Film stasera in tv: MARGUERITE (mart. 9 genn. 2018, tv in chiaro)

Marguerite, Rai 5, ore 21,15. Martedì 9 gennaio 2018.
Ripropongo la recensione scritta all’uscita del film.
19498-Marguerite_11____Larry_HorricksMarguerite, un film di Xavier Giannoli. Con Catherine Frot, André Marcon, Michel Fau, Christa Théret. 19492-Marguerite_9____Larry_Horricks-1Continua nei nostri cinema l’onda di Venezia. Ecco un altro film del concorso, la storia di una donna stonata che non sa di esserlo, o che non vuole dirselo. E che si ostina a cantare per amici e cortigiani. Perché Marguerite è ricca, è influente, tutti l’applaudono e nessuno osa dirle la verità. Ma il regista Giannoli, che si ispira molto liberamente alla vera storia dell’americana Florence Foster Jenkins, riesce a cavarne un ritratto sfumato e a farci amare la sua Marguerite delirante e pazza per la musica. Voto 7
19512-Marguerite_2Strana e straordinaria storia quella dell’americana Florence Foster Jenkins, ricca signora che si dedicò al canto lirico nonostante la sua voce stonatissima, cosa di cui era del tutto inconsapevole o che si ostinava freudianamente a rimuovere. Tra gli anni Dieci e i Quaranta del secolo scorso i suoi recital privati divertirono la cerchia dell’high society della East Coast, che non osò mai fischiarla o deriderla per via del suo potere economico e sociale. La Jenkins incise pure dei dischi e osò esibirsi in un pubblico concerto alla Carnegie Hall. A suo modo, Florence è una leggenda, e una leggenda camp, che ancora oggi può contare su uno stuolo di ammiratori travolti dalla sua incoscienza, o dalla sua protervia, o dalla sua autentica passione per la musica. Gli americani ne stanno tirando fuori un biopic con la regia di Stephen Frears e con quel pezzo da novanta di Meryl Streep a interpretarlo. Intanto un altro regista, il parigino Xavier Giannoli, ha preso la sua storia, però totalmente riscrivendola e ricollocandola con altro nome nella Francia dell’immediato primo dopoguerra, costruendoci il film che si è visto in concorso a Venezia e approdato adesso in sala. Da Giannoli, che proprio alla Mostra tre anni fa aveva portato il mediocre Superstar, non mi aspettavo granché. Invece devo dire che Marguerite non è niente male, anche se qua e là, per via dei costumi e dei castellotti di campagna, rischia un po’ troppo l’effetto Downton Abbey. Regia in apparenza tradizionale e scolastica, e invece, a guardar bene, con un suo progetto e in grado di non farsi subissare dalla chincaglieria d’epoca e di andare dritta al centro della storia e del personaggio. Anche per via di una sceneggiatura, dello stesso Giannoli, assai fine e penetrante, con qualche invenzione non da poco. Un film di solida confezione, e belle scnografie  bei costumi, che potrebbe piacere al pubblico e che però conserva dentro un nucleo per niente convenzionale. Un che di bizzarro e fuori-norma. Marguerite Dumont vive in uno château di campagna con ampia servitù e con il marito imprenditore che l’ha sposata per soldi, che la tradisce, ma che nonostante tutto a modo suo le vuole sinceramente bene. Marito costretto ad assistere, anche se fa di tutto per non esserci inventando inesistenti incidenti di macchina, quando Marguerite nonostante la sua voce cagnesca si esibisce cantando arie d’opera per la buona società della zona. Ma ci ha i soldi, è influente, e nessuno osa dirle la verità, tantomeno il marito, che non ha il coraggio di disilluderla. Giannoli disegna con sapienza il personaggio di Marguerite, scansando il facile sociologismo e ogni ideologismo d’accatto, evitando di fare di lei un’arrogante signora che, forte della ricchezza e del potere, impone agli altri la propria mancanza di talento. No, la Marguerite di Giannoli è sinceramente innamorata della musica “alla quale ho dedicato”, ama dire, “il meglio della mia vita”. Ed è sincermanete convinta di poter cantare e con umiltà studia, cerca di affinarsi, si impone una ferrea disciplina. Tant’è che, nonostante gli inudibili suoi strilli, si finisce pure noi spettatori con l’affezionarcisi e diventare complici del suo delirio. Perché di delirio si tratta. Ci sono cose bellissime, come l’avanguardista-dadaista che, ascoltandola in un suo concertino privata, perde la testa per quel suo estremismo, per quella sua autentica selvaggeria, per quella voce sregolata e anarchica che sembra aprire varchi su altri mondi. Al punto da invitarla in un evento antibellicista facendole cantare e stonare La marsigliese, e proiettandole sul corpo un filmato della carneficina della guerra, con gran scandalo della meglio società parigina. Scatta l’ostracismo, ma Marguerite ha intanto percepito di essere qualcuno, qualcosa, ha intuito che la sua voce può essere utile e necessaria. Arriveranno però anche i profittatori, arriveranno illusioni e delusioni. In certi momenti, grazie anche alla bella invenzione del personaggio dello chauffeur-maggiordono a lei devoto e disposto a tutto per coinservarla nella sua bolla illusoria, Marguerite ci ricorda (come curiosamente un altro film veneziano, Helmut Berger, Actor) la vita reclusa e autoimmaginaria della Gloria Swanson di Viale del tramonto. Fino a un’ultima scena che non può che essere melodramma. Film sottile al di là della sua apparenza mainstream che a Venezia agli italiani non è piaciuto granché, ma che, in una mostra non così fitta di opere memorabli la sua dignitosissima figura l’ha fatta. Catherine Fort, vista l’anno scorsa in La cuoca del presidente, è brava assai nel dar vita a una Marguerite a più dimensioni, ingenua e folle. Una santa invasata, una martire della sua passione e devozione per la musica.

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