Un film-capolavoro stasera in tv: SENSO di Luchino Visconti (giov. 22 marzo 2018, tv in chiaro)

Senso di Luchino Visconti (1954). Iris, ore 21,00, giovedì 22 marzo 2018.
Chiude stasera con questo film di Luchino Visconti e con Mio padre Monsignore (alle 23,20 circa) il ciclo La lunga primavera, varato da Iris per ricordare-celebrare i 170 anni del Risorgimento italiano (prendendo come date simbolo di innesco quelle delle Cinque giornate di Milano, 18-22 marzo 1848). Audace e controcorrente, la scelta della rete Mediaset dedicata al cinema, in un momento in cui il patriottismo non è di sicuro il sentimento prevalente in un paese sempre più disunito tra Nord, Centro e Sud, come dimostrano gli ultimi risultati elettorali e infiniti altri indizi. L’occasione, comunque, di vedersi parecchi buoni o eccellenti film rimasti nell’ombra per molto tempo. Quello di stasera è un capolavoro assoluto: Vosconti alla prese con la caduta di una donna che si fa  decadenza di una classe e di un vecchio regime.
Il film di Luchino Visconti che preferisco insieme a Rocco e i suoi fratelli. Più che mai da ri-vedere, Senso, una delle non molte pellicole che mettono in scena il Risorgimento, dunque attualissimo per via del centocinquantenario dell’Unità d’Italia ancora in corso e le infinite controversie, storiografiche, politiche, ideologiche che lo stanno accompagnando (una vera guerra culturale, un Kulturkrieg come non se ne vedevano da anni nel nostro paese). Il Risorgimento di Visconti è anche da confrontare con quello di Noi credevamo di Mario Martone, inatteso successo al box office di qualche anno fa.
Il racconto in Senso dell’amore matto e disperato della contessa Serpieri (una meravigliosa, davvero memorabile Alida Valli) per l’ufficiale austriaco troppo bello e troppo giovane Farley Granger, in Visconti – il Visconti impegnato di allora, molto marxiano e molto lukacsiano – vorrebbe farsi rappresentazione della decadenza aristocratica, della fine di una classe. In realtà oggi ci appare per quello che è, una straordinaria storia di amour fou, la pazzia di una donna che per passione si fa trascinare nel gorgo e nella vergogna, tradendo se stessa, il suo ceto di appartenenza, la sua italianità. Il tutto in una Venezia ancora di Francesco Giuseppe ma in attesa di riunirsi al nascente stato italiano. Melodramma strepitoso, aggiornato al gusto anni Cinquanta di Tennessee Wiliams, che difatti collaborò ai dialoghi (date un’occhiata alla lista degli sceneggiatori, c’è da rimanere senza fiato: Carlo Alianello, Giorgio Bassani, Paul Bowles, Suso Cecchi D’Amico, Giorgio Prosperi, Tennessee Williams. E poi si dice il cinema italiano di oggi). In origine la coppia di interpreti doveva essere Ingrid Bergman-Marlon Brando. Alida Valli non fa rimpiangere la Bergman, Farley Granger invece Marlon Brando lo fa rimpiangere, e parecchio.

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