Recensione: FOXTROT, un film di Samuel Maoz. Sì, buono, ma troppo capolavoro annunciato

37578-Foxtrot_1____Giora_BejachFoxtrot di Samuel Maoz. Con Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Yonatan Shirai. Al cinema da giovedì 22 marzo 2018 distribuito da Academy Two.
37588-Foxtrot_2____Giora_BejachIl film che all’ultimo festival di Venezia ha fatto palpitare molta critica italiana e internazionale (non me). Un’affluente coppia di Tel Aviv riceve una terribile notizia. Solo che niente è ciò sembra. Confezione di alta autorialità, uso e abuso di simboli e metafore come in certo cinema anni ’60 (con un cammello parente delle giraffe e dei fenicotteri di Sorrentino). Insomma, una perfetta macchina da festival. Difatti a Venezia ha vinto il premio della giuria ed è entrato poi nella shortlist per l’Oscar del migliore film straniero. Voto tra il 6 e il 7
37580-Foxtrot_6____Giora_BejachSono stati molti, moltissimi lo scorso settembre al festival di Venzia gli entusiasti di questo film israeliano, tanto che lo si pronosticava quale sicuro Leone d’oro (ha poi vinto, in uno sghembo e troppo virtuosamente corretto palmarès, ‘solo’ il Premio della giuria). Non mi sono messo allora tra gli adepti del culto Foxtrot, e non mi ci metto adesso che a distanza di qualche mese esce in sala. Ma capisco come questo film di Samuel Maoz, già vincitore a inizio decennio di un Leone d’oro con Lebanon, abbia ottenuto tanti consensi: Foxtrot è una perfetta, implacabile macchina da festival, di quelle che seducono con la loro alta e esibita impronta autoriale e lo scialo di metafore le giurie, i critici del salotto buono e le signore frequentatrici del cinema intelligente. Intendiamoci,  buon film, a tratti eccellente, ma gravato da una confezione arty e da una pososità da capolavoro annunciato (e pervicacemente perseguito). Di Foxtrot sono da ammirare l’architettura narrativa, la sapienza drammaturgica, il ferreo e geometrico rigore nel dipanare gli eventi, la ripartizione in tre atti più un epilogo in cui tutto si riconnette e trova una spiegazione. Meno la messinscena. Nel pressbook veneziano Samuel Maoz tirava in ballo, non impropriamente, la tragedia greca e i giochi del Fato. A me Foxrot è sembrato un apologo, anzi un teorema, sulla necessità-ineluttabilità dell’espiazione dopo la colpa, volontaria o involontaria che sia. Sulla misteriosa giustizia oltrenaturale che pareggia sempre i conti degli umani. Non si sfugge alle proprie responsabilità o irresponsabilità, i torti vanno riparati, i debiti onorati. Stranamente, Foxtrot ricorda in versione alto-autoriale la saga di Final Destination (e chi vuol capire capisca). Ma – è una mia impressione – forse Samuel Maoz ha pescato nell’ampio bacino dei racconti e delle leggende yiddish più fosche trasferendole nella Israele ipermoderna e translucida di oggi per mostrarne le zone d’ombra e le segrete tensioni. Massimamente i rapporti con gli arabi d’Israele.
Un’affluente coppia di Tel Aviv – lui è un architetto importante – riceve una notizia ferale: il loro figlio soldato è morto mentre prestava servizio. Cade svenuta la madre, il padre piomba nella disperazione e nella rabbia. E comincia a sospettare che le cose non siano andate come gli hanno raccontato. Perché non gli dicono dove e come sia morto Jonathan? E perché vogliono inumarlo senza fargli vedere il corpo? Siamo solo all’inizio di un film che passa da un colpo di scena all’altro. La realtà non è quella che sembra. Fine del primo atto. Il secondo si sposta nel deserto, in un checkpoint su una strada nel nulla dove non passa nessuno. O quasi. Fino a un evento che frantumerà tutti gli equilibri e che si riverberà sui genitori di Jonathan. Samuel Maoz per tenere alta la tensione spezza la linearità narrativa, dosa le rivelazioni, mescola i piani temporali. Ma lascia anche affiorare parecchi indizi perché possiamo intuire quella verità che sarà pienamente rivelata solo nell’ultima inquadatura.
Foxtrot è oggetto filmico anomalo e assai scostato rispetto al cinema d’autore dominante. Con se mai parentele e rimandi a certo cinema anni Sessanta fortemente intriso di simboli e metafore, con sospensioni metafisiche e derive surreali. Echi di Fellini, ma anche di certi autori centroeuropei come il Polanski della sua prima stagione in patria. E del Processo di Kafka secondo Orson Welles. Film strutturato, chiuso, di inquadrature costruite fino all’artificio. L’appartamento di Tel Aviv usato come una scenografia teatrale. Qell’avamposto nel deserto dai tratti quasi grafici. E usi e abusi di metafora: il container-abitacolo che progressivamente si inclina e affonda, il cammello che compare incongruamente più volte (un messaggero del Destino?), parente stretto delle giraffe e dei fenicotteri di Sorrentino. E il foxtrot, ballato dal soldatino nel deserto e dalle vecchie coppie in Alzheimer della casa di riposo. Un passo avanti, uno a sinistra uno a destra, uno indietro. Non so cosa voglia dire, ma di sicuro anche questa è una profondissima metafora. Samuel Maoz esagera con questo sovraccarico di segni, simboli, premonizioni, allusioni, messaggi cifrati. E purtroppo con una rocciosità che non ha niente della grazia di certo surrealismo (si pensi a Buñuel) e gli impedisce di volare davvero. Noto come negli ultimi due anni  si siano visti ben tre film israeliani sulla morte di un figlio. Nel 2016 a Cannes alla Semaine de la critique Una settimana e un giorno, a Venezia 2017 non solo Foxtrot, ma anche Longing, alle Giornate degli autori. E qualcosa, nel linguaggio dell coincidenze, vorrà pur dire.

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