Cannes 2018. Recensione: PLAIRE, AIMER ET COURIR VITE, un film di Christophe Honoré. A due passi dal capolavoro (eppure non molto amato)

Plaire, aimer et courir vite, un film di Christophe Honoré. Con Pierre Deladonchamps, Vincent Lacoste, Denis Podalydès, Adèle Wismes. Compétition.
Jacques lo scrittore parigino e Arthur il bretone. Sono loro i due caratteri principali di questa ronde di amori, desideri, tradimenti, riconciliazioni e addii nella stagione dell’Aids, anno 1990. Ma se 120 battiti al minuto era un film militante sullo stesso tema, questo di Honoré è squisitamente impolitico. Il miracolo è che il regista risca a raccontare drammi e melodrammi, e a andare nel profondo, con la grazia e la leggerezza di certi suoi musical precedenti, tra Jacque Démy e Eric Rohmer. Al netto di certe lungaggini, un grandissimo film. Che purtroppo non è granché piaciuto. Voto 8 e mezzo

Ieri, mentre stavo in fila per Jia Zhang-ke (non una gran cosa), ho sentito due sciagurate dietro di me matrattare il film di Christophe Honoré: “Guarda, neanche ci scrivo sopra una riga, non mi è piaciuto proprio, e poi è sempre la stessa storia, l’Aids eccetera, come quel film dell’anno scorso, come si chiamava? Ecco, Battiti al minuto, che già quello non mi aveva entusiasmato”. Questo per dire delle vette altissime di certa critica (critica?) italiana. Davanti a me intanto –  la tortura delle file interminabili di questo festival a qualcosa serve – un’assai elegante signora anglofona commentava con due ragazzi suoi connazionali, informatissimi e bravissimi, pure lei il film di Honoré trovandolo inadeguato nella costruzione e “overwritten”. Che è ben altro modo, argomentato oltre che civile, di stroncarlo rispetto alle due squinzie di cui sopra. Riporto l’episodietto, anzi i due, per dire come Plaire, aimer et courir vite (Piacere, amare e correre veloce), non abbia folgorato i giornalisti di vario colore (mi riferisco al colore del badge), surtout les italiens che hanno perlopiù storto il naso e inarcato il sopracciglio. Mentre il tono delle review francesi e angloamericane risulta più caldo o almeno tiepido. Bisogna riconoscere che un po’ il film si fa del male da solo e fa poco per farsi volere bene, dilatandosi irragionevolmente oltre le due ore, moltiplicando i finali e fornendo così un fin troppo facile assist ai suoi hater. Ma al netto di questi più che sopportabili limiti, resta un film grande e di grandi ambizioni realizzate, il migliore del concorso a oggi, meritevole di Palma (che non gli daranno: troppo divisivo). Opera di un autore che, muovendosi da sempre nei territori di un cinema dal peso apparentemente leggero fatto di meravigliosi dialoghi e molte musiche pop, è sempre stato dalle nostre parti malcompreso e considerato un minore. C’è, credo, una sorta di incompatibilità tra Christophe Honoré e il pensiero del critico medio italiano, cresciuto a prediche ideologiche e neorealismi e cinema politico e civile anche quando in forma di commedia. Un piccolo, terso capolavoro come Les belles chansons fu liquidato come una sciocchezza, e a Venezia a vederci qualche anno fa il suo incantevole Metamorfosi, un Ovidio spostato nella Francia d’oggi più mediterranea e memore dei miti antichi, saremo stati sì e no in dieci. Stavolta invece va a raccontare un passato tosto e non così lontano, la stagione francese dell’Aids, quando la gente moriva e ancora non si erano scoperte le terapie antiretrovirali, e la racconta con la precisione di chi l’ha attraversata e se la ricorda bene e ricorda amici che se ne sono andati. Certo, come 12o battti al minuto. Ma se là Robin Campillo rievocava la militanza di Act Up, qui si ricostruisce, in un film squisitamente impolitico, un reseau di amicizi e amori assai mobili, una ronde apparentemente fatua e svagata di piaceri voluti e rubati, di incontri casuali e di sesso e sessi come allora si diceva occasionali e promiscui. Fino a che l’irruzione della malattia e della morte in forma di Aids, anzi Sida (i francesi hanno francesizzato anche quello), cambierà tutto. Ci si prende e ci si lascia e ci si riprende, amandosi e tradendosi, e tradendosi pur amandosi, e ballando e cantando, anche in scene camp di massima frociaggine, di quelle che tanto spiacciono agli eterosessuali e ai gay signorili e bon ton. Sono due i caratteri intorno a cui si intrecciano i giochi del desiderio e del caso. Jacques, parigino, è uno scrittore quasi quarantenne che abita con l’assennato figliolo avuto da una compagna qualche anno prima. Figlio che sa del padre, della sua omosessualità e delle sue amicizie e amori passati e presenti. Fitti gli scambi tra Jacques e il vicino del piano di sopra Mathieu, gay cinquantenne cinico e tagliente, ma sempre presente quando c’è bisogno di lui. A Rennes, Bretagna, per una messinscena di un suo testo teatrale, Jacques incontra (in un cinema dove si dà Lezioni di piano di Jane Campion: è il 1990) un ventiduenne di nome Arthur. Fidanzato a una ragazza ma attratto dagli uomini. Il bretone e il parigino. Il primo si innamora del secondo, non il secondo del primo. Il secondo, Jacques, con Arthur fa l’amore, ma resta inamorato di un ragazzo che l’ha lasciato ma che continua a fargli visita. La scena gay è ancora quella del battuage per strada, sul lungosenna, nei cinema, nei cessi pubblici, nei luoghi bui della città. Baci e scopate rubati all’aperto, nei parchi. Un mondo oggi scomparso, preistorico, acheologico, travolto non tanto e non solo dall’Aids ma dalla mutazione antropologica che ha ridisegnato l’omosesualità, diventata bandiera dei diritti e normalizzata e perbenizzata in forma matrimonial-familiare. Sicché Plaire, aimer et courir vite si configura anche come una sorta di scavo archeologico, di indagine storica su un passato sepolto. Intanto Marco, un ex amore di Jacques, torna da lui malato di Aids, in fase terminale, ed è a quel punto che il film, da ronde dei piaceri  si fa pesante e scurissimo. Sono infiniti i personaggi, tra maggiori e minori, che affollano questa fluviale narrazione che vuole rievocare un’epoca e la sua fine. La straordinarietà dell’operazione non sta però nella precisione storica, ma nel tono adottato da Christophe Honoré. Che miracolosamente riesce ad affrontare anche i momenti più cupi con la grazia infinita e la leggerezza profonda dei suoi musical. L’amore, il desiderio, le follie ai tempi dell’Aids raccontati però con la grazia di Jacques Démy e Eric Rohmer. Arabeschi verbali squisiti, con dialoghi assai scritti (come diceva la critica imglese, ma per me non è mica un peccato) e rifiniti che mostrano senza paura la propria ascendenza letteraria. Questo non è cinema del reale, visione del reale, ma cinema immaginato, che risogna la realtà e la riproduce nell’artificio, volutamente e splendidamente. Le parole scintillano e non si confondono mai con il brusio informe del parlare quotidiano, si pensi solo alla classificazione dei maschi biondi stilata da Jacques ricorrendo a citazioni di Whitman, Isherwood e Auden: una scena da applauso. Mentre Honoré manovra la macchina da presa con l’eleganza di un Vincente Minnelli, riprendendo gli amori e amorazzi e gli abbracci e le scopate tra uomini sui lungosenna come Minnelli le danze di Leslie Caron e Gene Kelly. Quale sia la statura di Piacere, amare e correre veloci la si vede nella lunga parte in cui il bretone Arthur (un formidabile Vincent Lacoste), arrivato a Parigi per stare finalmente qualche giorno con l’amato Jacques), apprende di come lo scrittore sia malato. Non scapperà, starà accanto a lui senza mai metterla giù dura, e cantando e ballando e facendo frocerie quando necessario. Perché bisogna saper volteggiare anche sulla tragedia. Ed è a lui che, immagino, Honoré affida il senso del film allorquando gli fa prounciare un lungo elogio del libertinaggio gay come pura esperienza desiderante. Film che sta a due passi dal capolavoro, scansando tra i molti rischi anche quello, forse il peggiore, della retorica dell’omosessuale santo e martire. Peccato per quei venti minuti di troppo, e per quei finali che si sovrappongono e continuano senza mai finire, come se Honoré esitasse a staccarsi dalla sua storia e dal suo protagonista Jacques. L’ultima parte si fa dark e molto melodrammatica, con tanto di sospiri e cerimonie degli addii cadenzate dalla musica barocc, un classico dei mélo omosessuali. Si omaggia, con citazioni e visita del provinciale Arthur sulla tomba, il drammaturgo Bernard-Marie Koltès (già, proprio quello del monologo di Pierfrancesco Favino a Sanremo), morto per Aids. L’altro tributo è al nostro Pier Vittorio Tondelli: si chiama Jacques Tondelli, anzi Tondellì, il protagonista, come lui di mestiere scrittore, come luimalato di Aids. Battuta memorabile pronunciata da Marco, l’amico non risanato: “Ormai sono anche troppo vecchio per morire giovane”. Alla fine scarni e pigri applausi di cortesia. Facce annoiate, soprattutto italiane. Honoré non è regista per noi.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

