Recensione: MARY E IL FIORE DELLA STREGA, un film di Hiromasa Yonebayashi. Discreto ma non travolgente anime che guarda a Harry Potter

Mary e il fiore della strega, un film di Hiromasa Yonebayashi. Un anime dello Sudio Ponoc. Giappone.
Una ragazzina viene trasportata da una scopa magica (e da un fiore dagli strani poteri) in una surreale città dove potrà frequentare un’accademia della magia. Ricorda Harry Potter questo anime assai piacione realizzato da un ex dello Studio Ghibli. Prodotto discreto, ma siamo lontano dai sommi Miyazaki e Takahata. Un racconto di formazione a uso delle piccole fan di Brave e Frozen. Voto 6+
Viene dallo studio Ghibli, Hiromasa Yonebayashi: vent’anni passati a lavorare di animazione con i sommi Hayao Miyazaki e il recentemente scomparso Isao Takahata (ho visto giusto qualche giorno il suo La tomba delle lucciole e ancora non ce la faccio a togliermelo dalla testa, uno dei più audaci cartoni di sempre per come racconta la guerra dal punto di vista di chi non ha colpa). Ma conviene dirlo subito. Benché assai godibile e con alcuni tratti stordenti per invenzioni visive, questo Mary e il fiore della strega di Yonebayashi non è all’altezza dei capolavori dei suoi due maestri, anzi ne resta partecchio lontano. Diciamo un ottimo prodotto medio ch espunge da sé gli elementi narrativi potenzialmente più inquietanti per presentarsi allo spettatore infante e ragazzino (e ai padri e alle madri che lo accompagnano al cinema) assai rassicurante, di pronto consumo e digestione, anche per vie delle molte similutidini di plot con la saga harry-potteriana. Con l’astuzia ulteriore di mettere al centro una ragazzina, come certi cartoni Disney degli anni Duemila tipo Brave e relativo racconto di formazione tra realtà e surrealtà, onde conquistare almeno una fetta dell’immenso pubblico di Frozen. Ecco, dietro a Mary e il fiore della strega si intravedono un po’ troppo calcoli di marketing del tutto legittimi, ci mancerebbe, ma che in Miyazaki o Takahata mai e poi mai.
Yonebayashi va a riprendere un non celeberrimo romanzo inglese dei primi Settanta del ‘900 per ragazzine assertive, intraprenedenti e un po’ maschiacce, già in vena di emancipazionismi e ribellismi, La piccola strega di Mary Stewart, e lo trasporta in una Gran Bretagna country così come la vedono i giapponesi (ci sarebbero da scrivere tomi sull’Europa vista dallo Studio Ghibli, un’Eropa sognata da lontano come il luogo della Bellezza e, talvolta, della Storia): per raccontare della suppergiù dodicenne Mary che dentro haa la scintilla della magia anche se non lo sa, o se preferite della stregoneria (buona, bianca, per carità: siamo in un cartone dopotutto), quasi un breviario femminista per fanciulle nell’età di passaggio al suono dello storico grido di guerra delle donne Seventies “tremate tremate le streghe son tornate”. E però qui di quel grido c’è solo la pallida eco, tutto è edulcorato e apparecchiato a uso delle platee globali di oggi che non tengono pensieri e non ne vogliono. Guidata da una scopa magica che ha trovato per caso (o è la scopa che forse ha trovato lei), e grazie ai poteri di un uno strano fiore radioattivo, Mary si ritrova catapultata in un Altrove, in una città della magia con tanto di università per ragazzi dotati di erergie ultraumane (ah, Harry Potter!). Ma non tutto sarà così carino come le appare al suo atterraggio su scopa, anzi emergerà man mano una torva realtà di dominazione e abusi, un lager di rapiti sottoposti a terribili mutazioni e incroci genetici. E lo spettro degli esperimenti del dottor Mengele si affaccia per un attimo nel film, per esserne subito espunto poiché non si devono turbare né i pargoli spettatori né genitori accompagnanti. Le invenzioni grafiche sono notevoli, almeno quando si tratta di dare corpo e visione alla città delle stregonerie, ma più spesso adagiate su una medietà in linea con l’assenza di ogni asperità dei contenuti. Discreto film, niente di più, e per favore non tiriamo in ballo Miyzaki che sarebbe blasfemia.

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