Berlinale 2018. Recensione: DOVLATOV di Alexey German Jr. Possibile vincitore

Dovlatov di Alexey German Jr. Con Milan Marić, Danila Kozlovsky, Helena Sujecka, Artur Beschastny. Competition.
Sarà Orso d’oro? Gran film, come ci si aspettava. La vita grama dello scrittore russo Sergej Dovlatov, dissidente esistenziale più che politico, mai pubblicato dagli editori di regime fino al 1989. Il regista Alexey German Jr. ce lo mostra nel novembre 1971, nella sua Pietroburgo. E con lui la bohème di artisti e intellettuali variamente in rotta con il potere. Il ritratto di un resistente umano. E un film di abbagliante magnificenza visiva. Voto 8+
Il film perfetto da festival, da premio, da carriera internazionale, da Oscar come migliore straniero. Oltretutto bellissimo. Il meglio piazzato finora per l’Orso, Wes Anderson (e, temo, Lav Diaz) permettendo. Favorito alla vigilia, e promesse mantenute e pronostici confermati alla visione. Il russo Alexey German Jr. (figlio di un padre che fu gigantesco cineasta dell’era sovietica, cineasta mai allineato) realizza se non la sua cosa migliore, quella di sicuro più risolta e bilanciata. Anche la più spendibile sul mercato arthouse. Mettendo al servizio di un personaggio grande e di una storia vera di dissenso e resistenza umana cui non si può dire di no, tutta la sua sapienza di creatore di cinema come visione. Un cinema, vedi il suo precedente in concorso alla Berlinale 2015 Under Electric  Clouds, debitore dei simbolismi e metafore anni Sessanta tra Resnais e Fellini, con tendenza un filo rischiosa al metafisico, panoramiche amplissime preferibilmente sature di nebbie, abitate da umani spesso ambulanti intorno a strutture-scheletro dell’epopea industralista sovietico. Capace, German Jr., di far entrare nello spazio schermico una folla di personaggi maggiori e minori, di muoverli e non perderli mai di vista, e di intrecciare in partiture complesse voci e suoni. Talmente bravo da rasentare la supponenza da Grande Autore, la glacialità, la perfezione tecnica del virtuoso. Ma stavolta no, stavolta tutta la sua maestria di metteur en scène si scioglie nel racconto di una vita sommersa e troppo tardi riemersa, quella di Sergej Dovlatov, scrittore che fu giovane tra anni Sessanta e Settanta in Urss, mai pubblicato, dissidente esistenziale e letterario più che politico. Solo nel 1989 i suoi libri troveranno un editore – lui morirà l’anno dopo -, e da allora son considerati classici del Novecento russo. German Jr. va a erigere un monumento non retorico e non pomposo a un uomo che, semplicemente, fu fedele alla propria vocazione senza piegarsi, senza accettare quegli umilianti compromessi imposti a uno scrittore dagli occhiuti custodi dell’ortodossia comunista e operaista.
L’arte al servizio dell’edificazione dell’uomo nuovo e di una rivoluzione infinita. Scrittori (e cineasti) organizzati in associazione controllate dal partito. Chi non ne fa parte non riesce a pubblicarte, se non in fogli marginali. Dovlatov se ne sta per conto suo, riesce solo a piazzare qualcosa su una rivista di fabbrica, poi più neanche su quella. Metà armeno e metà ebreo – ed essere ebreo anche a metà non aiuta in un paese in cui l’antisemitismo traspira, spesso mascherato da antisionismo, da ogni poro della società  -, ha un madre comprensiva e intelligente, una figlia, una ex moglie, un lavoro alle spalle come guardia di un gulag su al Nord gelato. Che trapela in un flashback, anzi in un incubo, dove basta uno sparo in campo lunghissimo a rendere l’orrore. Dovlatov è un ragazzone di animo gentile e generoso, assai lontano dalla fisiognomica in cui intrappoliamo il cliché dello scrittore. Il film lo segue in qualche giorno del novembre 1971, mentre la Russia si prepara a celebrare l’ennesino anniversario della rivoluzione con Breznev imperante, in un nuovo gelo dopo il disgelo krushioviano. Vediamo lui e la sua cerchia di artisti-intellettuali, gente più o meno ai margini, c’è chi si arrangia (magari alternando scrittura e borsa nera), chi collabora, chi sta nella zona grigia tra adesione e dissenso, chi se ne sta fuori. Come Dovlatov. Cene e feste e bevute in luoghi fumosi si suppone malsani dove si conversa, ci si scambiano informazioni, si cerca di mettere le mani su qualche libro proibito ma circolante nel mercato nero (il più ambito è Lolita di Nabokov). Discussioni sui grandi russi del primo Novecento, sui classici dell’Ottocento. Tutti sono geni o almeno tali si sentono, naturalmente incompresi. E non è un’affettazione narcisistisca, è che in quel regime fondato sul conformismo chi il talento ce l’ha o sembra averlo è strutturalmente un corpo estraneo. Questa bohème pietroburghese è magnficamente resa dal film di German Jr., ed è commovente la passione, la dedizione di Dovlatov e amici a quella cosa che si chiama cultura, in quel tempo e in quei luoghi un segno di distinzione e riscatto, non un marchio da perdenti come oggi. E che galleria di magnifiche facce russe, che da sole meritano la visione. E donne bellissime, le più belle di questo festival insieme alla sublime coreana Kim Minhee del film di Hong Sangsoo Grass e alla Paula Beer di Transit di Petzold. Donne devote a artisti tormentati e perdenti. Scene come quelle degli incontri di Dovlatov con la direttora di una rivista culturale valgono decine di saggi sulla Russia sovietica e le sue forme di controllo del pensiero. La quantità di dettagli sulla Pietroburgo di quegli anni è immensa: i comunisti che affluiscono nella nazione madre della rivoluzione da tutto il mondo, la borsa nera, gli intellettuali della Francia o della Finlandia libere e affluenti ipnotizzati dal Grande Sogno Operaista. Al centro della vita di bohème è Josif Bordsky, amico di Dovlatov ma più conosciuto di lui. Stremato dalla censura, si trasferirà di lì a poco negli Stati Uniti, vincerà il Nobel, ma si sentirà per sempre un esule (leggere il suo autobiografico Fuga da Bisanzio, Adelphi). Nella folla di personaggi merita almeno una citazione l’operaio-poeta che Dovlatov dovrebbe intervistare per conto di una rivista di regime, ma che si rivela assai diverso dal cliché dell’artista proletario in cui lo vorrebbero imprigionare. Pietroburgo d’inverno, bianca, grigia, nebbiosa, gelida, uno scenario in cui il senso per il metafisico di German Jr. può esprimersi in purezza. Il limite di Dovlatov sta forse nella sua stessa perfezione. E poi, come si fa resistere alla storia esemplare di uno scrittore antiregime e dei suoi tormenti? Anche se qui la retorica non c’è, il rischio è che siano i recensori, e gli spettatori, a trasformare dopo questo film Dovlatov in un santino. Tra i produttori figura anche Nikita Mikhalkov, regista di massima fama assai vicino allo stesso Putin.

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7 risposte a Berlinale 2018. Recensione: DOVLATOV di Alexey German Jr. Possibile vincitore

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  4. riccardo18 scrive:

    Di German figlio avevo visto Soldato di carta che mi era piaciuto molto. E di cui ho però letto critiche molto dure. Tu lo hai visto?

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