Il film imperdibile stasera in tv: ZERO DARK THIRTY di Kathryn Bigelow (lun. 4 giugno 2018, tv in chiaro)

Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow, Iris, ore 23,29.movies-1-700x466 Lunedì 4 giugno 2018.
Zero Dark Thirty
, regia di Kathryn Bigelow, sceneggiatura di Mark Boal. Con Jessica Chastain, Joel Edgerton, Edgar Ramirez, Mark Strong, Fares Fares.
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Come in The Hurt Locker, meglio che in The Hurt Locker: Kathryn Bigelow e il suo sceneggiatore Mark Boal firmano il miglior film possibile sulla caccia decennale a Bin Laden. Non ci sono fanfare e neppure eroismi, solo un team Cia al lavoro tra mille difficoltà e ostacoli: protagonista, una donna che intuisce qual à la pista giusta e lotta perché le credano. Un film secco, spoglio, realista, essenziale, tesissimo, che non tace gli aspetti più luridi come la tortura. Un finale che lascia aperto qualche interrogativo. Una grandissima Jessica Chastain. Voto 8 e mezzomovies-3
Controverso. Polemiche extrafilmiche lo hanno accompagnato all’uscita americana, et pour cause, visto il tema sensibile che tratta, la caccia decennale da parte della Cia a Osama Bin Laden dopo l’11 settembre. Caccia che si è conclusa l’11 maggio 2011 con l’assalto di un commando delle Navy Seals, le forze speciali americane, alla casa-fortino di Abbottabad, Pakistan, e con la cattura e l’uccisione del capo fondatore di Al Qaeda. Già prima che Zero Dark Thirty – mezz’ora dopo mezzanotte, ma nel gergo militare sta per la parte più profonda e buia della notte – uscisse, negli Usa era stata una gragnuola di accuse. Accuse a Obama per aver aperto gli archivi agli autori. Accuse alla distribuzione (che voleva mandare nei cinema ZDT a fine ottobre 2012 in piena campagna elettorale) di propaganda pro-presidente, tant’è che poi l’uscita è slittata a poco prima di Natale, oltretutto limitata a poche sale nelle maggiori città. Niente a confronto di quello che sarebbe successo a uscita finalmente avvenuta, quando tre senatori – un repubblicano, l’ex candidato presidenziale John McCain, e due democratici – hanno mandato alla Sony, produttrice del film, una lettera lamentandosi del fatto che ZDT mostrasse come grazie alla tortura si fossero strappate informazioni fondamentali per la cattura di Bin Laden. Mica vero, dicono i tre senatori, il waterboarding e le altre pratiche di “interrogazione intensificata” (ricostruite meticolosamente dalla Bigelow) non solo non sono servite a nulla, ma hanno prodotto informazioni sbagliate e distorsioni nelle indagini, senza contare che il film fornisce degli Stati Uniti l’immagine di paese torturatore esponendolo alle critiche di tutto il mondo e soprattutto all’incazzatura pericolosa dei paesi islamici. Critiche pesanti, altroché.
Non mi pare il caso di entrare nella polemica. Mi limito a dire, dopo aver visto Zero Dark Thirty, che sì, le sequenze di waterborading e varie terribili umiliazioni, compresa quella di trattare i prigionieri come cani mettendogli un collare e trascinandoli con un guinzaglio, ci sono eccome. Che nel flusso di informazioni vere, quasi vere, false, ambigue, depistanti che ne vengono fuori è solo Maya, l’agente Cia protagonista di Zero Dark Thirty, a scorgere il filo che poi davvero condurrà al messaggero personale di Bin Laden e all’identificazione del rifugio del ricercato. Il film non prende posizione, mostra piuttosto ciò che è accaduto, e il waterboarding è accaduto. Semmai è il caso di osservare come Maya, pur non condividendo quelle pratiche e disprezzando il collega torturatore, non ne prenda esplicitamente le distanze e accetti, pur se obtorto collo, la pratica come inevitabile e ineliminabile: un’ambiguità che è tra gli aspetti più inquietanti, ma anche più interessanti, del film.
A colpire, in questo formidabile lavoro della Bigelow e del suo sceneggiatore Mark Boal (i due fanno coppia anche nella vita, e lui, curiosità gossippara, ha 22 anni meno di lei), è il tono non celebrativo, mai smargiasso e trionfalistico, benché si ricostruisca un’operazione di successo. Qui non si sventolano bandiere, non si celebra la morte del super ricercato come una grande vittoria del Bene sul Male, siamo lontani da certi pompierismi patriottici di tradizionale marca hollywoodiano. In ZDT non ci sono eroi, solo un squadra Cia al lavoro variamente motivata e percorsa anche da incomprensioni, lacerazioni, conflitti interni, gente che si impegna per la missione cui è preposta, ed è tutto (ed è molto). Si lavora in ufficetti qualunque, i mezzi a disposizione son tanti, ma non così stellari come si immagina e non così massicci come sarebbe necessario e auspicabile vista la posta in gioco, le pastoie burocratiche sono spossanti, la squadra investigatrice in fondo non così numerosa e nemmeno così sostenuta dalle alte sfere. Le ricerche proseguono per anni e anni, anche tra molte frustrazioni per mancanza di risultati immediati e tangibili. Siamo lontani dalle cellule Cia diabolicamente, sovrumanamente efficienti e