Film stasera in tv: DOVE ERAVAMO RIMASTI di Jonathan Demme (mart. 26 giugno 2018, tv in chiaro)

Dove eravamo rimasti (Ricki and The Flash) di Jonathan Demme, Rai Movie, ore 21,10. Martedì 26 giugno 2018.
Recensione scritta dopo la proiezione del film al festival di Locarno 2015.

Meryl Streep nel film con la figlia Mamie Gummer

Meryl Streep nel film con la figlia Mamie Gummer

Dove eravamo rimasti (Ricki and the Flash), di Jonathan Demme. Con Meryl Streep, Kevin Kline, Mamie Gummer, Audra MacDonald, Rick Springfield.
get-8Diciamolo, ci si aspettava di più da questo film che vede il ritorno del glorioso Jonathan Demme e una Meryl Streep a sorpresa quale matura rocker. Storia di famiglia con parecchi rinfacci e rimbrotti. Solo che la sceneggiatrice Diablo Cody, altrove impietosa e implacabile (vedi il tosto Young Adult), stavolta annacqua il suo tasso corrosivo. E Meryl Streep è terribilmente miscast. Voto tra il 5 e il 6get-6Delusione. Ci si aspettava molto da questo nuovo Jonathan Demme (sì, l’onorato regista di Il silenzio degli innocenti, Philadelphia e Rachel sta per sposarsi), scelto per aprire con una certa pompa – ammesso che di pompa si possa parlare a proposito di questo rigoroso festival – Locarno 68, con prima internazionale in Piazza Grande (Ricki and the Flash esce in America venerdì 7 agosto, in Italia il 10 settembre con il titolo abbastanza balordo Dove eravamo rimasti). Dicevo: ci si aspettava molto, anche per via di quel genio di Diablo Cody alla sceneggiatura. Cui bisogna aggiungere la big surprise di Meryl Streep quale matura rocker mai assurta ai successi massimi che però per l’arte ha mollato la famiglia, marito, figlia e due figli maschi (Cody dice di essersi ispirata alla suocera, suonatrice in una band). Streep alle prese con il rock, per quanto molto poppizzato? Difatti si fa fatica a crederlo, e a crederle, e quel satanasso d’attrice che pure ci ha fatto trangugiare nel corso della sua carriera i caratteri più incredibili stavolta non ce la fa a convincerci. Nonostante che, come sappiamo e abbiamo sentito in Mamma mia!, nel lontano Radio America di Altman e nel recente musical Disney Into the Woods, sia una delle poche attrici a saper cantare benissimo. Anche qui se la cava alle prese con Tom Petty e Bruce Springsteen, il guaio è che non riusciamo a dimenticare i molti suoi ruoli boghesi e sciurettistici e il suo status di first lady di Hollywood, e non ce la vediamo proprio come rocksinger venuta fuori dalle viscere dell’America profonda, blue collar, working class e white trash, quella che stenta a campare ma vota repubblicano perché crede nei valori patriottici e detesta Obama. Un clamoroso miscasting che finisce con l’impiombare il film. Non bastasse la Meryl fuori posto, c’è anche che lo script di Diablo Cody non è all’altezza del suo precedente, quel capolavoro di disincanto che era Young Adult (il film più sottosimato degli ultimi anni, con una Charlize Theron da urlo che nemmeno ha ottenuto la nomination agli Oscar). Diablo stavolta addolcisce parecchio il suo acido, annacquando nei buoni e finti sentimento il pur molto di tosto e impietoso che immette qua e là. L’aspirante rockstar Ricki che mai tale è diventata e che ha lasciato tutto dietro di sé, marito e tre-figli-tre senza neanche diventare famosa e finendo a intrattenere con le sue cover e con il suo grupo (The Flash, per l’appunto) un pugno di simpatici beoni in una bettola californiana, vien richiamata dall’ex consorte a fare un salto da lui. È che la figlia maggiore è stata mollata dal marito e da allora è uscita di testa, e chissà mai che un incontro con mamma non le faccia bene. Sicché la nostra fa il suo comeback – luogo narrativo obbligatorio di ogni copione di Diablo Cody – e se la dovrà vedere, oltre che con marito e figlia maggiore, pure con i due rampoli maschi. Uno con fidanzata molto ammodo, l’altro, provate a indovinare, gay e in via di accasamento. Ce l’hanno tutti con mammina abbandonante, ovvio, tant’è che all’imminente matrimonio del maschio etero manco la vogliono invitare. Invece la inviteranno, come no. Diablo Cody dà il meglio quando si tratta di rovesciare i cliché e gli asfissianti correttismi politici. Non temendo, per dire, di fare della seconda moglie afroamericana dell’ex di Ricki il personaggio più odioso del film, e del figlio gay uno spitinfio che ti vorrebbe voglia di prendere a schiaffi (amabile invece il suo boy, che trova giustamente simpaticissima la smandrapata quasi-suocera). Purtroppo tutto finisce a tarallucci e vino californiano, in una festona che ogni cosa accomoda e appiana ed è in insulto al buonsenso dello spettatore. Funziona narrativamente l’opposizione tra la grettezza e i moralismi della piccolo-media borghesia di provincia americana e la selvaggeria di quel che resta della working class bianca. E in una famigliona con seconde mogli che accolgono a braccia aperte (o fingono di farlo) le prime, con coppie gay più che accettate e metabolizzate, a trionfare alla fin fine è però la mamma-mamma. Quella biologica. Quella che c’ha il legame di sangue con i frutti del ventre suo. Ricky/Meryl Streep stravince nonostante la sua marginalità sociale semplicemente perché è stata lei a mettere al mondo quei tre figli. Punto. Alla faccia di ogni gender culture e quant’altro. Attenti al cast. Oltre a un perfetto Kevin Kline quale marito, occhio alla vera figlia di Meryl Streep che di nome fa Mamie Gummer, faccia strana non proprio Hollywood-compatibile che ricorda quella di mamma, e che è bravissima. La rivelazione è lei. Naturalmente nella parte della figlia di Ricky/Meryl.

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