Recensione: MADE IN ITALY, un film di Luciano Ligabue. Emiliani brava gente, e italiani pure

Made in Italy, un film di Luciano Ligabue. Con Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Fausto Maria Sciarappa, Filippo Dini, Walter Leonardi.
Programmatico e dimostrativo fin dal titolo. Con l’ambizione malcelata di raccontare una storia esemplarissima di un italiano vero qui e ora, di farsi affresco e manifesto di un paese che nonostante tutto resiste resiste resiste. E poi sottotrame, digressioni, una folla di personaggi non sempre necessari. Certo, c’è – come dire – la poetica di Ligabue: l’amicizia virile, la dolceamara vita di provincia. Ma l’ansia del messaggio prevale su tutto. Voto 4 e mezzo

Ligabue sul set

Non è un gran ritorno da regista, questo di Ligabue, a ben quindici anni dal precedente Da zero a dieci. Intrombonito, purtroppo. Fattosi icona ultrapop – di quell’Italia che si sente vera e sana -, e ahinoi credendoci e prendendosi sul serio, in questo film lancia il suo messaggio alla nazione: nonostante tutto – crisi economica, fabbriche dismesse, disoccupazione, globalizzazione, corruzione dei costumi, corruzione politica e via pentastellando – siamo ancora qui, noi italiani. Resistiamo, rialziamo la testa, che la vita è bella e il nostro amato (bel)paese anche di più. Sì, certo, Ligabue lo fa nascondendo i clangori della retorica, attutendoli prudentemente sotto la solita coltre di bonomia emiliana, di amicizia virile tra compagni semidisperato ma non tutti arresi, di dolcezza per quanto qua e là amara della vita di provincia. Ma in sottofinale e finale (che non dico) il Messaggio di Speranza esplode, erompe, deborda, esonda come il Po in piena – fiume e totem del luogo -, ed ecco il Liga promosso (autopromosso?) a interprete e voce e cantore – in ogni senso – della nazione, del suo sentimento prevalente, della sua po-si-ti-vi-tà. Pensare che a me il Liga m’è sempre stato simpatico, a parte l’esasperante monotonia della sua musica, e forse per quello tanto amata: perché prevedibile e rassicurante (quando ti metti a sentire un qualcosa di nuovo del Liga – di nuovo? – sai esattamente cosa ti aspetta). Ma di fronte a questo Made in Italy – che riprende l’omonimo album-concept e cinque delle canzoni, se ho contato bene, che ci stanno dentro – non si può proprio stare dalla sua parte, con tutto l’affetto che gli si vuole. Un film di Ligabue è una canzone di Ligabue fatta cinema, e non solo perché qui si riprende l’album, ma perché ambienti e climi e malinconie e brume padane e sapori e odori di mortadelle e culatelli, e bisbocce di amici a farsi di un qualcosa che non sia solo il vin rosso, son quelli. Ci si vede sempre da Mario, prima o poi. In un eterno ritorno cui non si può sfuggire e in cui i personaggi restano intrappolati. Solo che – ed è il peccato non veniale di Made in Italy – stavolta la piccola storia di un uomo qualunque, un emiliano qualunque, un italiano qualunque di nome Riko (con la kappa perché intanto lungo la Via Emilia si è imparato quel po’ di inglese) si eleva a esemplare parabola dell’italiano medio e qualunque di oggi. L’everyman che in sé, nella sua medietà, è uno e molteplice, racchiudendo tutti gli uomini e pure le donne di una nazione, di un mondo, di una fase della Storia. E che sia questa l’intenzione dell’autore lo si indovina fin dall’emblematicissimo, progammatico titolo. Il resto va di conseguenza.
Se il progetto è assai ambizioso, di un’ambizione ben occultata sotto i modi rustico-amicali alla Liga, non c’è però un mestiere cinematograficamente adeguato a sostenerlo. Se Ligabue sa discretamente mettere in scena, pur con eccessi bozzettistici, e guidare i suoi attori, è la sceneggiatura a essere carente, a mostrare le lacune maggiori. La storia di Riko e di sua moglie Sara, lui operaio insaccatore in un’azienda di mortadelle lei naturalmente parrucchiera, già gravata dalla missione affidatagli di rappresentare nientedimeno che l’Italia di oggi, imbocca mille strade e sentieri e deviazioni, si ingolfa in sottotrame, ingloba personaggi secondari non così necessari, si perde così spesso che fa una gran fatica a ritrovarsi. Ligabue ci infila troppo di tutto, non negandosi niente. I manager stronzi e senza cuore, i licenziamenti selvaggi, le manifestazioni antagoniste di piazza, i padri operai e i figli che fanno il Dams, i capannoni vuoti riciclati in ‘spazi multimediali’ e ‘fabbriche di creatività’, la perfettissima ed esemplarissima famiglia-clan di immigrati colorati e felici e attovagliati (una famiglia srilankese o bengalese), e ovviamente la crisi coniugale, intesa come crisi uomo-donna e della famiglia-istituzione. Riko e Sara si fan del male e si feriscono, e non si capisce se si amino o no, più tra silenzi e malmostosità che tra urla e schiaffi. Perché signora mia oggi siamo italiani moderni e svedesizzati, si litiga e si va in crisi come certi borghesi antonioniani anni Sessanta mica urlando come le popolane e i popolani dei fllm di Sofia Loren, Sordi, ecc. Film-affresco, e però Ligabue non è mica Atman, non ce la fa a orchestrare e tenere insieme i troppo pezzi del suo mosaico e, come diceva un signore alla fine dell’anteprima stampa qui a Milano, “ci sarebbe voluto un editor come Dio comanda”. Qualcuno non compiacente che tagliasse e sapesse dare un forma a questo Made in Italy gonfio come uno che si è strafatto di birra per  tutta la notte (da Mario, ovvio). Qualcosa qua e là si salva, e lascia intravedere il film che Made in Italy sarebbe potuto essere e non è, ovvero un piccolo, pudico ritratto di piccola gente travolta da un mondo complicato. Van bene certi dettagli, come quel vedersi clandestino tra amanti in mezzo a un campo di granoturco, che più padano non si potrebbe. Gli interni delle case. Certi momenti di ruvida amicizia virile. E la rabbia di Riko quando in fabbrica gli insultano l’amico. Ma quando si innesta la marcia del Messaggio, quando il film si fa, volendolo o non volendolo poco importa, manifesto del gentismo dilagante, è finita. Certe parti sono imperdonabili, e cito solo il viaggio di nozze con selfie nei luoghi-cartolina d’Italia. Poi, quel tutto ricompattare alla fine, tutto sistemare in un happy end fintissimo perché “bisogna lanciare un messaggio positivo”. Stefano Accorsi si mette in modalità film di Ligabue, che forse coincide cion la modalità Accorsi, e se la cava. Miscast Kasia Smutniak, che fatichiamo a credere, così bellina e fine, quale assai pratica parrucchiera.

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2 risposte a Recensione: MADE IN ITALY, un film di Luciano Ligabue. Emiliani brava gente, e italiani pure

  1. Armando Meroni scrive:

    La seguo/leggo sempre, e anche stavolta apprezzo la sua recensione.
    P.S. Troppi refusi però… non è da lei (forse è colpa del film).

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