Film stasera in tv: THE PROGRAM di Stephen Frears (giov. 26 luglio 2018, tv in chiaro)

The Program di Stephen Frears, Rai3, ore 21,15. Giovedì 26 luglio 2018.
Recensione scritta all’uscita dl film.
11406488_1588410744744510_4059212133382772918_oThe Program, un film di Stephen Frears. Con Ben Foster, Chris O’Dowd, Lee Pace, Jesse Plemons, Guillaume Canet, Edward Hogg, Elaine Cassidy, Laura Donnelly, Dustin Hoffman, Bryan Greenberg.
11062255_1588410748077843_594331077420067486_oL’ascesa a campionissimo del ciclismo, non fermata nemmeno dal cancro. Poi, dopo i trionfi, il tonfo per le accuse – provate – di doping. The Program ricostruisce la storia di Lance Armstrong, i suoi sette Tour de France vinti e la caduta finale, secondo il modello narrativo dell’horror à la Frankenstein. Avvincente, ma troppo manicheo e privo di sfumature.

Ben Foster è Lance Armstrong

La storia è nota. Lance Armstrong, primo americano a diventare campionissimo di uno sport così squisitamente europeo e old fashioned come il ciclismo, incamera ben sette Tour de France, entra nella leggenda sulla scia di gente come Coppi e Merckx. Una corsa la sua senza fine e sempre vincente non interrotta nemmeno quando ad Armstrong diagnosticano un cancro al testicolo. Intervento, terapie, rieducazione fisica, ritorno, e ancora vittoria in maglia gialla. Faccia assai americana da ragazzo muscolare deciso a tutto e naturalmente destinato al trionfo, sguardo fisso e duro da robot programmato, una ferocia inaudita verso gli avversari, l’istinto del killer applicato sulle salite e le discese ardite dele classiche su bici. Poi sappiamo com’è andata e com’è finita la sua corsa. Con le accuse, provate, di doping, prima astiosamente negate e negate ancora, poi pubblicamente ammesse, quando non era più possibile fare altrimenti, con tanto di confessione e pentimento in diretta tv officiati da Oprah Winfrey (chi se no?). Via tutte le coppe e le maglie gialle conquistate, l’eroe tirato giù dal piedestallo e esposto al pubblico ludibrio. Così viene demolito e si autodistrugge un mito. Dopo un documentario sulla faccenda Armstrong assai celebrato di un paio di anni fa di Alex Gibney (l’avevan dato a Venezia, ma me l’ero perso), arriva adesso questo film-narrazione con l’illustre regia di Stephen Frears, uno che ha attraversato tutti i generi e che se la cava grazie al suo enorme mestiere e forse a un certo suo disincanto anche stavolta con uno dei non molti casi di ciclismo cinematografato. Ascesa, trionfo e tonfo di un eroe riscostruiti sulla base del libro-inchiesta del giornalista irlandese del Sunday Times David Walsh (nel film lo interpreta Chris O’Dowd), tra i primi a sospettare dell’Armstrong dopato, e diventato nel corso degli anni suo implacabile avversario e accusatore. Il che vuol dire – sarà meglio ricordarlo – che questo The Program è film di parte dichiarato, e non certo dalla parte del campionissimo farlocco. Film a dir poco antipatizzante verso il suo protagonista, presentato come un essere diabolico e spietatissimo, anzi proprio un mostro fatto e finito. The Program – il titolo si riferisce al sistema di farmaci proibiti e altre stregonerie adottato dal signore dei sette Tour – è alla fin fine un classicissimo horror, l’ennesima versione riscritta e rifilmata dell’immarcescibile modello Frankenstein, con Armstrong quale creatura (consenziente, anzi attiva) risultato di proibite pratiche e alchimie, e con parecchi nel ruolo di mad doctor, in primis l’italianissimo Michele Ferrari, che proprio in questi giorni ha tenuto a far sapere ai media di non essere quello mostrato da Frears e suoi collaboratori, ovvero un luciferino scienziato dell’intensificazione di prestazioni sportive grazie all’uso massivo, ma controllato per non varcare le soglie consentite dai regolamenti, di EPO, un ormone dagli effetti moltiplicati sulla resa agonistica dei corpi sotto sforzo. Come nel cinema dell’orrore sottogenere medici pazzi, anche qui non ci sono sfumature, tutto è raccontato e mostrato come la storia nera di un uomo ambizioso e senza scrupoli ansioso di stare lassù sul podio, e di un entourage e di un apparato di specialisti anche con meno scrupoli di lui disposti ad assecondarlo e coprirlo in ogni truffa dopata. Non so se sia andata davvero così, non so se Armstrong sia davvero quello che The Program ci fa vedere, certo si fa fatica a credere a una storia tanto brutalizzata e priva di sfumature e ombre e penombre, con il giornalista-detective eroe quasi solo a a combattere l’Impero del male. È il maggior limite di un film benissimo scritto e girato in grado di avvincere e tenere sospesi nonostante che la fine sia da tutti conosciuta, e che ce la fa a fare spettacolo e racconto di una materia tutto sommato elementare come il ciclismo. L’aspetto più interessante non è – come piacerà ai moralizzatori dei costumi, e dei costumi sportivi in particolare – lo scoperchiamento della grande truffa del doping, ma la ricostruzione dell’entourage di Armstrong, compagni di squadra, team managers, medici e altri specialisti, come di una setta dominata dall’imperiosa presenza del campionissimo, presa in ostaggio e plagiata e anche terrorizzata dalla sua furiosa e davvero demoniaca determinazione a comandare e vincere. Un’abilità manipolatoria, quella di Armstrong che si esercita anche verso l’opinione pubblica e i media a lui proni, disposti a far da cassa di risonanza passiva e acritica alla sua battaglia contro il cancro attraverso una furba fondazione anti-malattia che per un bel po’ funge per lui da scudo contro le prime accuse. Una demonizzazione, un ritratto in scuro del protagonista certo efficace drammaturgicamente, ma che pare francamente eccessiva e che intensifica i dubbi su un film troppo manicheo e troppo sicuro di se stesso e della propria tesi. Ben Foster segue docilmente l’impostazione degli autori consegnandoci un Lance Armstrong invasato, posseduto dall’ansia di vincere e quasi sadico nel soggiogare compagni di squadra, amici e ammiratori. Comparsata di uno stanco Dustin Hoffman quale boss di una compagnia di assicurazione tra i primi a combattere il bugiardo in maglia gialla. (Complimenti al creativo dell’affiche, quell’Armstrong quasi crocifisso in campo giallo è una meraviglia.)

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