Film stasera in tv: SILENT SOULS di Aleksei Fedorcenko (dom. 8 luglio 2018, tv in chiaro)

Silent Souls di Aleksei Fedorcenko, Rai 3, ore 0,50. Domenica 8 luglio 2018. Anche su RaiPlay.
Quando fu presentato a Venezia nel 2010 (io non ero lì quell’anno) venne salutato da gran parte dei recensori come una rivelazione, come uno dei migliori film del festival. Eppure a non molti anni di distanza Silent Souls è scomarso anche dalla memoria dei cinefili e di chi allora lo amò, inghiottito dal nulla. Strano destino, che tocca non così raramente ai film da festival. E a ripensarci oggi, Silent Souls del russo Aleksei Fedorcenko lo è fin troppo, di quei film che proclamano immediatamente la propria autorialità, il proprio status di film differente anzi superiore: ritmi lenti e ipnotici, lunghi silenzi, attitudine contemplativa (dei paesaggi, dei personaggi). E un tema alto, in  questi caso la morte di uno dei perosnaggi, che innesca un road movie per la Russia più settentrionale e gelata che si fa elaborazione dle lutto, rinascita e molto altro. Insomma, di quei film art che tendono rischiosamente all’arty. Chissà a rivederla oggi, adesso, in tv o in straming (è anche su RaiPlay), questa storia improbabile a raccontarla eppure credibe quando te le trovi scorrere davanti agli occhi, se ancora regge e ce la fa ad appassionare. Dopo la morte dell’amata moglie Tanya Miron, capo di una piccola azienda, decide di portarne il corpo avvolto in una coperta su al Nord, al Lago Nero, nella terra un tempo abitata dai Merya, etnia di origine ugro-finnica con una propria lingua e propri riti e una propria visione dellal di qua e dell’al di là. E per il viaggio imbarca l’amico Aist, il quale pure amò Tanya. L’obiettvo è di darle un funerale secondo i riti Menya, la sua cultura di origine. Naturalmente per arrivare al posto perfetto si dovranno attraversare molte parti di Russia, e sarà un viaggio dentro la storia dei due amici, nel loro comune amore per la stessa donna e dentro  l’anima di una nazione, e dentro le sue molte anime. L’aspetto straordinario del film, tratto da un romanzo, è che il regista Aleksei Fedorcenko ha ricostruito i modi e i riti, quelli funerari compresi, attraverso gli studi antropologici sul popolo dei Menya, o immaginandoseli, inventandoseli, visto che i Menya sono scomparsi quattro secoli fa. Cinema etnografico che non lo è, ma che si inventa un modo di esserlo. E sta in questa finzione ammantata da cinema del reale che sta il maggiore interesse oggi del film.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, film in tv e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.