Berlinale 2018. Verdetto disastroso: ecco tutti i premi, a partire dall’immeritato Orso a Touch Me Not

La regista Adina Pintilie abbracciata dal presidente di giuria Tom Tykwer.

Nella mia classifica l’avevo messo al diciannovesimo posto su 19 film. Ultimo. Voto: 1. Il più basso che io abbia mai assegnato nei miei anni di frequentatore di festival. Invece la giuria presieduta dal tedesco Tom Tykwer (Lola corre, ma è gloria lontana ormai) l’ha sciaguratamente premiato con l’Orso d’oro, e non ci sono parole per commentare. Mi riferisco al film Touch Me Not della rumena però operante a Berlino Adina Pintilie, cui oltre all’Orso d’oro è andato pure il premio come opera prima (e in giuria c’era il nostro Jonas Carpignano). Rimando alla recensione. Ma, a fare di questo palmarès il peggiore degli ultimi festival, c’è anche il riconoscimento secondo in ordine di importanza, l’Orso d’argento Gran Premio della Giuria, assegnato a Twarz (Mug) della polacca Malgorzata Szumowska, un’habituée di Berlino. Da quando ci vengo – anno 2012 – ho visto quattro suoi film, uno buono – In The Name of... – e tre pessimi, compreso questo Mug, confuso e sovreccitato, e al solito polemico verso la Chiesa cattolica, cosa che bendispone sempre i giurati dei festival. E difatti.
L’Orso d’argento come migliore regista va a Wes Anderson per il suo meravigliosissimo Isle of Dogs, e ditemi voi se uno come lui deve arrivare dietro, e di parecchio, a Adina Pintilie, una miracolata del cui film tra un paio d’anni ma anche meno non si ricorderà più nessuno.
Orso d’argento – Premio Alfred Bauer per un film che apre nuove prospettive a Las Herederas (Le ereditiere) del paraguayano Marcelo Martinessi, bel film da una cinematografia allo stato nascente. Solo che l’esplorazione del nuovo non è proprio il suo merito più evidente. Sarebbe stato più coerente darlo all’opera più audace, vertiginosa per complessità e sapienza compositiva, del concorso, il tedesco Mio fratello si chiama Robert ed è un idiota di Philip Gröning, un capolavoro rimasto incredibilmente senza uno straccio di riconoscimento, e si vergogni la giuria al completo (tenetevi le Pintilie e le Malgorzate, quelle vi meritate). O lo si poteva dare al norvegese Utoya, innovativo e inventivo nel ricostruire la strage di Andres Breivik secondo i codici dell’horror.
I premi agli attori: Orso d’argento per la migliore interpretazione maschile al giovanissimo Anthony Bajon di La prière di Cédric Kahn, film che ho molto amato (e lui è di bravura e naturalezza commoventi, quindi bene così). Orso d’argento per la migliore interpretazione femminile a Ana Brun per Las Herederas, e anche qui scelta inappuntabile. Orso d’argento per un rimarchevole contributo artistico a Elena Okopnaya per il costum and production design del russo Dovlatov di Alexey German Jr., un film talmente bello che un premio così suona più come una beffa che come un riconoscimento. E anche di questo la giuria si vergogni.
Lasciati fuori dal palmarès il bellissimo Transit di Christian Petzold e un altro tedesco, una delle rivelazioni del concorso, In The Aisles di Thomas Stuber. L’Orso per la migliore sceneggiatura va, non immeritatamente, ai messicani Manuel Alcalá e Alonso Ruizpalacios (che del film è anche il regista) per Museo. Ci sta: Museo è una commedia furba, brillantissima e mai banale, destinata a un grande successo di pubblico.
Se i premi diciamo così minori del palmarès sono abbastanza condivisibili, a suonare scandalosi sono i primi due, i più importanti, quelli che segnano un festival, un’annata. Che siano andati a due donne autrici di due brutti film fa pensare che il vento del #metoo abbia spirato forte anche da queste parti, finendo con l’influenzare anche solo inconsciamente le decisioni. E Las Herederas, che di premi ne ha portati a casa ben due, è sì di un autore maschio, ma racconta solo di donne, in particolare di un’anziana coppia lesbica. Se aggiungiamo che la vera star dell’Orso d’oro Touch Me Not è un disabile affetto da atrofia spinale muscolare ma soddisfatto della sua vita sessuale e orgoglioso “del mio pene che funziona regolarmente ed è anche di buone dimensioni”, si fa presto a capire come il palmarès sia il trionfo, l’ennesimo, del cinema delle buone cause e dei diritti. Anzi adesso, a qualche ora dalla consegna dei premi, è tutto chiaro: Touch Me Not fa schifo, ma bisogna riconoscere che il disabile affetto da atrofia – si chiama Christian Bayerlein – è assolutamente irresistibile. Lui è il vincitore. Non la regista, non il film.
Gli altri premi li trovate alla pagina della Berlinale.

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