Recensione: ILLEGITTIMO, un film di Adrian Sitaru. Dalla Romania è ancora grande cinema

Illegittimo di Adrian Sitaru. Con Adrien Titieni, Alina Grigore, Robi Urs, Bigdan Abulescu, Cristina Olteanu, Miruna Dumitrescu, Liviu Vizitiu. Romania 2016. Uscito il 22 marzo 2018 distribuito da Lab 80.
Il primo dei due film (l’altro è The Fixer), distribuiti in queste settimane da Lab 80, del regista rumeno Adrian Sitaru. Che si candida a nuovo autore maximo del cinema di Bucarest. Si comincia con un pranzo di famiglia in cui i figli rinfacciano al padre-patriarca le sue connivenze con il passato regime comunista. Poi Illegittimo diventa qualcos’altro, un’immersione nei segreti inconfessabili di famiglia. Chiari riferimenti al cinema dei maestri Mungiu e Puiu, e qualche eco del greco Lanthimos. Assolutamente da vedere. Voto 8
L’etichetta indipendente con base a Bergamo Lab 80, coraggiosa quanto tenace nel distribuire e sostenere film belli e complessi in decisa controtendenza rispetto al gusto sempre più unico e piatto dello spettatore, manda in queste settimane in sala due film del rumeno Adrian Sitaru, 40 anni e qualcosa, uno degli autori che si stanno facendo largo nel cinema del suo paese alle spalle dei due mammasantissima Cristi Puiu e Cristian Mungiu. Gli altri oltre a lui? Citerei almeno Corneliu Porumboiu, Calin Peter Netzer e Radu Jude. Intanto, concentriamoci sui due film di Adrian Sitaru adesso in circolazione, Illegittimo e The Fixer/Fixeur, entrambi dati, e entrambi visti dal qui scrivente, al festival di Torino 2016 (il primo per la verità era già stato proiettato a Forum della Berlinale 2016). Riproposti qualche settimana fa al Bergamo Film Meeting nell’ambito della meritoria retrospettiva dedicata a Sitaru – i bergamaschi son gente serie e fattiva anche quando si tratta di cinefestival. Ecco, proprio mentre mi accingevo a scrivere questa recensione di Illegittimo mi sono reso conto che un film del suo regista, Best Intentions, l’avevo già visto parecchi anni fa a Locarno, precisamente nell’edizione 2011, senza peraltro rimanerne folgorato, anzi (a quel Locarno vinse due premi, quello per la migliore interpretazone maschile a Bogdan Dumitrache e quello allo stesso Sitaru per la migliore regia). Mi parve un film troppo psicologistico, troppo privato e angusto, avvitato com’era sulle posture bamboccesche del suo protagonista, lontano dal magari plumbeo ma rigoroso e implacabile cinema rumeno di indagine socio-antropologica dei maestri, quel cinema che aveva (ha) rinfrescato insieme ai Dardenne la gloriosa ma polverosa voce ‘neorealismo’. Eppure oggi Sitaru con The Fixer e soprattutto con questo Illegittimo sembra ricollocarsi – almeno a un primo sguardo – nel solco di un cinema che ha insegnato qualcosa a tutto il mondo negli anni Duemila, con una scena iniziale che suona insieme quale omaggio, citazione e ripartenza sia di Mungiu sia di Puiu. Interno di famiglia, oggi, in una qualche parte non precisata della Romania (probabilmente Bucarest, ma non è così certo). Un padre, Victor, e i quattro figli, i trentenni Cosma e Gilda, e i due gemelli ventenni, il ragazzo Romi e la ragazza Sasha. La madre è morta qualche anno prima, mentre alla famiglia intanto si sono aggiunti il fidanzato di Gilda e una ragazza coetanea dei due gemelli cresciuta con loro. Sembra un pranzo qualsiasi e pacifico: tutti intorno alla tavola, finché al padre Victor, medico di un certo peso sociale, viene bruscamente rinfacciato dai figli – a parte la silente Gilda – di essere stato uno di quei ginecologi che al tempo del regime di Ceausescu si rifiutavano di praticarte l’aborto, in ossequio alla legge voluta dal Conducator per non intaccare la crescita demografica della nazione. Non solo, lo si accusa anche di aver denunciato chi l’aborto lo tentava clandestinamente. Victor si difende come una belva, non trascurando strumentali citazioni filosofiche, ma soprattutto la indomabile Sasha e il figlio maggiore Cosma sono implacabili nel metterlo di fronte alle sue responsabilità e al suo asservimento al regime, esibendo documenti a lungo secretati e adesso finalmente emersi dagli archivi. E a questo punto non si può non pensare a 4 mesi, 3 setimane e 2 giorni di Cristian Mungiu, Palma d’oro a Cannes dodici anni fa, che raccontava di un aborto clandestino nella Romania del comunismo terminale e che fece  scoprire al mondo la potenza del cinema di Bucarest. Che la sequenza di apertura di Illegittimo sia un omaggio a Mungiu, e anche un sottile ribaltamento rispetto a quanto lui mostrava perché stavolta la stessa questione è vista dall’altra