Recensione: GHOST STORIES, un film di Dyson & Nyman. Nell’horror sta succedendo qualcosa di buono

Ghost Stories, un film scritto e diretto da Jeremy Dyson e Andy Nyman. Con Andy Nyman, Martin Freeman, Paul Whitehouse, Alex Lawther.
Un demistificatore televisivo di spiritismi e altre finte paranormalità si imbatte in tre inspiegabili casi di terrore, tra presenze oltreumane e entità maligne. E le sue certezze verranno messe alla prova. Un horror consapevole e stilizzato che cita certi vecchi film di paura fatti di poche povere ma buone cose. Una riflessione sul genere e un viaggio tra spettri individuali e collettivi (come l’antisemitismo). Voto 7 e mezzo
Qualcosa di buono sta succedendo nell’horror. Prima il sovversivo Get Out, sovversivo per come ripropone la lotta di classe in America sottoforma di conflitto tra maggioranza bianca e minoranza nera e per come immette nel genere zombesco quel discorso squisitamente politico. Poi A Quiet Place (clamoroso successo al box office Usa e globale, meno da noi, che siamo sempre assai conservatori e provinciali in fatto di gusti e disgusti e restii a ciò che esonda dal confortevole mainstream), una perfetta macchina da paura montata con sagacia su un’idea narrativa di partenza fortemente originale. Adesso Ghost Stories, riesumazione dell’horror di marca soprattutto britannica tra anni Sessanta e Settanta, quello fatto di poche, povere ma buone cose, il buio, la claustrofobia, i fantasmi venuti dal passato o mai andati via, le case stregate con porte cigolanti e strane voci e presenze, le brughiere fumiganti, desolate e spettrali. Più che i prodotti della gloriosa Hammer, i due autori Dyson e Nyman citano come proprio riferimento le produzioni della Amicus, titoli persi ormai nelle nebbie della memoria come Le cinque chiavi del terrore e La bottega che vendeva la morte, culto per appassionati e specialisti ma al loro tempo trattati malissimo dalla nostra altezzosa critica. Francamente di quei film ricordo solo i titoli, dunque non saprei dire quanto da là si sia travasato qua dentro, ma che Ghost Stories sia un repertorio assai ben fatto e affettuosamente compilato di certi modi lontani e anacronistici di fare paura è più che evidente. Modi lontani dallo splatterume che ha prevalso negli ultimi anni, più classici, evocativi, anche nobilmente derivati dalla tradizione del racconto gotico.
Strana genesi, quella di Ghost Stories. Che è la messa in cinema di uno spettacolo teatrale di gran successo sul mercato anglofono della coppia autorial-registica Jeremy Dyson-Andy Nyman, spettacolo nato a sua volta dalla voglia di portare on stage terrori e brividi e orrori squisitamente cinematografici di certe vecchie pellicole. Teatro nato dal cinema che torna adesso come cinema, in un’operazione circolare assai consapevole delle proprie origini come del proprio approdo, che però ha il merito di nascondere omaggi e citazioni dentro un dispositvo narrativo di perfezione ingegneristica. E fruibile anche nella sua pura superficie, al suo primo livello, senza che lo spettatore debba scavare in cerca dei rimandi. A colpire sono la cura della messinscena, e quello che si chiama stile. Anche l’abilità di intrecciare storie e sottostorie in un incastro che si scioglie in un finale forse artificioso, ma che ha il merito di sorprendere lo spettatore e fornirgli una chiave di ri-lettura di quanto visto in precedenza. Un film che mostra assai ipermodernamente i suoi stessi meccanismi costruttivi, in una sorta di lezione accademica però mai saccente sui modi e i mezzi di produzione della paura.
Philip Goodman (interpretato da uno dei due registi, Andy Nyman) è un debunker, un demistificatore televisivo di truffe finto-paranormali, di sedicenti spiritisti, uno zelota del razionalismo-scientismo in cui possiamo facilmente riconoscere certi tratti di nostri conduttori-divulgatori tv. Naturalmente il film sarà la smentita della sua così sicura e tersa, pure arrogante, visione del mondo, andando a rappresentare fenomeni misteriosi, inspiegabili, spalancati su altre dimensioni e universi parallelli irriducibili a ogni spiegazione scientifica. Cresciuto nel culto di Charles Cameron, uno psicologo che per primo in tv aveva indagato su presunti spiritismi e paranormalità per poi misteriosamente scomparire, Goodman parte alla sua ricerca. Lo troverà. Ma troverà anche un Cameron profondamente diverso da quell’esempio che lui rcordava di cristallina, tagliente razionalità. Lo psicologo gli confessa di avere rinunciato al suo lavoro di risveglio delle coscienze, di missionario della ragione nei territori dell’oscurantismo, dopo essersi imbattuto in tre casi che avevano scosso le sue certezze. E tuttora aperti. Casi su cui sollecita Goodman a fare luce. Ed ecco il debunker alle prese con tre storie di massima paurosità, di cui rintraccia i protagonisti, anzi le vitime, di strane, allarmanti forze e presenze. Il primo è un guardiano di notte che si è imbattuto nell’orrore lavorando in un ex manicomio. Il secondo è un ragazzo perseguitato da visioni nella sua stessa casa. Il terzo è un agente immobiliare ritiratosi in una villa di campagna con la moglie, che resterà incinta di una gravidanza assai speciale (siamo sempre dalle parti di Rosemary’s Baby, film-matrice che continua a generare copie). Naturalmente si rinnoveranno paure e eventi terribili, e nello stesso tempo Goodman sarà costretto a fare i conti con i suoi psico-fantasmi passati, con quanto è stato rimosso e celato nel profondo del suo inconscio, ed ecco che mentre indaga sulle angosce altrui riaffiorono le sue, quelle di ragazzo ebreo bullizzato e deriso dai compagni, vittima di un antisemitismo inestirpabile. Intanto l’agente immobiliare diventa qualcosa di più di un caso da studiare, trasformandosi per Goodman in una guida negli universi paralleli. Di più meglio non dire. Ghost Stories si costituisce in primis come esercizio manierista, riflessione sul genere, rifacimento di stili e stilemi del cinema passato. Più sottilmente, e la scena finale ne è la dimostrazione, ambisce a farsi tragitto psicanalitico, discesa nella parte celata, irrazionale e anche irragionevole, del suo protagonista Goodman. Le cui certezze di debunker, di razionalista-laicista volgare che crede solo nell’evidenza del reale abolendo dentro di sé ogni sospetto di un esserci altro, e altrove, verranno sbeffeggiate e demolite lasciandosi dietro una distesa di macerie psichiche e fisiche.

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