Recensione: COCO. La Pixar rischia e vince, tornando ai suoi massimi livelli (quelli di Toy Story 3)

Coco, un film in stop-motion di Adrian Molina e Lee Unkrich.
Però, ci voleva del coraggio a realizzare un cartone per marmocchi globali affrontando il tabù di tutti i tabù, la morte. Miguel nel Dia de Muertos si ritrova (da vivo) nell’al di là, un mondo colorato e fastoso, in cerca del suo idolo musicale. Una fantasmagoria visiva che mescola Frida Kahlo, i muralisti alla Rivera e Siqueiros, i musical di Busby Berkeley. Voto 7 e mezzo
Non sono tra i devoti dei Pixar movies, spesso sopravvalutati oltre ogni ragionevolezza. Vero che, prima che se la comprasse-divorasse il moloch Disney, la Pixar aveva reinventato il genere animazione con storie anche temerarie, confrontandosi con temi per niente bambineschi e leggiadri e leziosi (la vecchiaia estrema, la malattia, la diversità dei freaks, l’universo concentrazionario, ecc.), e multistratificate e polisensiche onde catturare sia i pupi che i loro accompagnatori adulti, però da quella factory non è che siano sempre usciti capolavori, suvvia. Questo Coco, nonostante certe dolcificazioni disneyane, soprattutto nelle orrende canzonacce, si situa al livello del meglio della maison Pixar, che secondo me resta (almeno tra i film che ho visto) Toy Syory 3, con i suoi incubi totalitari, di reclusione e annientamento, arrivati dritti dal Secolo dei campi (è il titolo di un fondamentale libro di Kotek-Rigouleau, Mondadori) e genialmente riadattati a uso dello spettatore infante acciocché, attraverso il gioco e la fiaba, subliminalmente prenda atto del lato buio del mondo. Coco va perfino oltre, affrontando il tabù di tutti i tabù, vale a dire la morte, e va apprezzato come le evoluzioni continuamente a rischio del funambolo sul filo, dell’acrobata al trapezio. Un gioco estremo, e però vittoriosamente condotto fino all’ultimo fotogramma. Ci voleva coraggio, e bisogna riconoscere alla Disney di aver permesso l’impresa.
E che fantasmagoria visiva, che sontuosità coloristica, che grandeur scenografica. Un tripudio e un trionfo da fiesta messicana – l’innesco narrativo è El Dia de Muertos, la danse macabre che voluttuosamente trascina per strada il paese alla fine di ogni ottobre tra scheletri, maschere-teschio, falci, e ceri votivi, ghirlande di fiori, pinnacoli e piramidi di cibo – dove si attinge a piene mani, con furia incontinente, da tutta l’imagerie etno-nazionale. Dai cinemelodrammi anni Cinquanta con Dolores Del Rio e Pedro Armendariz e naturalmente da Frida Kahlo – le sue opere e lei stessa come sua opera massima – icona assoluta che mica per niente diventa un personaggio del film, ai signori dei murales Siqueiros e Rivera, alla subcultura dei mariachi e i loro costumi sgargianti, passando perfino dall’Eizenstein più scatenato, quello di Que viva Mexico!, che era sì in bianco e nero, ma di un nero in cui ci stavano dentro, come intrappolati, tutti i colori del mondo, da tanta era (è) la sua violenza visiva, il suo sovraccarico barocco. E questo distillato iconografico di tradizioni messicane remote e vicine Coco lo incrocia con la spettacolarità tutta nord-americana dei musical folli di Busby Berkeley e degli show di Las Vegas del Cirque du Soleil.
Miguel – anni 12 e una testa assai pronta – vuole cantare, vuole suonare, ma nella sua famiglia ogni passione musicale è interdetta. Custode intransigente del tabù, tramandato da una generazione all’altra, è la nonna, ma più la musica gli viene proibita più Miguel ne diventa affamato. Impossessatosi della chitarra del suo idolo, il defunto maestro mariachi Ernesto de la Cruz, durante il Giorno dei morti finisce nell’al di là (ma da vivo, tant’è che deve truccarsi da scheletrino sennò le buonanime lo sgamano) con il disegno di trovarlo, il suo Ernesto. Sarà solo l’inizio di un’avventura mirabolante, che è anche ricerca di sè, ovvio, in cui verrà a conoscere il segreto di famiglia, il perché di quell’interdetto sulla musica, e capirà il ruolo centrale della dolce bisnonna Coco. Si resta abbacinati da sequenze grandiose e sberluccicanti come il party offerto da Ernesto de la Cruz, con i defunti high class a godersi la soirée eleganti negli outfit da sera che cascano benissimo sulle loro figurette molto affinate e smagrite, essendo, letteralmente, tutt’ossa. Una delle riuscite di Coco sta nel rendere glamorous, eccitante e fashionable il mondo dei defunti, allontanandosi dalle tetre rappresentazioni occidentali cui siamo abituati (che c’entrino certi riti precolombiani di cui pare El Dia de Muertos sia l’adattamento nel Messico conquistato e cristianizzato?). Ma naturalmente in Coco ci sta il trucco hollywoodiano. Siamo in un film di enorme budget, in una produzione Disney, in un blockbuster, volete che ai marmocchi di tutto il mondo si serva nuda e cruda un storia nel regno dei defunti? Senza una qualche astuzia narrativa o cautela ad attutire l’impatto? Si scopre difatti che quanto il film rappresenta non è l’universo dei morti-morti, piuttosto una terra di mezzo che loro, i trapassati, continuano ad abitare tra feste e piaceri a patto che nell’al di qua, nel nostro mondo, ci siano vivi che si ricordano di loro e nel Dia de Muertos li omaggiano con devozione. La vera morte non è quella che vediamo, ma l’oscuro, la dissoluzione, il nulla che sta oltre. Al di là dell’al di là. L’ombra che ghermisce e distrugge i semi-vivi, o i semi-morti, della terra di mezzo quando da questa parte, dalla nostra parte, non ci sarà più nessuno a conservarne la memoria. Allora, bambini, non tremate, non abbiate paura. Quel lache vedete in Coco non è la vera morte, solo un’anticamera, che potrebbe anche essere a tempo indeterminato. E rassicura che Miguel, come in certi racconti mitici, scenda agli inferi per risalire poi alla luce più forte di prima, e più vivo che mai (però, che strani pensieri ti induce un cartone natalizio).
Nota: il vero orrore son le canzoni, oltretutto tradotte e cantate in italiano, e vengono i brividi. Cose che senti solo agli Oscar, mai prima, mai dopo. Musica che sembra non avere più alcuna connessione con quanto sta fuori dal mondo dei cartoni, autoriferita, autoalimentata.

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