parte, dalla parte di chi operava in ossequio al regime, non pare dubbio. Quasi una dichiarazione di Sitaru di conformità rispetto ai codici di quello che per tutti è ‘il cinema rumeno’. Ma questo interno di famiglia di voci discordanti e dissonanti che si sovrappongono sempre più alterate, rivelando faglie profonde non più occultabili, rimanda anche a Sieranevada dell’altro maestro Cristi Puiu, pure girato virtuosisticamente nel chiuso di un appartamento durante una riunione di famiglia dove molto di discute e ci si fa del male. La sequenza toglie il fiato per l’abilità somma di Sitaru, per i tempi perfetti, per le performance, impressionanti per naturalezza, di tutti gli attori, per l’orchestrazione dei dialoghi. E si resta ancora più stupefatti dopo aver appreso dal pressbook come il regista abbia girato tutte le scene intenzionalmente con un solo ciak, sia per velocizzare i tempi di ripresa che per potenziare il senso di verosimiglianza, la mimesi del reale. Una scena che arpiona subito lo spettatore e che fa pensare che Illegittimo sia una riflessione sulle larghe complicità su cui il regime potè contare e sull’urgenza, soprattutto da parte delle nuove generazioni, di sapere, di capire, di fare luce, di segnare tra sé e il passato una radicale rottura (c’è ormai quasi un filone in questo senso, e penso a un documentario dato a Panorama Dokumente alla recente Berlinale, Je vois rouge/I See Red People, in cui una ragazza parigina di origini bulgare, che è poi la stessa regista Bojina Panayotova, torna a Sofia per indagare sulle collusioni-connivenze-complicità mai confessate della sua famiglia con il potere ai tempi del comunismo). Ma è un’ilusione ottica in cui ci fa cadere abilmente Sitaru. Perché quanto seguirà avrà a che fare molto di più con le contraddizioni della famiglia Angelescu, con la vischiosità e ambiguità delle sue relazioni interne, con la sua tendenza a costituirsi come un universo chiuso e autoreferenziale in cui tutti, il padre patriarca e anche padrone come i figli più o meno ribelli, finiscono col restare intrappolati (e consenzienti). Se ricordo bene, Federico Pontiggia nella sua recensione dal festival di Torino tirò in ballo il cinema di Yorgos Lanthimos, e con qualche robusta ragione. Perché quell’appartamento soffocante in cui tutti abitano e mangiano e dormono in una sospetta promiscuità, e da cui tutti cercano di scappare per poi ritornarci, richiama la claustrofobia malata di Dogtooth, il film che resta il manifesto del cinema di Lanthimos. Ma le affinità finiscono qui, perché Sitaru resta su un piano di neonaturalismo quasi documentario, di quotidiana benché oltraggiosa e patologica normalità, tenendosi lontano dalle atmosfere allucinate e vitree del grande greco. Siamo anche dalle parti del cinema di resa dei conti in famiglia – e i titoli citabili sono infiniti -, solo che stavolta tutto si conclude in una  paradossale conciliazione nel segno della continuità, inglobando e smussando ogni sussulto di robellione e cambiamento. La questione dell’aborto tornerà in corso di narrazione e riguarderà stavolta una delle due figlie: rimasta incinta non del fidanzato, ma “di una persona, papà, che tu conosci molto, molto bene”. Sarà spoiler se diciamo che la gravidanza è il risultato di un incesto? E che l’incesto non riguarda padre e figlia come in un altro esempio del più disturbante cinema greco, Miss Violence di Alexandros Avranas? Sarà un trauma per i membri del clan Angelesceu, e di più non posso dire. Adrian Sitaru qui, ancora di più che nell’altro bellissimo suo film distribuito da Lab 8o The Fixer, trova una sua via cinematografica insieme personale, originale, e in linea con il cinema dei maestri Puiu e Mungiu. C’è dentro molto di quello che abbiamo visto più volte nel ‘cinema rumeno’ comunemente inteso: i conti malamente fatti con il passato comunista, la continuità tra nomenklature di ieri e di oggi, gli sconquassi sociali e anche morali dovuti all’immersione nel turbocapitalismo dopo decenni del comunismo più ferreo e di economia chiusa. Ma c’è dentro, in Illegittimo, molto che è solo di Sitaru, quell’universo eternamente amniotico e caldo e così difficile da lasciarsi alle spalle che è la famiglia, cuccia e nello stesso tempo prigione. Mi rendo conto solo adesso di come il suo Best Intentions dato a Locarno nel 2011, con quel figlio peter pan ossessivamente legato alla figura forte della madre, già prefigurasse la gabbia di Illegittimo. Da cui tutti vogliono andare e alla quale tutti vogliono tornare quando se ne sono andati.

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