infallibili di film come Bourne o Mission: Impossible, qui tutto è infinitamente più quotidiano, anche povero, polveroso, dimesso. Umano, molto umano. Eppure mai, nelle due ore e mezzo del film, ci si annoia. Nonostante l’apporccio così disadorno e scabro la tensione è altissima perché, come ha scritto un critico americano, Bigelow ha il dono che è di pochi registi (tra cui Hitchcock) di tenerci avvinti anche quando apparentemente non succede niente. Protagonista è Maya, una giovane donna di cui poco sappiamo, ma che vediamo essere la più cocciuta, di sicuro la più intuitiva della squadra (una Jessica Chastain in un’iterpretazione tutta trattenuta, come implosa, rabbia e nervi tenuti rigidamente sotto controllo: una performance strabiliante, e vediamo se le daranno l’Oscar), che riesce a intuire nel ginepraio di informazioni che si accumulano e si confondono qual è la strada per arrivare a Bin Laden, e pur con molta fatica ce la fa a convincere della sua tesi anche chi sta in alto (in una scena vediamo l’ex direttore Cia Leon Panetta, interpretato dal sempre più massiccio James Gandolfini). Vediamo Maya operare in Pakistan, mettere in piedi la rete che porterà all’individuazione del corriere di Bin Laden, ed è una delle parti più belle e tese e appassionanti (e a un certo punto si vede, tra i cacciatori, anche Edgar Ramirez, il memorabile Carlos di Assayas). Poi, una volta individuata la famosa palazzina, toccherà ai Navy Seal raggiungere in elicottero il bersaglio e dare l’assalto, e quest’ultima parte – notturna, sporca, esotica e insieme oscura e minacciosa – è grande cinema davvero, action e thriller in parti uguali con frammenti a tratti abbacinanti, visionari, quasi surreali e metafisici. Con qualcosa che ricorda il bellissimo Black Hawk Down di Ridley Scott (anche qui un elicottero cade, senza però compromettere la missione). Alcuni passaggi dell’assalto sono confusi, Bin Laden non ci viene mai mostrato chiaramante, neppure dopo morto, forse per evitare possibili polemiche e discussioni su quanto sia davvero successo. Nulla ci viene detto e mostrato di come, stando alla versione ufficiale, il corpo è stato successivamente disperso in mare. Restano parecchie domande sospese, cui non si è voluto o potuto dare risposta. Kathryn Bigelow e Mark Boal riescono lo stesso magnificamente nell’impresa, puntando soprattutto sulla fatica di quel che è stata la lunga caccia al leader di Al Qaeda, anche il pericolo, la precarietà, la possibilità in certi momenti dello scacco e della sconfitta. La scena dell’attacco kamikaze alla base pakistana in cui il team è rinserrato è tra le più potenti, e ricorda le sequenze più tese e dure del precedente lavoro del duo Bigelow-Boal, quel magnifico The Hurt Locker sulla guerra asimmetrica in Iraq che si è portato via un bel po’ di Oscar tre anni fa. Lo spaesamento e lo smarrimento degli americani che si ritrovano a operare in un mondo ostile e così lontano dai loro valori e dalle loro visioni sono restituiti quasi fisicamente. Quelle palme, quei paesaggi desertici e polverosi, quei suk tentacolari e labirintici senza niente di esotico e seduttivo, sono un paesaggio che sembra la proiezione, la materializzazioni delle paure dell’Occidente. Ho l’impressione che Mark Boal sia stato decisivo nell’imprimere una svolta al cinema della Bigelow, che con lui ha realizzato i suoi due film migliori. La regista meno femminile e più virile del cinema americano mantiene anche in Zero Dark Thirty intatto il suo tocco muscolare, e bastino le scene dell’assalto ad Abbottabad a dimostrarlo. Ma aggiunge un realismo, a trati un iper realismo, che non erano così evidenti nei suoi lavori precedenti. Il doversi misurare con la storia nel suo farsi, nei suoi retroscena luridi e cattivi, l’ha condotta a un cinema più spoglio, più rigoroso e insieme meno esteriore, di maggiore tensione e propulsione interna. Film in cui c’è, come c’è sempre stato in lei, lo spettacolo della violenza e la violenza come spettacolo, ma senza eccessi e orpelli, senza estetizzazioni, senza messinscene compiaciute e barocche. Come e più di sempre Bigelow se ne frega di ogni psicologismo e varie mollezze da femminucce, la sua protagonista Maya è una donna anche incazzata e anche tormentata (si pensi solo alla durezza con cui risponde a Panetta nella riunione a Washington), ma non la vediamo mai cedere e lamentarsi, mai lasciarsi andare a spiegazioni o giustificazioni del suo malessere. Una vera donna, come un vero soldato, non piange mai, si rimbocca le maniche e lotta e lavora e si dà da fare. Così fa Maya lungo tutto il film, fino alla vittoria finale che è anche la sua vittoria personale (che accoglie senza iattanza). Così fa Kathryn Bigelow dietro la macchina da presa.

Jessica Chastain plays a member of the elite team of spies and military operatives who secretly devoted themselves to finding Osama Bin Laden in Columbia Pictures’ electrifying new thriller directed by Kathryn Bigelow, ZERO DARK THIRTY.

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