6 risposte a Cannes 2018. Recensione: PLAIRE, AIMER ET COURIR VITE, un film di Christophe Honoré. A due passi dal capolavoro (eppure non molto amato)

  1. Ugo Malasoma scrive:

    Francamente faccio fatica a capire perché senta il bisogno di far sempre raffronti con l’altra critica italiana. Lei spiega perché questo film è “a due passi” dal capolavoro così come altri ne giustificano il giudizio non entusiasmante. Punto!
    Le frasi citate possono essere anche memorabili per Lei, per altri cariche di enfasi e di una retorica tutta intellettuale che si sono sentite e risentite proprio nei films che vogliono provare a camminare ” a due passi” dal capolavoro. Non necessariamente chi non ha capito il film o le frasi è da denigrare o da compatire…..

  2. Pingback: Cannes 2018. LA MIA CLASSIFICA del concorso (a martedì 15 maggio) | Nuovo Cinema Locatelli

  3. Pingback: Cannes 2018. LA MIA CLASSIFICA FINALE del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

  4. Pingback: I 12 migliori film di Cannes 2018 (dei 40 che ho visto) | Nuovo Cinema Locatelli

  5. Pingback: (al cinema) Recensione: IPPOCRATE, un film di Thomas Litli. Ottimo medical drama alla francese | Nuovo Cinema Locatelli

  6. Giancarlo scrive:

    bellissima recensione. Complimenti!

Rispondi