Recensione: CONTROMANO di Antonio Albanese. Un film indeciso a tutto, incerto tra cattivismo e melassa virtuosamente corretta

Contromano, un film di Antonio Albanese. Con Antonio Albanese, Alex Fondja, Aude Legastelois, Daniela Piperno.
Nella prima parte sembra una commedia agra e perfino nera sulle paranoie dell’italiano qualunque di fronte alla (presunta) invasione straniera. Ma poi Contromano abbandona ogni asperità per farsi storiuccia accomodante e piaciona. Un film che imbocca molte piste narrative senza percorrerne davvero nessuna. E appesantito da troppe approssimazioni e inverosimiglianze. Voto 3
Talmente brutto che all’anteprima stampa quasi non ci si credeva. Possibile che uno di conclamata bravura e finezza e sensibilità come Antonio Albanese si sia ficcato in un simile disastro? Come attore, come co-sceneggiatore, come regista. Invece sì, possibile. Vedere per credere, sempre che abbiate voglia di buttare in pattumiera due ore della vostra vita e gli euro del biglietto. Perché questo è un film indeciso a tutto, che vorrebbe essere ispido e pungente ma non ne ha il coraggio e finisce in una caramellosità da coma diabetico che al confronto perfino i Disney natalizi anni 50 sembrano acido solforico. Ma è una favola!, sentenziano con ditino alzato coloro che non hanno osato stroncare e han preferito sopire. Però facile, comodo, dire favola per giustificare le colossali incongruenze e inverosimiglianze, l’essere estraneo a ogni principio di realtà di uno dei racconti cinematografici più balordi e peggio sceneggiati degli ultimi anni italiani.
Si va ad affrontare – e all’inizio l’impresa sembra riuscire: la delusione arriva dopo – una delle questioni cruciali di questa Italia, come ben dicono i risultati elettorali con Matteo Salvini consacrato lider maximo del centrodestra. Ovverossia gli immigrati, la loro integrazione o disintegrazione a fronte di un’Italietta ostile e neanche tanto nascostamente feroce. Un paese che contraddice e distrugge definitivamente il mito auconsolatorio degli italiani brava gente sempre a braccia aperte (e cuore in mano). Contromano sembra dare corpo al paese impaurito e incattivito mettendo in campo un Albanese quale esemplarissimo medio commerciante con negozio meravigliosamente antico e antiquato di calze a Milano zona Arco della pace, tutto una squisita boiserie e cassetti e contenitori con scomparti ad hoc per i fili di Scozia e i cashmere più sottili e raffinati. Certo, calze di massima costosità, e invece piazzato lì fuori il senegalese Oba vende lo stesso articolo ma a un terzo del prezzo, e ovviamente di più bassa anche se non infima qualità. Concorrenza sleale, impreca il Marco Cavallaro (Albanese) negoziante, in idem-sentire con tutti gli italiani impauriti e incazzati per l’invasione straniera. Signor Cavallaro Marco che passerà all’azione togliendo di mezzo con uno psicofarmaco l’africano che gli ruba i clienti. Ora, se in questa primissima parte introduttiva ai successivi sviluppi, e dilatata oltre ogni ragionevole misura, non succede pressoché niente, almeno si mette a segno qua e là qualche annotazione agra sullo stato delle cose tra italiano medio e immigrato medio, restituendo con una certa fedeltà e credibilità il livore, la rabbia del proletariato nostro e della nostra classe media confusa e terrorizzata dalla caduta sociale e dalla perdita di status. Rabbia che ha trovato nell’altro, arrivato all’Africa o dal Medio Oriente, il capro espiatorio perfetto. Ma anche in questa parte di film, che resta la meno peggio, quante approssimazioni, a denotare una non conoscenza delle cose. Cesare Zavattini esortava gli sceneggiatori a prendere il tram per sintonizzarsi sul cosiddetto paese reale. Ecco, l’impressione è che gli sceneggiatori di Contromano, e non solo loro, il tram non lo prendano mai. Dove mai si è visto un caffé-bar del centro acquistato come nel film da egiziani che han fatto fortuna e soldi con il kebab all’angolo? Doppio errore: 1) a Milano i bar se li prendono tutti i cinesi; 2) i kebabbari non sono, come sa chiunque abbia mangiato un kebab, egiziani, ma turchi. Per dire l’approssimazione. Ma il peggio sta nel vagolare narrativo. Quando Cavallaro inebetisce di sonnifero il rivale Oba il film pare svoltare in black comedy cattivissima e feroce, anzi proprio in dramma, in qualcosa di equivalente per Albanese di quello che era stato Un borghese piccolo piccolo per Mario Monicelli. Almeno, si spera sia così, ma non sarà così. La strada della tragicommedia nera nerissima viene subito abbandonata per imboccare quella della piacioneria senza asperità. Quando poi entra in ballo una bellissima ragazza che si spaccia per sorella di Oba (non ci crede nessuno, solo il Cavallaro ci casca) sembra che Contromano voglia planare su un altro genere cinematografico spigoloso e non accomodante, quello della coppia criminale, con il Cavallaro a fare da vittima designata. Invece no, ancora una volta il film si tira indietro, non osa, come temendo la propria possibile perfidia, e si instrada sui binari tranquilli della commedia sentimentale. Non dico come continua eva a finire, se non che buone intenzioni, buoni sentimenti e correttismi politici di ogni tipo e tinta trionfano. Raramente si è visto un film più scoordinato e incerto, e raramente si è visto un finale (mi riferisco alla parte in Senegal) più improbabile e apparecchiato a uso del benpensantismo multiculturalista. E meno male che quel dubbio che assale il padre nell’ultimissima scena immette una nota dissonante in tanta imelassa. Restano nella colonna dei segni meno le continue approssimazioni. Ma vi pare possibile che, volendo raggiungere il Senegal, il calzettaio lombardo Cavallaro si faccia in macchina – o in furgone, non ricordo bene – tutto il Tirreno con l’obiettivo di raggiungere Napoli e lì imbarcarsi per Tunisi? E poi da Tunisi in macchina fino al Senegal? Ma scusate, se lo sa qualunue persona mediamente informata dei fatti che la rotta tra Tunisia e Senegal è impraticabile, attraversando alcune delle plaghe più pericolose al mondo, infestate da predoni, milizie variamente armate, qaedisti. Capisco la necessità di far sostare il trio in qualche amena località del Tirreno onde mostrarne le bellezze paesaggistiche, ma non si poteva trovare una giustificazione più convincente? Tutto è inverosinile, niente sta in piedi in questo brutto film, a partire dall’attico superlussuoso di Cavallaro che nessun negoziante di calze a Milano si potrebbe permettere, per arrivare fino all’incongrua musica africana (nel senso di subsahariana) che sentiamo in colonna sonora quando il nostro arriva a Tangeri. Dico Tangeri, porta setentrionale del Marocco: e allora fateci sentire musica marocchina sant’Iddio. Contromano evoca i fantasmi peggiori e le pulsioni più malsane che agitano oggi la paranoica relazione tra italiano qualunque e immigrati, ma poi non ha il coraggio di metterli in scena, di incarnarli in un racconto sgradevole ma almeno non consolatorio, per virare subito sulla conciliazione, sulla rimozione dei conflitti. Sì, una favola, nel senso dell’assoluto improbabile rispetto a questa Italia, al qui e ora. Si salva qualche dettaglio, qualche figuretta laterale. Come il disabile allegramente sfacciato, maleducato e puttaniere, e la vicina-colf convinta che Carlo e Al Fayed fossero segretamente amanti.

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