Cannes 2018. Recensione: UN AFFARE DI FAMIGLIA (Manbiki Kazoku) di Kore-eda Hirozaku. Ritratto di Giappone sottoproletario con famiglia

Manbiki Kazoku (The Shoplifters – Un affaire de famille – Un affare di famiglia), un film di Kore-eda Hirozaku. Con Franky Lili, Matsuoka Mayu, Jyo Kairi. Compétition.
Cos’è una famiglia? Chi sono i veri genitori, quelli che procreano o quelli che i figli li allevano e li proteggono dal mondo là fuori? E quanto contano i legami di sangue? Questioni più che mai cruciali, già affrontate dal giapponese Kore-eda in Father and Son. E qui rimesse in scena in un film casto e pulito, dallo sguardo trasparante, dalla forma narrativa quasi geometrica. Il suo film assoluto, la summa di tutti i suoi precedenti. Voto 8
Dopo la molto interessante deviazione veneziana lo scorso settembre verso il legal thiller e il procedural con The Third Murder, Kore-eda torna con questo film alle cronache di famiglie sconnesse e sghembe (mai dire disfunzionali, una di quelle parolacce che andrebbero abolite per legge) che sono il suo marchio di riconoscimento. E però non tiriamo fuori per favore il cliché eternamente ripetuto nei troppo veloci resoconti dai festival di Kore-eda quale erede legittimo di Ozu, perché certi paragoni possono nuocere gravemente e le analogie – la predilezione di entrambi per i ritratti di Giappone in uno o più interni – sono fragili e tutte esteriori. Cronache e lessici familiari, allora. Anzi, questa è la summa di tutti i precedenti di Kore-eda, quasi un film definitivo e assoluto sui suoi temi prediletti. E che Giappone diverso quello che vediamo stavolta, non certo quello cerimoniale, sublimato in forme austere e perfette chiamato da Barthes L’impero dei segni, non il Giappone dell’eleganza diffusa come un dato antropologico comune e collettivo, e invece un paese che di quello sembra l’ombra, il sottosuolo, la parte disordinata e informe. Case che son miserabili, caotiche, cadenti, di brutti arredi di pessimo gusto, collocate in poveri e lerci suburbi metropolitani, abitate da un lumpenproletariat che esiste e persiste anche in uno dei paesi più affluenti e a più alto controllo sociale del mondo. È in uno squallido ma a modo suo accogliente tugurio, pochi metri quadri, che abitano affastellati gli Shibata, padre, madre, nonna, una figlia adolescente, un bambino, e una bambina della casa accanto vessata dalla madre e picchiata dal padre accolta dal clan Shibata come propria. Che non sia la media famiglia nipponica lo si vede subito, con i due maschi – l’adulto e il bambino – impegnati a rubare, complici, in supermercati e negozi con sperimentate tecniche (e difatti Shoplifters è il titolo inglese). Ma sono tutti i membri del clan a essere quotidianamente impegnati in una lotta per la sopravvivenza tra legalità e molte ilegalità. Come la figlia maggiore, studentessa e insieme prostituta a metà in un peep show. Perfino la nonna, la matriarca, arrotonda la sua pensione, cui peraltro tutti gli altri attingono, con altre entrate non propriamente nobili. Eppure gli Shibata una loro piccola felicità insieme l’hanno costruita e raggiunta, come quelle famiglie anche italiane perseguitate dall’assistentato sociale che le vorrebbe raddrizzare e però in miracoloso equilibrio tra devianza e coesione affettiva interna. Poi Kore-eda, con una svolta clamorosa, ribalta il film e rivela quello che avevamo intuito ma cui non osavamo credere, che il clan Shibata non è costruito sui legami di sangue ma su legami fondati sull’interesse economico, sull’inganno, la manipolazione. Eppure, come disse una volta a proposito di altre questioni l’attuale pontefice (santificato da Wim Wenders nel suo Un uomo di parola presentato qualche giorno fa qui a Cannes fuori concorso), chi siamo noi per giudicare? Per giudicare, intendo, una faniglia che cresce sì come ladri i suoi virgulti però garantendo loro una protezione dagli orrori del mondo là fuori? Si resta avvinti a questo mirabile racconto che, con precisione geometrica e massima sobrietà e pulizia di stile, pone l’eterna ma sempre cruciale questione: chi sono i veri genitori, quelli che i figli li generano e producono o quelli che li crescono? E quanto contano i legami di sangue, quanto si può eludere il dato biologico? Kore-eda aveva già affrontato la questione in Like Father, Like Son lanciato qui a Cannes, e che ebbe anche un premio dalla giuria presieduta da Steven Spielberg: neonati scambiati nella culla e allevati dunque nella famiglia sbagliata. Ma davvero sbagliata? Come allora, anche adesso il regista non offre risposte, pone solo domande. E le ultime scene, così pudicamente strazianti e nipponicamente misurate, non fanno che porci domande e altre ancora. Un film semplice e terso, che è puro Kore-eda e ne conferma la statura di maestro. Gli manca solo un premio importante, e stiamo a vedere se arriverà.

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