Berlinale 2018. I 5 FILM che ho visto sabato 17 febbraio

River’s Edge

INterchange

1) Dovlatov di Alexey German Jr. Competition. (cliccare qui per la recensione estesa)
Sarà Orso d’oro? Gran film, come ci si aspettava. La vita grama dello scrittore russo Sergej Dovlatov, dissidente esistenziale più che politico, mai pubblicato dagli editori di regime fino al 1989. Il regista Alexey German Jr. ce lo mostra nel novembre 1971, nella sua Pietroburgo. E con lui la bohème di artisti e intellettuali variamente in rotta con il potere. Il ritratto di un resistente umano. E un film di abbagliante magnificenza visiva. Voto 8+
2) Transit di Christian Petzold. Competition. (cliccare qui per la recensione estesa)
Marsiglia, punto di arrivo e patenza di gente disperata in cerca di espatrio. I nazisti sono entrati a Parigi, tra poco si prenderanno tutta la Freancia. Non c’è molto tempo per fuggire. Su questo sfondo si intrecciano trame e relazioni. Un uomo che ha preso l’identità di un alro. Una donna bellissima fore eroina forse traditrice. Solo che il tedesco Christian Petzold sposta tutto nella Marsiglia di oggi, ed è il lato discutibile di un film altrimenti impeccabile che rivisita classici come Casablanca e Il porto delle nebbie. Voto 7+
3) River’s Edge di Isao Yukisada. Panorama.
Me lo avevano detto, quelli che l’avevano già visto: saltalo, non andartelo a vedere, non merita il tuo (nostro) tempo. Invece ci sono andato, fino al Cubix, in fondo ad AlexanderPlatz, e me ne sono pentito. Per la verità la mia rima sceta era il film di Kiyoshi Kurosawa, ma niente da fare, soldout, sicché ho ripiegato su quest’altro giapponese collocato con gran pompa e parecchie proiezioni stampa in apertura di Panorama. Forse perché è stato un caso in Giappone, forse. Intendiamoci, non così orrendo, anzi si lasciare guardare abbastanza volentiere nonostante le due ore di durata. Solo che, tratto com’è da un manga, non fa niente per emanciparsene, per inventarsi un linguaggio visivo proprio, come invece è riuscito in più occasioni a Sion Siono, per dire. Né tantomeno prova a trasformare il manga in una storia complessa, in cui i personaggi non siano rozzamente bidimensionali ma abbiano una profondità. Alcune cose funzionano, per carità. Quella città nello sprofondo giapponese dominata dalle ciminiere che sputano fumi e vapori tossici, quella riva di fiume luogo di ogni orrore e ogni incubo. Siamo in pieno teen drama, in una scuola-inferno con il bullo macho e il bullizzato gay, con la cattiva ragazza che va a letto col macho e la ragazza acqua cheta ch glielo ruba, la modella anoressica e lesbica, i genitori assenti o scemi, l’obesa incontinente e pazza. Ne succedono di ogni, molto sesso, molta violenza, in quella scuola di mostri. Capita pure di provare un qualche interesse per i personaggi, almeno quelli meno repulsivi. Ma questo film resta un’occasione sprecata. Voto 4 e mezzo
4) Interchange di Brian M. Cassidy e Melanie Shatzky. Forum.
Impressiona vedere un piccolo film come questo, un docu ultraindiendente girato in Québec, proiettato nel gigantismo dell’anfiteatro IMAX del Cinestar (emozione nuova di quest’anno: si esce dalla sala e si prendono le scale mobili che dal terzo piano portano giù quasi a strapiombo verso il ground del Sony Center, e intanto la cupola del Sony lancia i suoi riflessi ora blu ora rosa). Poco più di 60 minuti in cui la camera sta fissa di volta in volta su medeste architetture suburbane, su marciapiedi, sopratutto su strade di vario tipo, highway e motorway,e le sopraelevate, gli svincoli, tutto qunto l’uomo ha inventato nel corso dell’ultimo secolo per velocizzare e direzionare il traffico. Di quei docu di pura immagine e pura contemplazione che mostrano e non spiegano niente. In cui la fissità della macchina da presa induce nello spettatore (se non è già scappato dalla sala) una narcosi ipnotica. Si lavora sul tempoe, sulla visone, sulla percezione, come dicono i critici che hanno fatto il dams e lo vogliono far sapere. Interchange è un specie di Sacro GRA però bpnsai, più circoscritto, meno tonitruante. Alcune delle sue cartoline postmoderne sono anche riuscite, è che non si capisce grtanché il senso dell’oerazione. Anche perché quando i due non sanno più che highway o strada o marciapiede ripendere, fanno un salto al mare o piazzano davanti alla mdp donne e uomini dei suburbia (le donne quasi tutte anziane e mascoline) immobilizzandoli come oggetti del paesaggio. Applausi di cortesi, come scrivevano i critici teatrali del secolo scorso. Voto 6
5) Grass di Hong Sangsoo. Forum. (cliccare qui per la recensione estesa)
Niente piu rifrazioni, duplicazioni, ripetizioni differenti, storie che si biforcano e ricongiungono. Stavolta Hong Sangsoo realizza un film della massima semplicità, sublime e trasparente. Alcune coppie ai tavoli di un caffé della vecchia Seoul. E a osservare tutti, la musa di HSS Kim Minhee. Chissà perché proiettato a Forum e non in concorso. Voto 8

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