Berlinale 2018. Recensione: TRANSIT di Christian Petzold. Casablanca reloaded

Transit di Christian Petzold. Con Franz Rogowski, Paula Beer, Godehard Giese, Lilien Batman. Competition.
Marsiglia, punto di arrivo e patenza di gente disperata in cerca di espatrio. I nazisti sono entrati a Parigi, tra poco si prenderanno tutta la Francia. Non c’è molto tempo per fuggire. Su questo sfondo si intrecciano trame e relazioni. Un uomo che ha preso l’identità di un altro. Una donna bellissima forse eroina forse traditrice. Solo che il tedesco Christian Petzold sposta tutto nella Marsiglia di oggi, ed è il lato discutibile di un film altrimenti impeccabile che rivisita classici come Casablanca e Il porto delle nebbie. Voto 7+

Dopo gli assai belli Barbara e Phoenix, il regista Christian Petzold – nome di punta della cosiddetta scuola di Berlino: realismo, attenzione a temi civili e politici ma senza sventolio ideologico di bandiere piuttosto incarnandoli e calandoli in storie e vite –  conferma con questo Transit il suo status se non di massimo, certo più conosciuto autore tedesco, anche internazionalmente. Proseguendo con quell’esplorazione delle identià precarie, in mutazione, in transito, mascherate, rubate, falsificate, che era il nucleo narrativo di Phoenix. Ache qui in Transit, come curiosamente in un altro film del concorso, Eva, un giovane uomo per i giochi del caso si ritrova a fingersi lo scrittore che non è, appropriandosi del nome e delle opere di un altro. Un intellettuale comunista che i suoi compagni di partito e del réseau clandestino cercano di salvare mandandolo dalla Parigi opccupata nell’ancora per poco libera Marsiglia, da dove potrà imbarcarasi per un posto sicuro. Una storia che viene dritta da un romanzo del 1944 della signora delle lettere comuniste tedesche poi finita per scelta, come Brecht, nella DDR, Anna Seghers. Romanzo resistenzale e militantissimo, ove si celebra un pugno di combattenti l’occupazione tedesca della Francia e gli orrori del Reich, i rastrellamenti di dissidenti politici e diversi di vario tipo, ebrei in testa. 1942, Parigi è occupata da qualche giorno, il resto della Francia è sull’orlo di esserlo (tra territori direttamente occupati e quelli controllati attraverso il governo collaborazionista di Vichy tutto il paese sarà presto un distaccamento del Reich). Cose che abbiamo già visto in una moltitudine di film, da Suite francese al purtroppo dimenticato e fondamentale Lacombe Lucien. Ma ecco Christian Petzold spiazzare lo spettatore spostando gli eventi nella Francia di oggi, tra Parigi e Marsiglia. Creando un effetto di straniamento (ah, Brecht!) con quelle truppe tedesche e collaborazioniste in divise e armi letali utratecnologiche, e rastrellamenti effettuati con tecniche di antiguerriglia urbana. Marsiglia resta sempre il porto, il punto obbligato di passaggio e di imbarco per la folla dei disperati variamente in fuga che alloggiano in loschi albergi di gentaglia pronta alla delazione per denaro, mentre di giorno si accalcano nei consolati – Stati Uniti, qualche paese latinoamericano – sperando in un visto. Transit è la parola chiave, la più usata, a designare ciò che ti garantisce la vita e sottrarti alla morte. Intanto a Parigi gli ebrei son stati raccolti nel Vélo d’Hiver nell’operazione Vento di primavera, in attesa di essere mandati nei campi di sterminio in Polonia. Come nel 1942, ma è il 2017 (o 2018, fate voi). Ora, questo spostamento è solo in apparenza spiazzante, perché se ne rivela subito la gratuità e la sterilià. E non apre a nessuna revisione dei fatti di allora e nemmeno funziona da griglia di rilettura e interpretazione del presente. Perché, se Petzold voleva dirci che siamo sempre sotto pericolo nazista (e fascista), che tutto può riaccadere e ricominciare, che c’è una coazione a ripetere nella storia – e non è detto che la tragedia si ripeta come farsa, può anche ripetersi come tragedia peggiore -, anche questo resta solo un’intenzione. Senza produrre effetti drammaturgici nuovi, fatti, eventi, colpi di scena, rovesciamenti. L’intreccio resta esattamente l’originale, e allora? Come in quelle opere liriche o messinscene teatrali in cui si spostano Carmen, Vedove allegre e Riccardi Terzi in ambienti e abiti moderni (qualunque cosa voglia dire oggi l’equivoca parola moderno), senza che questo serva a illuminare aspetti celati dell’opera né provochi nuovi cortocircuiti di senso. Al netto di questo aspetto assai discutibile, Transit resta il film bellissimo di un autore che ama il cinema del passato e i chiariscuri della storia e delle vite. Che citando vertiginosamente classici del cinema anni Trenta e Quaranta – Casablanca, ma anche i Carné-Gabin come Alba tragica e Porto delle nebbie – riesce di nuovo a sedurci con il pathos di uomini e donne dalle storie complicate, memre là fuori la Storia nemica sta per spazzarli via. Loschi trafficanti e profitattori, amori sghembi, donne meravigliose forse eroine forse traditrici, e uomini che per altri uomini e donne sono disposti a sacrificare se stessi. Il modello Casablanca colpisce ancora, e resta da vedere se sia venuto prima il film di Curtiz o il libro di Anna Seghers (controllato su Wikipedia: arriva prima Casablanca), in un insospettabile incrocio tra Hollywood e arte di propaganda comunista. La storia: a Parigi appena occupata Georg viene incaricato dal réseau di portare a Marsiglia lo scrittore Weidel, gravemente malato, e la sua preziosa valigia. Ma l’uomo morirà, Georg ne assumerà l’identità per poter usare il suo permesso di espatrio e lasciare la Francia. Ma a Marsiglia si ritroverà impigliato in una rete di storie e persone dove i confini tra bene e male sembrano sfumare, dove le identità sono provvisorie e mutanti, e non è facile distinguere tra amici e no. Intrighi e colpi di scena, e al centro una donna bellissima e naturalmente misteriosa. Il film prosegue verso una conclusione solo apparentemente scontata, ma che riserva una sorpresa clamorosa. Metabolizzato il discutibile salto temporale, si resta intrappolati dalle molte trame intrecciate in una Marsiglia porto dei vivi e dei morituri. Si respira il cinema glorioso, da Petzold riproposto con rigore filologico. Franz Rogowski è Georg (era il bad boy del film tedesco Victoria, il figlio degenere di Happy End di Haneke), lei è Paula Beer, la rivelazione a Venezia 2016 di Frantz di Ozon, e qui di una bellezza assoluta, da diva della Golden Age.

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