Tre film su NELSON MANDELA stasera in tv (merc. 18 luglio 2018, tv in chiaro)

Mandela: la lunga strada vero la libertà

Al Nelson Mandela Day – sono oggi cent’anni dalla sua nscita, il 18 luglio 1918 – danno il loro contributo anche alcune emittenti mettendo in palinsesto  film che direttamemte raccontano il leader sud africano. la sua storia, la sua vita, le sue battaglie, o che, come in Invictus, mettono in scena eventi legati al post-aparthid e alla transizione da lui guidata.

Mandela: la lunga strada verso la libertà, Cine Sony, ore 21,00. Prima tv.
Tra i biopic su Mandela, questo del 2013 è il più accreditato, con l’imprimatur dell’ufficialità. Difatti, trattasi della cineversione dell’autobiografia del grande traghettatore dal Sud Africa dell’apartheid a quello della libertà e della democrazia. Le origini in un villaggio Xhosa, la pratica come avvocato a Joannesburg, la partecipazione alle prime lotle antisegregazione. E l’ascesa a rappresentante massimo e simbolo della maggioranza black conculcata e separata a forza. E la prigionia, la libertà, la fondazione del nuovo Sud Africa. Agiografico ? Sì, certo, ma come potrebbe non esserlo? E comunque di quei film che aprono finestre su mondi e storie e Storia su cui val sempre la pena saperne di più. Idris Elba, in my opinion un grande attore naturalmente alieno da ogni tono retorico, è Mandela. Produzione inglese, dunque assolutamente accurata e affidabile.

Il colore della libertà (Goodbye Bafana) di Bille Agust, Tv2000, ore 21,15.

Miscuglio di ultra-political correctness di nuovo conio e buone intenzioni (al cinema preferiamo le cattive) da antico cinema didascalico-politico-populista-educativo. Anche, di quei film d’autore occidental-europei che, volendo espiare le antiche colpe colonialiste dell’uomo bianco, finiscono con l’identificarsi oltre ogni ragionevolezza e buon senso con qualunque storia di ribellione o emancipazione dei dannati della terra, dipingendola e raccontandone i protagonisti nei toni e nei modi del santino (Gandhi di Attenborough resta il modello). Qui siamo in Sud Africa nel 1968, ai tempi della prigionia di Nelson Mandela e dunque in pieno regime razzista dell’apartheid. Protagonista è il secondino (bianco) che deve occuparsi dell’illustre recluso e che, a poco a poco, attraverso il contatto con lui, capirà di quali misfatti si stia macchiando il regime. Un cammino verso l’illuminazione e la verità e la giustizia che però gli costerà caro. Una storia così esemplare da sembrare finta e invece, pare, ispirata a un personaggio vero. Coproduzione internazionale del 2007 girata in Sud Africa, una celebrazione tutta bianca e grondante retorica della Passione carceraria di Mandela. Joseph Finnies è il buon secondino, Diane Kruger sua moglie. Dirige lo svedese Bille Auguist, e quando in queste cose politically correct ci si mettono di mezzo i nordici con il loro rigorismo e la loro intransigenza, il moralismo è garantito (e l’indigeribilità pure).

Invictus di Clint Eastwood, Cine Sony, ore 23,40.
Per fortuna che c’è Clint Eastwood detro la macchina da presa, a rendere quasi digeribile questo polpettone edificante uscito nei cinema nel 2010, questo santino devoto che circonfonde di aureola il traghettatore del Sud Africa post apartheid Nelson Mandela, un signore che il suo posto nella storia l’ha già conquistato da un pezzo e di agiografie non ha certo bisogno. Il plot, basato su fatti realmente accaduti, sembra scritto dall’ufficio propaganda. Al Sud Africa, appena uscito dal regime segregazionista e con Mandela alla guida, assegnano l’organizzazione della Coppa del mondo di rugby. Solo che la nazionale di rugby da quelle parti è sempre stata feudo degli afrikaaner più duri e puri e più anti-black, come si fa a presentarla al torneo in rappresentanza del paese ormai rinnovato? Lo stesso Mandela si incarica della difficile mediazione e alleandosi con il capitano della squadra François Pienaar (nome ugonotto-afrikaaner) riesce a rimettere in piedi il team e a farne la bandiera del nuovo Sud Africa arcobaleno. Lo sport come veicolo di unità nazionale, cosa che conoscevano benissimo anche i regimi totalitari. La retorica abbonda, ma per fortuna Clint Eastwood fa tutto quello che può e asciuga, sveltisce, de-sentimentalizza, anche se l’impianto agiografico del film non può essere smantellato. Morgan Freeman (chi se no?) è Mandela, Matt Damon è il capitano della squadra.

 

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