(al cinema) Recensione: KEDI – LA CITTÀ DEI GATTI, un docufilm di Ceyda Torun. Essere gatti a Istanbul

Kedi – La città dei gatti, un docufilm di Ceyda Torun. Distribuito da Wanted Cinema. A Milano al cinema Beltrade e al Wanted Cineclan.
Un documentario sui gatti di strada di Istanbul diventato (almeno a Milano) un piccolo culto, ormai al secondo mese di programmazione. Un film che è un omaggio non smanceroso agli animali più amati e che dei suoi protagonisti ha la grazia e la sinuosità. Anche, un altro sguardo gettato su una delle città più belle che ci siano. Voto 7
Sta diventando un piccolo caso, e un culto, questo documentario distribuito da Wanted Cienema: almeno a Milano, dove, proiettato in due sale tra le migliori in città (Beltrade e Wanted CineClan) ha raggiunto il mese di tenitura. Aiuta il pasaparola di chi l’ha visto e lo consiglia, aiuta che sia un film semplice e insieme così denso di echi, suggestioni, implicazioni, sfumature, aiuta soprattutto che racconti di gatti, creature tra le più amate sulla faccia della terra. Ecco, chi ama i gatti e ama Istanbul (io amo gli uni e l’altra) non se lo perda, e si prepari a 75 minuti – misura perfetta – di delizie, con  un film che ha la grazia dei suoi protagonisti animali. No, nessuna smanceria da foto-di-mici-su-facebook con cuori allegati o da gallery click-bait, l’approccio della regista Ceyda Torun – turca ma operante professionalmente in America da tempo, e Kedi difatti è coproduzione turco-statunitense – è partecipe, ma rispettoso e osservativo. Anche perché i gatti, con quel che di geneticamente regale che hanno, il rispetto e una certa distanza li impongono. “I cani credono che l’uomo sia Dio, i gatti no”, dice qualcuno in corso di film, e come si fa a non essere d’accordo. Kedi non ritrae gli addomesticati che poltriscono e ingrassano (castrati) in case comode, ma quelli da strada, i randagi, che a Istanbul sono un’istituzione – come in altre città, e penso a Roma -, portati lì si dice da navi straniere millenni fa, o forse sempre esistiti tra quelle pietre e vicino a quel tratto di mare che chiamiamo Bosforo e segna da tempo incommensurabile il limes tra Europa e Asia. Sopravvissuti trionfalmente a ogni passaggio storico, compreso quello fondamentale per l’Europa da Bisanzio all’Impero ottomano. La mdp di Ceyda Torun, quasi riproducendo la loro sinuosità, li va a rintracciare e inseguire nelle strade, sui marciapiedi, a bordomare, mentre si insinuano nelle botteghe o si accostano prudenti o sfacciati ai ristoranti e ai banchi del pesce al mercato rubando cibo o cercando uno sguardo umano, o il tocco leggero e veloce di una mano sulla schiena. Sono da soli, o in coppia o in branchi-famiglia o in branchi selvaggi. Di ogni razza, colore, carattere. Intanto attraverso di loro vediamo la Istanbul che li ospita e protegge, la città ventre diroccata, corrosa dai millenni di storia, meravigliosamente slabbrata e segnata come solo le città-mondo possono esserlo. È, quella dei gatti, una Istanbul per niente oleografica di anfratti, cunicoli, labirinti, percorsa e calpestata non dai turisti ma dagli stambulioti, gente che corre o vive con lentezza, sta al caffè, fuma, gioca a backgammon nei vicoli, lavora e traffica nei negozi ricolmi di ogni mercanzia come in un quadro orientalista. Una città di cui ti sembra di sentire l’odore di pesce, di spezie e piscio, una città che dei gatti è la sede perfetta, la casa loro assegnata dal destino come la migliore possibile. Gatti randagi, ma adottati da Istanbul e dagli stambulioti, gatti liberi ma anche abitudinari – sempre lo stesso rifugio, la stessa area in cui muoversi e cercare cibo -, legati sì all’uomo ma mai addomesticati, sempre indipendenti e di quella fierezza irriducibile che conosciamo bene. Portano, o meglio vengono attribuiti loro, nomi meravigliosi in turco, Sari, Bengu, Deniz, Gamsiz, e Kedi ce li mostra ponendosi alla loro altezza, quasi a raccontare Istanbul dal loro punto di vista. Fioriscono aneddoti e piccole leggende, chi attribuisce loro poteri speciali, chi dice di averli salvati da un qualche disastro o di esserne stato salvato. Nel loro muoversi agili e pigri intorno a Beyoglu e giù verso la torre di Galata e il Corno d’oro tracciano non solo una loro geografia, un loro territorio, un loro mondo, ma anche, forse, una storia – una Storia? – che non capiremo mai (anche se c’è chi, tra gli  interpellati dalla regista, giura che loro e gli umani possano comunicare perfettamente). E guardandoli felici o incazzati si pensa che solo in alcune città i gatti possano vivere così e diventarne parte essenziale, città che per ospitarli degnamente devono essere antiche, vissute, stratificate, in parte visibili e in parti sommerse e sepolte, con parecchio da nascondere, costellate di anfratti e buche e muri frananti e pietre avvolte dalle herbes folles. Sari, Bengu, Deniz, Gamsiz non possono che abitare lì, e sono inimmaginabili nelle vitree città ipermoderne, squadrate e rilucenti, ossessionate dalla trasparenza e dalla pulizia (ebbene sì, anche morale), città che sono solo luci e niente ombre. Posti spettrali, arroganti e glaciali in cui forse gli umani possono (faticosamente) adattarsi, i gatti – che sono esseri superiori – mai. Loro hanno bisogno di città crollate e risorte, rase al suole e ricostruite, friabili e insieme eterne, indistruttibili. Se solo fossimo come loro.

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