vistosamente nel loro contraddirsi e cozzare. E perché, in un film che vuole (giustamente) titillare il pubblico popcorn planetario indulge a estenuati citazionismi pittorici non sempre così giustificati e, soprattutto, a un ritmo narrativo blandissimo e soporifero? Se si vuol cavalcare il mainstream che lo si faccia con decisione, senza riserve e sensi di colpa autorialistici e alibi autoprocurati. Non convincono nemmeno le tre storie scelte e adattate. Soprattutto due, quelle della coppia di sovrani pronta a tutto pur di avere un erede, e quella delle due sorelle vecchie alle prese con il desiderio del giovane re, sono stranamente ondivaghe, partono su un tracciato per poi biforcarsi e biforcarsi ancora e perdersi in deviazioni e altri giri (chi è la figura protagonista del primo racconto: la regina? suo figlio? l’amico del figlio? e quella dell’altro racconto? Il re, la sorella che ringiovanisce o l’altra sorella?), e finisce che l’unica storia ad avere una sua compattezza sia quella delle principessa finita in sposa all’orco. Sono anche affascinanti queste piste narrative che si contraddicono e confondono e che, negandosi e autodistruggendosi, ne generano altre, ma mi paiono alquanto inadatte, nella loro capricciosità e complessità e casualità di sviluppo, a un’operazione di fantasy a destinazione globale che esigerebbe la massima nettezza e linearità. Non è nemmeno così sorprendente e nuovo che si esaltino gli aspetti oscuri e orrorifici della fiaba: il film abbonda di mostri, ferocie, pasti selvaggi, sangue, mutilazioni, scorticamenti, ma è da un bel pezzo, almeno da Freud e Jung, arrivando a Bettelheim, che sappiamo dell’anima nera e delle pulsioni sessuali che si celano nel fondo delle favole e, tanto per dire, ce l’ha ricordato anche il recente, per quanto mediocre, Into the Woods di casa Disney. Non gridiamo al miracolo, please, non parliamo di coraggiosi scoperchiamenti e disvelamenti dei contenuti occulti delle fiabe, perché queste sono ormai ovvietà, e ‘demistificazioni’ che si dicono e si fanno da una vita. Si fa fatica a interessarci a vicende e a figure non così travolgenti, nonostante gli ammiccamenti a temi della nostra contemporaneità, come l’ossessione per l’eterna giovinezza (nella storia delle due sorelle) o l’omosessualità (i due amici-gemelli). E certe sequenze son francamente fastidiose (penso a tutte le scene erotico-orgiastiche, con tanto di lesbismo, con al centro il re sporcaccione Vincent Cassel). La parte migliore mi è sembrata la strana gara cui sono sottoposti i pretendenti della principessa Viola, grazie anche a un’attrice inglese – si chiama Bebe Cave – che sa rendere irresistibile, con un naturale talento per il tragicomico, la scena, e tutte le successive di cui è protagonista. Teniamola d’occhio, potremmo risentirne parlare. Lo splendore figurativo è più perseguito che raggiunto, e solo in alcuni momenti il film ha l’intensità che ci si aspettava, come nella magnifica sequenza notturna del funerale del re o quella finale dell’acrobata misterioso sospeso sopra le teste di sovrani e cortigiani. Nella parte della vecchia ringiovanita ritroviamo la Stacy Martin lanciata da Nymphomaniac di Lars Von Trier. Musica tonitruante e iper narrativa di Alexander Desplat, che azzecca un tema musicale che in altri tempi avrebbe scalato le classifiche. Ma non è più quel tempo, quando a Nino Rota con Juliet’s Theme capitava di espugnare le charts americane.

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