Cannes 2018. Recensione: COLD WAR, un film di Pawel Pawlikowski. Una storia d’amore che è storia dell’Europa divisa

Cold War (Zimna Wojna), un film di Pawel Pawlikowski. Con Joanna Kulig e Tomasz Kot. Compétition.
Rischiava di rimanere schiacciato dall’enorme successo di Ida. Invece il polacco-inglese Pawlikowski si conferma autore di prima fascia con questo davvero bello e importante Cold War, che ha messo d’accordo tutti ed è tra i più seri candidati alla Palma. Una semplice storia d’amore complicata dalla cortina di ferro che in quegli anni (siamo tra i Cinquanta e i Sessanta) spaccava l’Europa, raccontata con mirabile sobrietà e economia espressiva. Voto 7
A oggi (domenica 13) uno dei favoriti alla Palma. Un film che ha raccolto consensi tra tutte le frange di pubblico e critica, il meno divisivo, il più trasversale. Il classico titolo su cui le giurie dopo defatiganti confronti senza vincitore fanno convergere i propri voti. Come quelle elezioni a camere unite del presidente della repubblica che si risolvono solo quando tutte le fazioni politiche, abbandonando i propri candidati di parte, puntano compatte su un nome al di sopra della mischia. Cold War è il perfetto film da festival e da palma. C’era il rischio che il suo regista Pawel Pawlikowski, polacco di radici ma londinese d’adozione e di mestiere, dopo il successo globale di Ida – Oscar come migliore film straniero e platee di professoresse democratiche in deliquio sedotte dal suo bianco e nero così smaccatamente autoriale – si perdesse, non si confermasse, restasse insomma negli annali del cinema come l’autore di un solo film. Ida poteva inchiodarlo per sempre a sé, e invece lui con Cold War ha dimostrato di saper uscire con intelligenza e sagacia da quell’ingombrante trionfo. Questo Guerra fredda ripropone alcuni elementi che son stati alla base del successo del film precedente. Il bianco e nero, innanzitutto, un bianco e nero bello e drammatico che tanto richiama i grandi titoli del cinema polacco e mitteleuropeo degli anni Cinquanta-Sessanta (Cenere e diamanti, per dire, ma anche il cecoslovacco Il negozio al corso, ma anche, perché no?, il britannico ma mitteleuropeo per collocazione Il terzo uomo che forse di questo Pawlikowski è il segreto riferimento). E, secondo elemento in comune con Ida, la Polonia del dopo WWII, sovietizzata ma ancorata nel profondo alla sua anima eterna di paese contadino, religioso, indomabile, resistente a ogni occupazione. Il titolo Cold War stavolta non rimanda a una spy story alla John Le Carré, non racconta di agenti dalla doppia e tripla identità impegnati a carpire e trasmettere segreti di stato, ma una semplice storia d’amore. Semplice e complicata dalla cortina di ferro che allora tagliava in due l’Europa. Siamo nella Polonia neocomunistizzata, le direttive del partito impongono che si valorizzi il patrimonio cultural-proletario, dunque via anche al recupero delle musiche e dei canti popolari. Il musicista Wiktor è incaricato di formare un coro ed è selezionando le voci, provinando, che si imbatte nella bionda Zula. Non gli ci vuole molto per riconoscerne il talento e arruolarla nel coro. Che mieterà trionfi in patria e nelle varie tournée nei paesi sovietizzati. Tra i due è attrazione letteralmente fatale, visto che segnerà futuro e destino di entrambi. Wiktor scapperà, andrà a Parigi, e Zula lo seguirà. Lui compositore, arrangiatore, musicista nelle caves in cui si forgia la cultura degli chansonnier e si mutua francesizzandolo lo swing americano, lei cantante, sempre più duttile e sofisticata. Della contadina che era non è rimasto niente. Ma Zula non resisterà all’esilio, tornerà in Polonia lasciando Wiktor. E qui mi fermo. Ci saranno altri sviluppi, incontri, svolte. Fino a un finale che è una scudisciata. A rendere davvero notevole questo film (ispirato a una vera storia) è la partecipazione distanziata e pudica del suo autore, in un rispetto per i personaggi che non degenera mai in sentimentalismo e lenocinio. Cold War non è una fabbrica delle lacrime, non è ricattatorio, mai. Una sobrietà ammirevole e rara in una materia tanto scivolosa, che è di regia e sceneggiatura. Storytelling ellittico, ha sentenziato una signora inglese di non so quale medium mentre eravamo in una comune fila l’altro giorno. Meglio non si potrebbe dire. Pawlikowski, in un’operazione di esemplare economia espressiva, elimina ogni traccia di superfluo, salta ogni raccordo, va dritto agli eventi lasciando che sia lo spettatore a colmaregli spazi vuoti e il non detto. Riuscendo anche a trasformare la storia dei suoi Wiktor e Zula in una storia breve dell’Europa divisa tra Est e Ovest. E quanto riesce a dirci senza darlo troppo a vedere, come con quel viaggio in Jugoslavia ad esempio. Si resta ammirati anche da come Cold War compone attraverso le musiche via via differenti (i canti popolari polacchi, la chansons, il pop est-europeo ecc.) a restituire l’evoluzione dei gusti, dei modi, delle mode, dei piccoli consumi e stili di riferimento delle masse. Socialiste e non. C’è sempre una vena pop in Palinowski dietro alla sua austerità alto-autoriale, lo si intuiva in Ida, lo si vede più nettamente qui, quando fa sentire in sottofondo 24mila baci di Adiano Celentano. Meravigliosi i canti e balli polacchi in costumi contadini della prima parte. Se c’è un limite in questo film perfetto, è la sua perfezione. Qualche segno sporco in più, qualche smagliatura gli avrebbe tolto quell’aria da impeccabile – e un filo antipatico – prodotto per cineclub. Joanna Kulig è una rivelazione e potrebbe vincere come migliore attrice.

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