Recensione: INSYRIATED, un film di Philippe Van Leeuw. Una famiglia intrappolata dalla guerra. Un film vincitore di molti premi

Insyriated, un film di Philippe Van Leeuw. Von Hiam Abbas, Diamand Abou Abboud, Juliette Navis, Mohsen Abbas, Moustapha Al Kar. Al cinema da giovedì 22 marzo 2018 distribuito da Movies Inspired.
201714412_1Una famiglia intrappolata dalla guerra a Damasco. Sembra cinema del reale, invece è un film di finzione assai costruito. Un “a porte chiuse” che oscilla tra noir, thriller e melodramma a tinte foschissime. Vincitore di molti premi internazionali, a partire da quello assegnatogli alla Berlinale 2017 (sezione Panorama) dal pubblico votante. E recentemente insignito di ben sei Magritte, i César belgi. Film molto abile nel gratificare il pubblico politicamente sensibile ai grandi temi dell’oggi. Voto 6+
Da quando lo si è visto alla Berlinale, era il febbraio 2017, Insyriated di strada ne ha fatta, nel circuito dei festival come in quello arthouse. Del resto, s’era capito subito là a Berlino, dove avrebbe poi vinto la sezione Panorama quale film più votato dal pubblico, che avrebbe funzionato molto bene. Difatti sono seguiti premi dappertutto, quello per la migliore interpretazione alla libanese Diamand Abou Abboud al Film Festival del Cairo, tra i più importanti del mondo arabo, e ben sei Magritte, gli Oscar (o se preferite i César) del cinema belga di lingua sia francese sia fiamminga. Dove Insyriated ha incamerato anche il Magritte più importante, quello di migliore film dell’anno. Cinema belga? Ebbene sì, perché pur raccontando una storia nella Damasco travolta dalla guerra siriana, è in realtà opera di coproduzione tra Belgio, Francia e Libano. Girato in lingua araba con attori arabi, ma da un regista belga (Philippe Van Leeuw, al suo secondo film), come belga è pure la preminenza nell’alleanza produttiva.
Successo prevedibile. Insyriated è il film perfetto per il pubblico internazionale del cosiddetto cinema di qualità, ansioso di sentirsi partecipe dei drammi del mondo e solidale con chi ne è vittima. Con però un che di astuto di troppo, nel suo intercettare la tragedia di tutte le tragedie oggi, il conflitto (civile? interetnico? religioso?) in Siria e farne l’innesco (il pretesto?) di un dramma da camera, anche a forti tinte. Un ‘a porte chiuse’ con famiglia e relativi ospiti intrappolati in un appartamento di una Damasco – anche se nella sua indeterminatezza e astrazione potrebbe essere qualsiasi altra città – corrosa e davastata da bombardamenti e attacchi di fazioni opposte. Nel suo presentarsi come cronaca di vite travolte dalla guerra, Insyriated mima i modi disadorni del cinema del reale, del neorealismo classico e di quello di ultima generazione, mentre è assai costruito, quasi un’operazione  di teatro filmato, con una trama robusta e anche melodrammatica. Il massimo dell’artificio. Niente di male, se solo non si giocasse un po’ troppo nel farcelo sembrare un quasi-cinéma verité. Ma è anche questo equivoco a sedurre il pubblico, dandogli l’illusione di immergersi dentro il conflitto.
Damasco: edifici diroccati, un cortile devastato, e un cecchino nascosto da qualche parte pronto a colpire chi osa uscire. Dentro a un palazzo su quel cortile una famiglia, la madre, le figlie e i figli, il suocero, una giovane coppia ospite con neonato, più la colf-governante venuta dall’India, o Sri Lanka, o Bangla-desh. Il marito, il capofamiglia, non c’è, sappiamo solo che dovrebbe rientrare più tardi, ma non capiamo da dove, né tantomeno se e come potrà farlo. È la madre-matriarca (la interpreta l’attrice araba più conosciuta in Europa, Hiam Abbas), a governare con decisione la piccola comunità, a tenerla compatta, a inpedirne le spinte centrifughe e distruttive. Bisogna dosare l’acqua, l’energia elettrica, il cibo, bisogna sapersi organizzare e nascondere e difendere nel caso si profilasse l’arrivo di estranei potenzialmente pericolosi. Un universo claustrofobico, che Oum (in arabo madre) Yazan cerca di rendere sopportabile. Tutto deve essere pulito, in ordine, tutto deve continuare in un’apparente normalità, ed è il suo modo di esorcizzare il caoso che sta là fuori e preme alla portaa. A pochi minuti dall’inizio del film, e dunque non ditemi che faccio spoiler, il giovane uomo ospite con moglie e figlio neonato, e che ha già organizzato per l’indomani la fuga dalla Siria della sua famiglia verso Beirut, mentre attraversa il fatale cortile viene colpito dal cecchino. Ad assistere hitchcockianamente dalla finestra è la colf Delhani. Cui Oum Yazan impone di mantenere il segreto: nessuno deve sapere, nemmeno la giovane moglie, altrimenti qualcuno scenderà in cortile a controllare e recuperare il corpo rischiando a sua volta di finire cecchinato. Ma se il ragazzo fosse ancora vivo? Se aspettare la notte per soccorrerlo significasse ucciderlo? Giusto sacrificarlo per non mettere in pericolo gli altri? La matriarca ne è convinta, Delhani no, ma niente può fare contro la volitiva padrona.
Quando il film si regge su questo dilemma morale funziona molto bene, e funziona anche nei suoi momenti di thriller calustrofobico, quando tre misteriosi uomini si presentano alla porta e tentano di entrare. Chi sono? Soccorritori, come dicono di essere, o killer? Ci saranno momenti assai tesi, nei quali par di ripiombare in classici tipo Ore disperate con la famiglia ostaggio di uomini armati, con la differenza che là erano gangster e qui combattenti di una qualche causa, o sciacalli delle rovine della città.
Insyriated induce un qualche sospetto di uso del dramma siriano a fini di spettacolo, quando si accentua la parte melodrammatica, con perfino un tentato stupro. Philippe Van Leeuw fatica a tenere insieme i vari registri, le tonalità così diverse di un film sospeso tra denuncia, noir e family drama. E sospeso, anche, tra un fare cinema più classicamente europeo e certi eccessi fiammeggianti da tradizionale cinema arabo. Il personaggio della giovane moglie del ragazzo cecchinato porta con sé e immette in Insyriated, in contrapposizione alla rigidità ipercontrollata di Oum Yazan, un troppo di sentimento, di fremiti, tremiti e lacrime che viene dal glorioso cinema popolare egiziano o dalle novelas siriane prebelliche. Un turgore cui contribuisce l’interpretazione dell’attrice libanese Diamand Abou Abboud. E a questo punto si rimpiange che il belga Van Leeuw non si sia sfrenato, non abbia mollato gli ormeggi modellando tutto il film secondo gli stili e i codici di quel cinema arabo. Ne sarebbe uscito un Insyriated forse con minore appeal sul pubblico europeo polticamente sensibile, ma di sicuro più interessante, più azzardato.

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